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Pignasecca

“Alla scoperta di Napoli: il mercato della Pignasecca”

Pignasecca

Forse vi è capitato di leggerlo: sono tra i vincitori del Food Blog Awards 2016 e – grazie a questa vittoria – ho avuto modo di passare alcuni giorni indimenticabili alla scoperta della città di Napoli – e della sua cucina – e del Sannio. Per cui, preparatevi: inizio da oggi un racconto fotografico di questa esperienza, che ho deciso di separare in diversi post tematici in modo da poter pubblicare tutte – o quasi – le foto che ho scattato.

La prima puntata è stato un giro in uno dei mercati storici della città: la Pignasecca. Un mercato antico, di cui parlava già Matilde Serao.

“Tutto il quartiere della Pigna Secca, dal largo della Carità, sino ai Ventaglieri, passando per Montesanto, é ostruito da un mercato continuo, vi sono botteghe, ma tutto si vende nella via; i marciapiedi sono scomparsi, chi li ha mai visti? I maccheroni, gli erbaggi, i generi coloniali, la frutta, i salami ed i formaggi, tutto, tutto in strada, al sole, alle nuvole, alla pioggia; le casse, il banco, le bilance, le vetrine, tutto nella via.” 

Pignasecca

Da allora, da queste parole,  per fortuna poco è cambiato. Certo,  ci sono le macchine e gli scooter, ma nel complesso l’atmosfera vivace del mercato è rimasta intatta. E fare un giro nelle sue strade, significa immergersi per un attimo in una atmosfera unica e tipicamente napoletana.

 

La storia della Pignasecca – del suo nome, almeno – è fatta di un bosco, di gazze ladre e di un arcivescovo iracondo dalla scomunica facile.

Era il 1500 e nella zona della Pignasecca c’era l’antico bosco di Biancomangiare (ebbene sì,  si chiamava proprio come il dolce che già  all’epoca era molto apprezzato).  Questo bosco fu espropriato e raso al suolo  per procedere all’apertura della strada di Toledo e di tutta la foresta non restò che un pino. Su questo, nidificò una colonia di gazze che, come loro abitudine, si infilavano negli appartamenti per rubare oggetti preziosi e tutto quanto fosse in grado di attirare la loro attenzione.
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L’arcivescovo, stanco delle proteste dei cittadini continuamente derubati, lanciò una scomunica contro gli ignoti ladri. Un giorno però fu scoperta la verità e  la refurtiva fu rinvenuta dalla forza sul pino: l’arcivescovo quindi   fece appendere questo cartello sul tronco dell’albero.

“In nome di Dio, per la grave responsabilità che mi fu affidata in terra, nella qualità di vicario di Cristo, io, Vescovo di Napoli e delle sue province, scomunico, d’ora innanzi, tutte le gazze di questo quartiere, anzi… tutte le gazze di questa città”. 

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Dopo poco, quel pino (pigna) seccò e da quel momento il popolo cominciò a chiamare quella che era stata il Biancomangiare con il nome di Pignasecca, nome rimasto ancora oggi. Come le gazze, i cui fantasmi secondo gli abitanti del quartiere si possono sentire ancora oggi  di primo mattino. 

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Io non ho avuto la fortuna di sentirle (siamo arrivate lì alle 9.30 del mattino), ma attraverso questa visita ho potuto respirare parte dell’anima di questa città. Viva e generosa di sé, nonostante tutti i problemi che giorno dopo giorno si trova a dover affrontare.  E di cui vi racconterò ancora nei prossimi post.

E in cui ho voglia di tornare presto: anzi, già che ci siamo, ditemi… cosa non perdere assolutamente a Napoli? Attendo i vostri consigli!

ps. pubblicata la seconda puntata: dalla Pignasecca a Scaturchio.

 

 

 

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