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“Uovo a filoscio”

uovo a filoscio
Ci sono cibi che, più di tutto, sanno di nostalgia. Come l‘uovo a filoscio, appunto.
Pochi ingredienti poveri, messi assieme senza tante complicazioni. E pochi piccoli gesti: il su e giù della lama che affetta sottile la provola – questa, meglio se un po’ asciutta, se non addirittura secca, come il più classico degli avanzi da frigo –  e  il roteare veloce di  forchetta in un piatto,  per sbattere le uova. E poi la cottura: veloce, accompagnata dallo sfrigolare dell’olio. 
Sono sempre andata pazza per questa frittata, anche quando ero piccola: era la cena del ripiego improvviso, di  quando cioè  in casa proprio non c’era nulla altro. E proprio per questo, aveva il sapore di una sorpresa. Spettava a mio padre prepararla: non cucinava mai, e anche forse i suoi piatti mi sembrava avessero un sapore particolare, diverso dalla cucina di tutti i giorni a cui ci aveva abituato mia madre. 


Un sapore, allora, fatto di meraviglia. Oggi, invece, di nostalgia.

Come si prepara l’uovo a filoscio

Per due persone servono:
4 uova (come dice Maria: “con meno uova, non è filoscio)
1 etto di provola affumicata (ho usato quella de La Tramontina)
olio e.v.o.
pepe nero
sale
poca mollica di pane raffermo

Procedimento

Prima di tutto, affettare sottilmente la provola. Poi, rompere le uova e sbatterle leggermente con una forchetta. Aggiungere un po’ di sale, di pepe nero macinato al momento e la mollica di pane..
Versare nella padella quando l’olio extravergine di oliva è ben caldo: aspettare che si ispessisca  e disporre le fette di provola in modo da coprire la superficie di quella che, lentamente, sta iniziando ad assomigliare ad una frittata.
A questo punto, inizia la manovra (per nulla semplice, ma per reimpararla ho rotto le scatole ad Antonia) per  farne un filoscio:  cioè si inizia a ripiegare su se stessa la frittata fino a quando non appare ben cotta.
Ovviamente, va servita calda. Con formaggio colante, cioè.
Senza questo, infatti, non è filoscio.

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31 COMMENTS

  • Martina Sulis on 22 novembre 2016

    Un piatto apparentemente povero, che ci fa tornare bambini! E poi ci salva quando non sappiamo che cosa preparare, magari senza sporcare tutta la batteria di pentole!!!

  • CarlottaD on 21 gennaio 2013

    Un encomio a Maria che ha suggerito il pane per “pulire” il piatto. E’ una vera genialata. Il Guerrini l’avrebbe sicuramente citata.
    Noi si usa semplicemente il formaggio di latteria 3 mesi tanto l’uovo di per sè non è schizzinoso 😉

  • Pola M on 19 gennaio 2013

    buona questa semplice omelette!

  • sara on 18 gennaio 2013

    anzi omelette 🙂

  • sara on 18 gennaio 2013

    anche da me si chiama omlette 🙂

  • La_rouge on 18 gennaio 2013

    Teresa, io mi vergogno anche un po’ per la domanda, ma…il pane? deve essere sbriciolato? ammollato in acqua o latte? deve essere a pezzetti più o meno grandi e rosolare insieme all’uovo? 🙂
    Non ho proprio capito: sigh!

    (vorrei farla per stasera, sai com’e’! 😉 )

    Accie anticipatamente!

    • Teresa De Masi on 18 gennaio 2013

      Il pane mi ha insegnato a metterlo maria: prende dei pezzetti di pane raffermo e ci ripulisce il piatto sporco d’uovo, e poi lo mette sull’uovo in cottura insieme alla mozzarella. Tutto qui. 🙂

    • La_rouge on 18 gennaio 2013

      Fantastico! grazie 🙂

      E’ bellissimo quando queste ricette che provengono generazione dopo generazione sino a noi, ti suggeriscono un mondo scomparso: il gesto semplice del pane – che forse nella ricetta si potrebbe anche evitare, a mio avviso reggerebbe bene anche solo uovo e provola – ti dice che nulla si sprecava: il pane raffermo (un riutilizzo già di per sé) serviva evidentemente da ‘leccapentola’: nulla di quell’uovo doveva essere sprecato!
      Un insegnamento davvero straordinario… e attraverso una ricetta! tzè altro che gastrofighette! ‘enogastrostoriche’!! 😉

    • laura dal sacco on 18 gennaio 2013

      quella del pane non la sapevo nemmeno io ma mi sembra un accorgimento intelligente e che riprenderò. io il ‘filosh’ lo faccio abitualmente ma arrotolato in più giri e a volte anche con fette sottili di salame o prosciutto cotto. poi, se ho un po’ di sugo di pomodoro, lo nappo e lo spolvero col parmigiano. mi piace molto anche l’idea della ricotta 😉

  • Anonymous on 17 gennaio 2013

    Che felicità il filoscio, dentro io ci metto anche la ricotta 🙂

    • Teresa De Masi on 17 gennaio 2013

      Quindi provola e ricotta? mai provato…

    • Anonymous on 18 gennaio 2013

      Si infatti. Mia madre lo chiama “filoscio con la ricotta”, è un variante di quello classico 😀

  • sara b on 17 gennaio 2013

    mio fratello inorridisce alla vista del formaggio filante, io invece accorro come le api al miele. a volte penso mi abbiano adottata 🙂 che bello il pensiero d’apertura: ci sono sapori talmente evocativi e personali che è difficile raccontarli.

    • Teresa De Masi on 17 gennaio 2013

      si’, difficile. Ma ti tornano in bocca ogni volta che ci pensi. Come fosse allora.

  • Reb on 17 gennaio 2013

    Quanto mi garba il suono del termine filoscio: dà immediatamente l’idea di quanto confortante debba essere.
    Lo fo, for sure.
    E parallelamente, m’è testè venuta voglissima di provola (intesa come quella affumicata di bufala) in pizzaiola.

    • Teresa De Masi on 17 gennaio 2013

      Certe voglie, quando arrivano, bisogna assecondarle. Noi non sappiamo il motivo per cui arrivano… ma loro si’. :)) Forse, per farmi scoprire la provola in pizzaiola. Mai fatta, urge rimediare. :))

  • franci e vale on 17 gennaio 2013

    Che bello quando il cibo evoca certi ricordi.
    un abbraccio

    • Teresa De Masi on 17 gennaio 2013

      Il cibo è un evocatore eccezionale, tra i migliori… abbraccio a voi. :))

  • tiziana festa on 17 gennaio 2013

    fantastica.. con la provola deve essere spaziale!
    complimenti!

    • Teresa De Masi on 17 gennaio 2013

      Lo è, ma non è piatto da complimenti. E’ pura cucina quotidiana. Ottima, pero’. :))

  • Memole on 17 gennaio 2013

    Appetitoso!!!

    • Teresa De Masi on 17 gennaio 2013

      Si’, molto buono. Un piatto da niente ma davvero molto buono. 🙂

  • Anonymous on 17 gennaio 2013

    quella che a casa mia si chiama omelette…

    • Teresa De Masi on 17 gennaio 2013

      Questo commento è stato eliminato dall’autore.

    • Teresa De Masi on 17 gennaio 2013

      Peccato tu non abbia aggiunto di dove sei:sicuramente, non di napoli. 🙂 L’uovo a filoscio è un chiaro esempio dell’influenza francese sulla cucina e sulla lingua napoletana. Ovvio che sia un’omelette, ma il nome prende il nome da “velo” (filoche): insomma, una frittata di uova molto sottile.

    • lorenza on 17 gennaio 2013

      scusami, l’anonimato è involontario.
      non sono di napoli, ma meridionale si’…:-)

    • Teresa De Masi on 17 gennaio 2013

      E allora se sei meridionale, l’assonanza tra parole dialettali e francese, magari ti è già capitata… 🙂

    • lorenza on 17 gennaio 2013

      certo che si’. noto che non mi riconosci…

    • Teresa De Masi on 17 gennaio 2013

      dopo si’, ma dall’anonimo era difficile. :))

    • lorenza on 17 gennaio 2013

      beh, si’, a meno di non avere doti medianiche…

    • Anonymous on 3 dicembre 2013

      Salve a tutti sono single della campania anche se non sono tanto pratico della cucina vorrei imparare il filoscio nel sugo come lo faceva la mia povera mamma.Senza farlo rompere.
      Se qualcuno mi vuole aiutare mi farà un grande piacere.
      Ringrazio ed invio la mia e mail. Manlio
      mandeni@tin.it

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