Autore: Teresa De Masi

  • A proposito di un certo tipo di giornalismo. E di mozzarella di bufala.

    A proposito di un certo tipo di giornalismo. E di mozzarella di bufala.

    mozzarella di bufala
    Sarà che sono vecchia ormai, sarà che ne ho viste tante, ma a parte lo scarso piacere che provo nel guardare la tv, ormai ho messo assieme una vera e propria intolleranza verso un certo tipo di giornalismo. Quello a base di affermazioni precostuite spacciate per verità assoluta. E di mancanza di confronto – non ci sono interlocutori di parte contraria – oppure di montaggio ad arte di tagli e ritagli che finiscono per fare apparire come silenzi quelli che in origine erano discorsi articolati.
    Un tipo di giornalismo purtroppo sempre più diffuso, soprattutto in televisione: in politica, come in altri campi. E ne abbiamo avuto conferma qualche sera fa. La Sette, Servizio Pubblico. Uno spettacolo – perché di questo si è trattato e non certo di informazione –  demolitore, interviste tagliate  ad arte e rimontate. Il tutto, con un unico scopo: dimostrare che  mozzarella voglia dire camorra e che venga prodotta in condizioni  indecenti se non addirittura illegali, anche dal punto di vista igienico sanitario, e in terre inquinate da discariche e rifiuti tossici. Oppure, nella migliore delle ipotesi, tra case abusive e senza distinzione di territorio di produzione.
    Poco importa che in questo modo si attacchi duramente il lavoro di artigiani onesti – qui potete leggere, per esempio, l’amarezza  di Manuel Lombardi produttore dell’unico presidio Slow food della provincia di Caserta, il Formaggio Conciato Romano – e si rischi di minare le fondamenta di uno sforzo enorme e di rovinare la reputazione di uno dei prodotti di eccellenza della cucina italiana.
    Il tutto, senza possibilità di replica, appunto, che il Consorzio ha dovuto costruirsi “sul campo” attraverso una conferenza stampa tenuta nella giornata di ieri.
    Questi, i passaggi fondamentali. Che riporto, nel mio piccolo, per dovere di cronaca e di informazione. E per la rabbia di vedere demolire senza ritegno, e per pura sete di audience, una delle eccellezze – e delle ricchezze – della mia terra di origine.
    “Stop ai continui attacchi mediatici alla Mozzarella di Bufala Campana DOP. Non si può strumentalmente continuare a gettare fango su un settore che dà lavoro a 15 mila addetti e rappresenta una delle eccellenze del Made in Italy agroalimentare. Siamo pronti a tutelare in tutte le sedi, anche giudiziarie, l’immagine di questo comparto, fatto di persone oneste e laboriose, e del Consorzio di Tutela, che ormai da tre anni ha completamente rinnovato il management e i suoi vertici”.
    Queste, le parole del  presidente del Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana DOP, Domenico Raimondo. Che ha aggiunto: “Noi siamo fieri di tanto lavoro e del clima di totale collaborazione sull’intero territorio nazionale che abbiamo instaurato con le Istituzioni, le Autorità di Vigilanza, gli altri Consorzi di Tutela, le Associazioni di Categoria.
    Cui sono seguite quelle di Antonio Lucisano: “Siamo stanchi di sentire ripetere fatti vecchi senza alcuna possibilità di replica Trasparenza, legalità, collaborazione piena sono oggi i cardini su cui è incentrata l’azione del Consorzio. Lo dimostrano i fatti, come ad esempio l’introduzione di un rigoroso Codice Etico, che impone restrizioni severe a quanti d’ora in avanti vorranno far parte del nostro Consorzio e che prevede l’espulsione per chi lede la nostra immagine. Ma il Consorzio può solo togliere la qualifica di socio a un produttore che si macchia di qualche accusa, spetta al Ministero delle Politiche Agricole impedire che continui a produrre con il marchio DOP, noi non abbiamo poteri”.
    Insomma: se avete guardato la puntata di Servizio Pubblico l’altra sera, fermatevi per un attimo e pensate: e soprattutto, non fatevi convincere da parole come quelle a non consumare più prodotti come la mozzarella. Ci rimetterebbe certo un territorio tutto, ma soprattuto ci rimettereste voi rinunciando a consumare un prodotto – certo problematico – ma controllato e sicuro. Grazie allo sforzo di produttori e Consorzio. E, soprattutto, buonissimo.
  • La ricetta del nocino della notte di San Giovanni

    La ricetta del nocino della notte di San Giovanni

    Sapete perché la ricetta del nocino dice che le noci debbano essere raccolte dopo la notte del 24 giugno?

    Secondo una leggenda della mitologia nordica questa notte, oltre ad essere la notte più corta dell’anno, è uno di quei momenti in cui la realtà si confonde con l’incantesimo.
    L’invisibile popolo abitante dei boschi – fate, folletti ed elfi – si materializza e si riunisce nella foresta. Vive una notte di felicità sfrenata, danza tra gli alberi, si dondola sui rami del sacro noce e poi, infine, scompare alle prime luci dell’alba.
    Questo incantesimo attribuisce alla rugiada di questa notte – la guazza di San Giovanni, qui a Modena – virtù magiche. Gli gnomi, le fate e gli elfi, prima di ritornare al loro mondo parallelo, regalano al bosco – sotto forma di rugiada, appunto – la gioia e la vitalità che hanno animato le loro danze.
    E che chiunque può assimilare, a patto che beva di questa rugiada, o che mangi il frutto dell’albero sacro ancora bagnato.
    O conservare, per beneficiarne durante il corso dell’anno, sotto forma di nocino.

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    LA RICETTA DEL NOCINO

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    Non va bevuto prima di Natale, ma tenete conto che più invecchia e più migliora. Anzi, come dice Paolo, il gusto del nocino migliora e si affina (in bottiglia) nel tempo. Più tempo la bottiglia viene dimenticata, più buono e’ il nocino quando viene bevuto. Per questo, farlo ogni anno, e dimenticare le bottiglie, e’ buona strategia. Prendere dalla cantina un nocino di 2, 5 o anche piu’ anni, è una gioia per il palato.

    ricetta del nocino

  • Cenando in macelleria. A Laterza, in provincia di Taranto.

    Cenando in macelleria. A Laterza, in provincia di Taranto.

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    Già: cenare in macelleria. Non vi meravigliate: fino a ieri non sapevo neanche io che fosse possibile una cosa del genere.  Poi, sono capitata a Matera (dove ho fotografato la nascita del pane: a proposito, ho scoperto finalmente il segreto della sua formatura) e il mio amico Giovanni mi ha proposto di andare a cena in macelleria. A Laterza, per la precisione: dove pare sia molto diffusa l’abitudine, da parte dei macellai, di allestire nei retrobottega degli spiedi  dove cucinano e servono la carne scelta al banco dai clienti.

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    Un evoluzione del cibo da strada in qualche modo: quello che prima era preparato dalle fornacelle itineranti e servito nei cuppitielli di carta paglia, ora è servito al tavolo. Velocemente, certo, ma in piatti di ceramica e accompagnato da posate vere. Accanto, ottimo pane e ottime olive. Perlomeno, nel caso della macelleria di Domenico Tamborrino.
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    Il menù? gnummarieddi (involtini di fegato, polmone e rognone),  bombette di Alberobello, salsiccia ai semi di finocchietto, braciole di capocollo. Da accompagnare da un buon rosso pugliese. 
     
    Via Roma, 58 — Laterza (TA), 099 8216192.
  • Latte tossico, venduto come buono. Ma chi è stato, non si sa.

    Latte tossico, venduto come buono. Ma chi è stato, non si sa.

    Piccolo, grande, sfogo. Senza ricetta.
     
    Notizia sui giornali di oggi: persone arrestate in Friuli per avere messo in commercio latte tossico, contaminato da aflatossine, un fungo cancerogeno con effetti sulla crescita dei bambini.  Si sa il nome, di uno degli arrestati (tal Renato Zampa):  l’ipotesi di reato è di associazione per delinquere finalizzata alla frode in commercio, adulterazione di sostanze alimentari e commercio di sostanze alimentari pericolose per la salute. In alcuni casi è stata certificata anche la presenza di antibiotici.
    Ora, capisco che per queste persone, esattamente come per le aziende coinvolte, valga la presunzione di innocenza. Così come capisco pure che  ci sono coinvolti posti di lavoro, e famiglie, e che allarmismi eccessivi ed ingiustificati in materia tanto delicata come il latte possano provocare danni economici da cui è difficile poi riprendersi. Quello che proprio non capisco però, e che anzi mi rifiuto proprio di capire, è perché una volta concluse le indagini non si possa sapere il nome delle ditte coinvolte. Perché il consumatore debba essere insomma condannato all’ignoranza eterna, e non possa sapere chi ha giocato con la salute sua e dei suoi figli.
    Già: perché le aflatossine, pare abbiano effetti cancerogeni.
    Ecco, non so voi: ma il fatto che qualcuno possa giocare così con la salute dei nostri figli – e degli animali: dato che la logica del profitto è quella che porta all’orrore degli allevamenti intensivi – mi manda in bestia.
    Io vorrei sapere, insomma: e spero che prima o poi qualche associazione dei conusumatori si decida ad una battaglia su questo tipo di informazione.
    Perché è giusto difendere i posti di lavoro: ma non sulla pelle dei nostri figli.
  • Una crema alla nocciola a base di tempo risparmiato nel fare la spesa

    Una crema alla nocciola a base di tempo risparmiato nel fare la spesa

    crema pasticcera alla nocciola
    Sì, una crema alla nocciola a base di tempo risparmiato: che poi, non so per voi, ma per me il tempo (con tutte le cose che mi tocca fare da me, essendo una mamma single lavoratrice) è la cosa più preziosa che ho. E anche solo una mezz’ora risparmiata in un giorno, mi pare una ricchezza. E vado a caccia di tutti – e quando dico tutti intendo proprio tutti – i modi per risparmiarne. Per esempio, ricorrendo alle novità della tecnologia che al super  – per le cose che mi piace comprare nei super, visto che in pausa pranzo sono e resto accanita frequentatrice dei   mercati del centro –  mi consentono di  fare la spesa anche con il telefono. In modo semplicissimo, oltretutto: attraverso una specifica app che, una volta scaricata sul nostro smartphone, si occupa della lettura dei prezzi delle cose che vogliamo acquistare, compreso il  calcolo di eventuali sconti, e che – soprattutto – ci evita di sprecare tempo alle casse in file spesso interminabili.
    Una novità tutta modenese: al Borgo Gioioso di Carpi, infatti, sono  stato presentati il nuovo dispositivo Joya  (che utilizza un’applicazione più veloce ed efficiente del vecchio Salvatempo, in grado cioè di dare maggiori informazioni al consumatore in maniera più veloce), e la nuova  “App Salvatempo“, l’applicazione di mobile shopping che permette di leggere il codice a barre dei prodotti scelti utilizzando il proprio smartphone.
    Questa è facilmente scaricabile dalla rete (qui, per esempio, la versione per android): una volta installata,  è sufficiente attivare il servizio inserendo il proprio numero di tessera coop o il codice fiscale della tessera sanitaria.
    A onor del vero, non si può parlare di novità assoluta. Già da tempo, infatti, i soci di coop estense possono fare la spesa attraverso il salvatempo, un meccanismo particolare che serve proprio ad evitare il formarsi di file inutili alle casse  e che è utilizzato in oltre il 40% delle spese complessive nei super mercati di coop estense.  Il socio – perché al socio è dedicato questo servizio – attraverso l’utilizzo di questo strumento ritirato prima dell’inizio della spesa – legge i codici a barre stampati su ogni prodotto che intende acquistare e (una volta terminati gli acquisti) ritira il suo scontrino alla restituzione del dispositivo,  andando poi con questo a saldare alle casse automatiche. Tutto da soli, in rapidità. Un servizio incredibilmente efficiente, che io ho sempre utilizzato con entusiasmo:  sono infatti socia coop da trenta anni e passa, ed uno dei motivi per cui scelgo questo supermercato anche per le piccole spese è proprio la possibilità di evitare spreco di tempo in inutili attese alle casse.
    Il nuovo salvatempo manterrà inalterate queste funzionalità e ne aggiungerà di nuove, per esempio  la possibilità di leggere e spuntare automaticamente la lista dei prodotti da acquistare (eliminando la necessità della tradizionale lista su carta).
    La novità, frutto della collaborazione tra Coop Estense e Datalogic, ha debuttato  giovedì scorso al Borgogioioso di Carpi ed io ho avuto il piacere di provarla in anteprima, essendo stata invitata alla presentazione. Ben Seicento terminali a disposizione dei soci consumatori e semplicissimi da usare. Si passa la propria tessera coop nel lettore, in modo da essere riconosciuti e si ritira il dispositvo assegnatoci automaticamente.
    Tutto semplicissimo e veloce. Ho passato la mia tessera nel lettore ed ho ritirato il dispositivo. Con questo in mano, ho fatto la spesa

    provvedendo da sola alla lettura dei codici a barre (ricevendo anche informazioni dettagliate su sconti ed iniziative varie in vigore nel supermercato). Una volta finito, un passaggio in cassa automatica e  spesa finita, senza sprechi di tempo in file inutili.

    Insomma, un servizio efficientissimo: che mi darà motivo ancora di più di scegliere la coop – di cui sono socia da più di trenta anni, e ci tengo a sottolinearlo, per buona parte delle mie spese. Perché grazie a questo dispositivo, impiegherò sicuramente meno  tempo al super e potrò dedicarmi di più alle cose che mi interessano davvero.

    Come cucinare, sicuramente. Cose come quella della foto, per esempio. 

     

    Crema pasticcera alla nocciola

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    Tutto uguale uguale. Poi, una volta pronta e fredda, si mescola alle nocciole in polvere. Tutto qui: un po’ di riposo (che ammorbidirà la farina di nocciola rendendola più omogenea alla crema) e sarà pronta per l’uso. Perfetta, per farcire bigné o cannoncini.

    Dimenticavo, eccovi le indicazioni per preparare il burro in casa.

  • Nigella. Persino lei. (Post senza ricetta, con invito)

    Nigella. Persino lei. (Post senza ricetta, con invito)

    Già. Persino lei. Bella, di successo, miliardaria. E sposata ad un miliardario. Eppure, le mani intorno al collo chiuse in una stretta che non sembra propriamente affettuosa, sono toccate anche a lei. 

    Ma non è questo che mi sorprende: sono abbastanza vecchia e smaliziata da sapere che che il germe della violenza contro le donne nasce e vive in ogni classe sociale, in qualsiasi fascia di reddito.

    Quello che mi lascia basita è la *normalità* con cui è stata raccontata questa vicenda. Situazione: un ristorante. Un uomo ed una donna. Parlano, discutono. Ad un certo punto, la discussione – forse – si fa animata. E accade quello che si vede dalle foto. Ma nessuno interviene. Il fotografo scatta le foto dello scoop e gli altri avventori guardano tranquilli, godendosi lo spettacolo del *tanto, anche i ricchi piangono*. E Nigella rimane sola, con quelle mani intorno al collo. Poi si alza e va via, in lacrime. Nessun articolo parla di denunce verso il marito di violento, o almeno di segnalazioni alla polizia. E la vicenda finisce per ammantarsi della solita, terribile, aurea di quotidianità che accompagna tutte le storie di violenza sulle donne. Fatta di accettazione passiva, come se l’amore questo fosse: il consegnarsi anima e corpo a persone che di te possono fare quello che vogliono. Persino distruggerti fisicamente.
    Una normalità che non riesco ad accettare, su cui non riesco a pensare di tacere. Certo, le mie parole sono una goccia nel mare: ma in fin dei conti i blog di cucina sono letti da donne, nella maggior parte. Donne che magari – anche solo per una volta – si sono trovate nella situazione di subire una violenza su cui hanno scelto di tacere.  Donne a cui , però,  vorrei dire *pensateci*. E soprattutto,  andate via al minimo segno di violenza: chiedete aiuto, non tacete. Perché amare, non vuol dire *amare da morire*.Certo, questo poco conterà finché la violenza sulle donne non sarà considerata una piaga sociale da combattere anche attraverso leggi apposite, e finché sarà confusa con il delitto passionale (che spesso viene considerato un attenuante, per quanto incredibile possa sembrare anche la sola idea). Ma è un  passo, sia pure piccolissimo. E soprattutto, non chiudiamoci nell’illusione che la cosa non ci riguardi, perché “tanto, a noi non può capitare“.

    Ps. E dopo queste parole, un invito: quello di dedicare un post nel vostro blog al tema della violenza di genere. Insieme, possiamo parlare a molte donne. E, magari, aiutarle a capire che forse, prima di ieri, persino Nigella fosse convinta che tanto, a lei, non poteva capitare.