A proposito di un certo tipo di giornalismo. E di mozzarella di bufala.

mozzarella di bufala
Sarà che sono vecchia ormai, sarà che ne ho viste tante, ma a parte lo scarso piacere che provo nel guardare la tv, ormai ho messo assieme una vera e propria intolleranza verso un certo tipo di giornalismo. Quello a base di affermazioni precostuite spacciate per verità assoluta. E di mancanza di confronto – non ci sono interlocutori di parte contraria – oppure di montaggio ad arte di tagli e ritagli che finiscono per fare apparire come silenzi quelli che in origine erano discorsi articolati.
Un tipo di giornalismo purtroppo sempre più diffuso, soprattutto in televisione: in politica, come in altri campi. E ne abbiamo avuto conferma qualche sera fa. La Sette, Servizio Pubblico. Uno spettacolo – perché di questo si è trattato e non certo di informazione –  demolitore, interviste tagliate  ad arte e rimontate. Il tutto, con un unico scopo: dimostrare che  mozzarella voglia dire camorra e che venga prodotta in condizioni  indecenti se non addirittura illegali, anche dal punto di vista igienico sanitario, e in terre inquinate da discariche e rifiuti tossici. Oppure, nella migliore delle ipotesi, tra case abusive e senza distinzione di territorio di produzione.
Poco importa che in questo modo si attacchi duramente il lavoro di artigiani onesti – qui potete leggere, per esempio, l’amarezza  di Manuel Lombardi produttore dell’unico presidio Slow food della provincia di Caserta, il Formaggio Conciato Romano – e si rischi di minare le fondamenta di uno sforzo enorme e di rovinare la reputazione di uno dei prodotti di eccellenza della cucina italiana.
Il tutto, senza possibilità di replica, appunto, che il Consorzio ha dovuto costruirsi “sul campo” attraverso una conferenza stampa tenuta nella giornata di ieri.
Questi, i passaggi fondamentali. Che riporto, nel mio piccolo, per dovere di cronaca e di informazione. E per la rabbia di vedere demolire senza ritegno, e per pura sete di audience, una delle eccellezze – e delle ricchezze – della mia terra di origine.
“Stop ai continui attacchi mediatici alla Mozzarella di Bufala Campana DOP. Non si può strumentalmente continuare a gettare fango su un settore che dà lavoro a 15 mila addetti e rappresenta una delle eccellenze del Made in Italy agroalimentare. Siamo pronti a tutelare in tutte le sedi, anche giudiziarie, l’immagine di questo comparto, fatto di persone oneste e laboriose, e del Consorzio di Tutela, che ormai da tre anni ha completamente rinnovato il management e i suoi vertici”.
Queste, le parole del  presidente del Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana DOP, Domenico Raimondo. Che ha aggiunto: “Noi siamo fieri di tanto lavoro e del clima di totale collaborazione sull’intero territorio nazionale che abbiamo instaurato con le Istituzioni, le Autorità di Vigilanza, gli altri Consorzi di Tutela, le Associazioni di Categoria.
Cui sono seguite quelle di Antonio Lucisano: “Siamo stanchi di sentire ripetere fatti vecchi senza alcuna possibilità di replica Trasparenza, legalità, collaborazione piena sono oggi i cardini su cui è incentrata l’azione del Consorzio. Lo dimostrano i fatti, come ad esempio l’introduzione di un rigoroso Codice Etico, che impone restrizioni severe a quanti d’ora in avanti vorranno far parte del nostro Consorzio e che prevede l’espulsione per chi lede la nostra immagine. Ma il Consorzio può solo togliere la qualifica di socio a un produttore che si macchia di qualche accusa, spetta al Ministero delle Politiche Agricole impedire che continui a produrre con il marchio DOP, noi non abbiamo poteri”.
Insomma: se avete guardato la puntata di Servizio Pubblico l’altra sera, fermatevi per un attimo e pensate: e soprattutto, non fatevi convincere da parole come quelle a non consumare più prodotti come la mozzarella. Ci rimetterebbe certo un territorio tutto, ma soprattuto ci rimettereste voi rinunciando a consumare un prodotto – certo problematico – ma controllato e sicuro. Grazie allo sforzo di produttori e Consorzio. E, soprattutto, buonissimo.

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