Categoria: Reportage fotografici

  • I mostaccioli di Soriano Calabro

    I mostaccioli di Soriano Calabro

    Mostaccioli di Soriano Calabro
    Mostaccioli di Soriano Calabro

    I mostaccioli di Soriano Calabro in  un po’ di foto, scattate a luglio dell’anno scorso, di uno degli ultimi laboratori tradizionali di mostaccioli, a Soriano Calabro.  Quello di Valentino De Nardo, dove ancora lavora uno degli ultimi mastazzolari capaci di creare a mano queste meraviglie.  Un’arte antica, purtroppo in via di estinzione.

    I mostaccioli – o, meglio, in dialetto calabro: “mastazzola” – sono biscotti a pasta piuttosto dura a base di farina e miele d’arancio. Hanno le forme più svariate e (a volte anche un po’  eccessive) e sono decorati da carta stagnola colorata. Sono dei dolci tipici calabresi, che ancora oggi vengono prodotti nella zona di Soriano Calabro in provincia di Vibo Valentia. Pare che il nome derivi da “mustacea”, una antica focaccia per sponsali preparata mescolando farina, mosto cotto, un condimento grasso, cacio, anice, cotta sopra foglie di lauro.

    Mostaccioli di Soriano Calabro

    Le foto in formato originale, qui: 1. mostaccioli_e-5, 2. mostaccioli_e-4, 3. mostaccioli_e-3, 4. mostaccioli di soriano_, 5. mostaccioli di soriano_-2, 6. mostaccioli di soriano_-3, 7. mostaccioli di soriano_-5, 8. mostaccioli_e, 9. mostaccioli_d-6

    Alla diffusione  dei mostaccioli di Soriano Calabro è legata una leggenda popolare secondo cui un monaco misterioso comparso improvvisamente e poi sparito li avrebbe offerti alla popolazione affamata di Soriano. Da qui, la convinzione che questi biscotti fossero un regalo di San Domenico,da allora protettore dei “mastazzolari”, e il cui santuario di Soriano era, prima della distruzione a causa di un terremoto, meta di costanti pellegrinaggi.

    Mostaccioli di Soriano Calabro

    Le foto in formato originale, qui: 1. mostaccioli-4, 2. mostaccioli-3, 3. mostaccioli-5, 4. mostaccioli-2, 5. mostaccioli-5-2, 6. mostaccioli-4-2, 7. mostaccioli-3-2, 8. mostaccioli-5-2, 9. mostaccioli_b-4

     

    Grazie a questa leggenda, i mostaccioli di Soriano Calabro hanno assunto anche un significato religioso. Realizzati sotto forma di figure animali o parti del corpo umano venivano offerti come ex voto, alle chiese della zona, dove ancora oggi si possono ammirare.

    Mostaccioli di Soriano Calabro

    Le foto originali qui: 1. mostaccioli-3, 2. mostaccioli, 3. mostaccioli, 4. mostaccioli di soriano_-7, 5. mostaccioli_e-8, 6. mostaccioli_e-6, 7. mostaccioli_e-22, 8. mostaccioli_e-23, 9. mostaccioli_e-24

     

     

    L’ANTICA CASA DEL TORRONE DI DE NARDO VALENTINO
    Via Montegrappa
    89831 Soriano Calabro (VV)



    Ps. Questo post è dedicato a Milena.  Ovunque lei sia.

  • Alla scoperta dei pomodori Mutti

    Alla scoperta dei pomodori Mutti

    Un invito improvviso, inaspettato.

    La possibilità di visitare lo stabilimento della Mutti a Parma. Per seguire il viaggio dei pomodori, a partire dai campi fino ai barattoli destinati a finire sulle nostre tavole.
    Non la faccio tanto lunga, dico solo che sono rimasta molto  sorpresa. Ospitalità a parte – squisita, a cominciare dalla cena di arrivo nella splendida cornice di Villa Ziveri a Bannone di Traversetolo, in compagnia di Francesco Mutti che ci ha introfotto brevemente al  progetto “Sommelier del Pomodoro”, pensato grazie al contributo live dei tre chef Jre, Marianna Vitale (Napoli), Filippo Saporito (Siena) ed Eros Picco (Milano) per “costruire una cultura del pomodoro trasformato che ancora manca in Italia e di creare una nuova figura di intenditore, capace di valorizzare i diversi prodotti, orientandone il migliore utilizzo in cucina“.

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    Poi, una cena semplice e raffinata, curata dallo chef Eros Picco, per farci conoscere nel piatto quello che il giorno dopo saremmo andati a conoscere nei campi. Già, i campi: abbiamo assistito al raccolto (io ero a fotografare sul trattore), ascoltando l’agronomo Ugo Peruch raccontarci delle caratteristiche del pomodoro – coltivato in tutta l’ Emilia Romagna – e avendo anche  il piacere di ammirare una chicca in azione: il drone cui è affidato l’incarico di controllare direttamente sulla pianta il grado di maturazione dei pomodori.

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    Poi in fabbrica, a scoprire le modalità del controllo qualità e tutto il percorso produttivo. Fino al barattolo e al tubetto.

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    Una grande scoperta: confesso, in fatto di pomodori sono sempre stata campanilista e non ho mai sospettato una cultura del pomodoro tanto approfondita al di fuori della Campania.
    Insomma, ero già cliente Mutti – trovo che il loro triplo concentrato sia insuperabile per sughi a lunga cottura – ragù napoletano, dove lo uso insieme alla passata, e ragù alla bolognese – ma sicuramente userò d’ora in poi i loro prodotti con atteggiamento mentale molto diverso.

    A partire dai prossimi giorni, in cui testerò alcune  delle conserve che mi hanno invitato a provare.

    Prima di tutto, passata e triplo concentrato: che stanno andando sul fuoco in questo momento in attesa di trasformarsi in ragù alla napoletana.
    Ma di questo, ve ne parlerò nei prossimi giorni.

  • Furore, il paese che non c’è

    Furore, il paese che non c’è

    Qualche foto, per provare a raccontare del Borgo del fiordo di Furore (SA). Perché se  è la seconda stella a destra ad indicarmi il cammino, io  non posso che scegliere di seguirla fino ad un un luogo come questo: un paese che non c’è.

    Furore, il paese che non c'è
    Furore, il borgo del fiordo

    Il borgo del fiordo di  Furore non è un paese vero e proprio ma  solo un grappolo di minuscole case (monazeni) cresciuto al fianco di una delle pareti scoscese, alle quali si arriva  scendendo lungo una serie di scale o di sentieri tortuosi. Questi partono dalla strada costiera – che attraversa il fiordo grazie ad un ponte – oppure da Agerola da dove scendono lungo il sentiero degli dei sino alla spiaggia, cui è sufficiente avvicinarsi perché il mondo estraneo a quel luogo quasi cessi di  esistere. Grazie alla conformazione del fiordo, infatti, sulla riva non arrivano altri rumori oltre a quello del mare, del vento e ai versi degli uccelli marini che nidificano sulle rocce a strapiombo.

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    Vista sulla spiaggia, dal Monazeno del dottore

    Una  volta percorse le scale, c’è un solo modo per vivere un posto come questo: sedersi sulla riva e fare  silenzio. Il rumore delle onde renderà facile chiudere gli occhi per ritrovarsi immersi in qualcosa che assomiglia all’incanto, dove tutti i rumori del luogo lentamente si fondono in un unico suono in grado di catturare chiunque. Non è un caso che Li Galli, che la leggenda vuole siano i corpi pietrificati delle sirene, siano a due passi da qui: perché se in natura davvero esiste un suono simile al loro canto, è in posti come Furore che è possibile riconoscerlo ed ascoltarlo. Per poi rimanerne ammaliati per sempre. Assomiglia ad un sussurro, lieve e persistente, cui è facile abbandonarsi insieme alla sensazione – irragionevole eppure inevitabile – che in buona parte sia formato dalle parole di promessa  pronunciate dalle infinite coppie che  nel corso di secoli si sono seduti su quei gradini, su quella riva, e rimaste ad aleggiare per sempre nell’aria.

    Furore, il paese che non c'è

    Promesse fatte anche di eternità – sin troppo facili, in un luogo come questo, che all’eterno finisce per assomigliare  – forse simili a quelle che nello stesso luogo si scambiarono anche due amanti celebri come Anna Magnani e Roberto Rossellini, che nella primavera-estate del 1948  proprio a Furore alloggiarono  mentre giravano alcune scene del secondo episodio del film Amore.

    Il mogazzeno del dottore
    Il monazeno del dottore

    Tanto potente dovette però essere il legame con quei luoghi che Anna Magnani decise di acquistare un’abitazione del borgo  (che ribattezzò – con una autoironia rara a quei tempi “Villa della storta“) distante solo pochi gradini dal Monazeno del dottore“, che invece ospitava il regista. Non durò a lungo quell’amore: solo il tempo delle riprese del film. Dopo, nella vita di Rossellini  arrivò la Bergman e fu la fine  tra lui e la Magnani che abbandonò la casa al suo destino e a Furore non mise più piede.

    Ma tutto questo, guardando il mare del fiordo non ha alcuna importanza. Perché a Furore  il paesaggio stesso è promessa di eternità, ed è sufficiente vagare con lo sguardo per ritrovare ovunque traccia dello  splendore di un sorriso.

    Furore, il paese che non c'è
    “… Bruna e non bella, ma con gli occhi di una divorante, fonda, febbrile vivezza, lucenti sopra le occhiaie peste, di tra le ciocche dei capelli eternamente arruffati e spioventi…”

    E per ritrovarsi a sorridere a propria volta,  scoprendo di essere capitati in  uno di quei rari posti in cui  è sufficiente guardarsi intorno  per tornare a credere, anche solo per un attimo, che persino  la felicità sia un’eventualità possibile.

    Per vedere le foto, passarvi sopra con il mouse.

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    Questa, invece, la prima parte del film Amore