Categoria: Territori

  • Cultural Paris 2017, tre giorni di sapori italiani nel centro di Parigi

     

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    Non sapevo cosa aspettarmi da Cultural Paris, e sono stata in dubbio fino all’ultimo se andarci oppure no. Poi, ho ceduto: non capita spesso l’occasione di andare a Parigi e fermarsi ad osservare con quali occhi – e quale gusto – venga vissuta dai francesi la cucina italiana.
    E ho fatto bene.

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    Cultural, infatti, non è il solito congresso di cucina (e solito, in questo caso, non è usato nella sua accezione negativa). Anzi, per meglio dire non è neppure un congresso. Forse, trattandosi di cucina, sarebbe più giusta la parola *pentolone*: sì, perché la sensazione più potente che ho vissuto in questi tre giorni parigini è quella di un mescolio  continuo e interessante tra produttori e consumatori. Per esempio nessuno è stato per conto suo: tutti hanno, nel corso delle ore, provato combinazioni con altri espositori, per offrire combinazioni di gusto inaspettate e a volte persino sorprendenti (penso per esempio al pomodorino candito de i Sapori di corbara accompagnato al blu di bufala, e a molto altro).

    Tra organizzatori, poi: basti pensare che ho pensato di andarci per fotografare e mi sono ritrovata ad aiutare Giovanni d’Apice nella preparazione della degustazione di pasta ed altri prodotti.

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    Tutto questo, immersi in un turbinio di persone: non credo accada tutti i giorni di essere serviti al tavolo da Jacques Genin – che alla cena della vigilia dell’apertura ci ha servito, da perfetto anfitrione,  i piatti di pasta preparati da Peppe Guida.

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    E di entusiasmo: leggibile, tutto, negli occhi degli assaggiatori d’oltralpe.

    Insomma, un evento che ho vissuto non solo con interesse ma anche con gioia e cui spero di tornare presto (magari anche nell’edizione Materana). Certo, ci sono stati momenti organizzativamente difficili ma credo sia normale in situazioni in cui più che l’ufficialità del congresso l’obiettivo della manifestazione è l’offerta di un’esperienza a base di sapore (arricchita anche da numerosi ed importanti cooking show, che non cito per non rischiare di far torto a chi dovessi dimenticare: li trovate tutti nella home di Cultural).

    L’obiettivo penso però sia stato raggiunto in pieno: e questo racconto del territorio fatto attraverso un percorso tra i sapori italiani credo proprio che abbia lasciato il segno in chi – come me – ha avuto la fortuna di viverlo.

  • Basilicata Food&Wine: un’occasione unica per scoprire – e amare – il vero sapore della Basilicata

    Basilicata Food&Wine: un’occasione unica per scoprire – e amare – il vero sapore della Basilicata



    Un evento imperdibile: Basilicata Food&Wine: un’occasione unica per scoprire – e amare – il vero sapore della Basilicata. La partecipazione è gratuita e chiunque sia in zona può partecipare (tutte le informazioni qui) e per i foodblogger che vogliono esserci per raccontare  poi nei loro blog di questa scoperta. E di quella di una città meravigliosa come Matera.

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    In occasione di Matera Food&Wine  infatti la Federazione Italiana Cuochi ha deciso di ospitare tre foodblogger  (cui ovviamente saranno offerti  transfer, i viaggi dalla loro sede di provenienza e i pernottamenti nella città di Matera per il periodo che va dal  1 al 4 aprile e di assicurare loro non solo la partecipazione all’evento ma anche visite guidate nel territorio. Insomma, un vero e proprio Blog Tour cui – se volete – potete candidarvi per partecipare.

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    In che modo potete candidarvi a Matera Food&Wine? E’ semplicissimo!

    Pubblicate entro il 25 marzo entro le ore 12 un post sul vostro blog dove segnalate l’evento e scrivete nei commenti in fondo che intendete candidarvi aggiungendo il link al vostro post. La Federazione Italiana Cuochi sceglierà suo insindacabile giudizio i tre blogger da ospitare.
    Nel vostro post inserite questo banner, e linkate questo post e quello dell’evento.

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    Tutto qua.

    Allora, cosa aspettate? Non vorrete mica perdere un’occasione come questa per andare alla scoperta di Matera e dei suoi sapori?

    Ps. Saranno ritenuti candidabili solo i blog con almeno tre mesi di vita e con pubblicazione costante di articoli.

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  • Il Caseificio Il Casolare di Alvignano

    Il Caseificio Il Casolare di Alvignano

     

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    Per parlare  del caseificio Il Casolare di Alvignano, un  che da generazioni produce Mozzarella di Bufala Campana DOP in una zona a metà strada fra il Parco Regionale del Matese ed il Parco Naturale Taburno-Camposauro, non si può che partire dal volto di Mimmo La Vecchia e dalle mani di chi, come lui, lavora alla produzione di questo prodotto unico.

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    Una lavorazione di tipo artigianale ma di elevata qualità: chi ha avuto la fortuna di assaggiare i prodotti del Caseificio Il Casolare di Alvignano sa quanto questa affermazione sia vera. Il latte  proviene da bufale di allevamenti dop  dell’alto casertano, e questo spiega il  sapore unico di questa mozzarella.

    Le fasi della lavorazione sono quasi tutte a mano: uno spettacolo per gli occhi, prima che per la gola. Se vi capita, passate pure a trovarli e chiedete di assistere alla produzione. Rimarrete incantati da quella gestualità antica fatta degli stessi movimenti di sempre. Certo attrezzature e vasche sono di tipo moderno – e ci mancherebbe altro – ma le fasi fondamentali sono le stesse che accompagnano da sempre la nascita della mozzarella di bufala campana.


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    Per il sapore, invece, posso solo affidarvi all’immaginazione. Consigliandovi però di andare presto a trovare Mimmo al Caseificio Il Casolare di Alvignano, per assaggiare sul posto.

     

     

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    CASEIFICIO IL CASOLARE snc
    Via OLIVELLA 12
    Alvignano (CE)
    T 0823 610906 – 329 6139036 – E ilcasolaresnc@libero.it

    Qui una selezione delle foto, per vederle una per una, passateci sopra con il mouse.

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  • Gli occhi di  San Gennaro, dei napoletani, di Lello Esposito e – forse – anche un po’ di Massimo  Troisi

    Gli occhi di San Gennaro, dei napoletani, di Lello Esposito e – forse – anche un po’ di Massimo Troisi

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    Uno dei momenti più emozionanti del tour napoletano  che ho vissuto grazie alla vittoria Food Blog Awards 2016: l’incontro con Lello Esposito. Sicuramente uno dei  maggiori artisti napoletani, le cui opere si concentrano in modo particolare sui simboli di Napoli, quali Pulcinella, San Gennaro, Vesuvio.

     

    L’incontro è avvenuto nel suo  studio, situato in quelle che furono le scuderie del Palazzo di Sangro risalente al 1500. Ma già prima, durante la passeggiata, avevo avuto di modo di apprezzare da vicino una delle sue opere sicuramente più note e più viste in città: il Pulcinella di vico del fico al Purgatorio (via dei tribunali, un attimo prima di arrivare da Sorbillo) donato dall’artista alla città.

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    Io non so cosa avesse in mente Lello Esposito donando questo Pulcinella alla città di Napoli. Ma so che il punto dove è stato collocato è in grado di regalare alla scultura una bellezza commovente. Non c’è infatti separazione tra i colori del vicolo e quelli della statua, e quello che viene fuori è la perfetta fusione tra personaggio e luogoQuasi un simbolo, insomma, di quanto questa maschera possa davvero rappresentare la città: semplicemente perché – alla fine – Napoli e Pulcinella sono due aspetti della stessa anima.

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    Durante la visita all’atelier, però da una cosa sono stata letteralmente rapita: la potenza degli Occhi di San Gennaro.

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    Una scultura imponente,  diversa dalla rappresantazione classica delle figure religiose: che si solito sono collocate su un piedistallo in modo da poter essere  guardate solo dal basso verso l’alto, mantenendo quindi i fedeli in condizione di inferiorità, come si conviene a chi prega.

    Gli occhi di San Gennaro di Lello Esposito, invece, sono all’altezza dello sguardo di chi osserva: mettono santo e osservatore sullo stesso piano. Un concetto particolare che provo a spiegare ricordando un nome: Massimo Troisi. E un video: quello su San Gennaro, appunto. Chi non lo ha visto, lo trova qui.

    In questo spezzone, più che comicità, c’è un pezzo di Napoli, di anima della sua gente. C’è il racconto del suo rapporto con la religione e coi santi. Fatto di venerazione, certo, ma anche di affetto fraterno. Per questo, non solo amorevole ma anche a volte litigioso, se non addirittura minaccioso. Perchè il santo, per il napoletano (e san Gennaro in particolare) non è un’entità lontana. E’ stato uomo, prima di essere santo e questo lo rende una figura familiare, un compagno di viaggo, in grado quasi di porsi come intermediario con Dio.

    San Gennaro conosce Napoli, conosce i suoi abitanti e di loro sa tutto: la loro fatica di vivere, il loro dolore quotidiano, la sofferenza nascosta dietro la maschera di ilarità appiccicata dai luoghi comuni. Dio no, non ha tempo per tutto questo. Lui è grande ma per questo anche un po’ snob: ha altro da pensare. Per questo il napoletano si affida al Santo piuttosto che a lui: e il miracolo del sangue continua a restare un simbolo di speranza per questa città. Quello dell’impossibile che incredibilmente, può divenire possibile, anche se solo due volte l’anno.
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    Ecco, io non so se Lello Esposito avesse in mente questo: ma mi piace pensare che il suo pensiero non sia poi tanto distante da questa idea. In fin dei conti, lui e Massimo Troisi erano amici – mi pare siano stati a scuola insieme – per cui nulla di più facile che entrambi siano caratterizzati dalla stessa idea di napoletanità. E, appunto, dallo stesso modo di guardare negli occhi San Gennaro.


    Insomma, se amate Napoli, e volete davver scoprire tutti i suoi aspetti, non trascurate di cercare di scoprire qualcosa di Lello Esposito. Fosse solo la statua del Pulcinella di cui parlavo prima.

    E intanto, accontentatevi di qualcuno dei miei scatti che – spero – vi metteranno un po’ di voglia di scoprire Napoli e le sue meraviglie.

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    PS. A proposito della religiosità dei napoletani, mi viene in mente  una foto scattata da Luciano De Crescenzo e pubblicata ne “la Napoli di Bellavista”, all’indomani della cacciata del Santo dal Calendario dove il  piedistallo della statua è coperto da un cartello scritto a mano: “San Gennà, futtatenne”.

    Cose che si dicono, appunto, ad un compagno di viaggio. Perchè con questi si litiga, sì, ma quando è necessario, ci si ferma a consolarli.

     

  • I pastori di Marco Ferrigno, un modo di osservare Napoli da una prospettiva unica

    I pastori di Marco Ferrigno, un modo di osservare Napoli da una prospettiva unica

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    La storia della famiglia Ferrigno nasce da lontano: sin dal 1836 infatti coincide con la storia dell’arte presepiale. Parola non scelta a caso: entrando nel laboratorio di San Gregorio Armeno – che ho avuto la fortuna di visitare grazie al fatto di avere vinto il contest FBA2016 – si intuisce immediatamente di non trovarsi davanti ad una semplice lavorazione della ceramica ma alla costruzione di piccole opere uniche, in cui nulla è lasciato al caso.

    I personaggi sono realizzati in terracotta, gli occhi sono in cristallo dipinti a mano ed inseriti poi nelle orbite (ecco spiegata la particolare vivacità dello sguardo), gli abiti sono in lino e seta di San Leuco (antico vanto tessile campano).

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    Per non parlare degli oggetti, anche questi curati nei più piccoli dettagli. Un esempio? I doni dei Magi, realizzati persino in argento ed oro.

    Ma più che la ricchezza dei dettagli, la sorpresa nel visitare un laboratorio come questo è nello scoprire come ancora oggi quest’arte sia in grado di raccontare la religiosità tutta particolare che accompagna da sempre il popolo napoletano in cui il santo o la Madonna non sono visti come esseri supremi da implorare ma come personaggi “paritari”, da cui pretendere un aiuto a costo di arrivare persino a parole che assomigliano a minacce.

    Un esempio: Filumena Marturano. Il famoso monologo della Madonna delle Rose, in cui Filumena non implora ma minaccia la madonna che deve aiutarla a capire cosa fare della sua gravidanza inaspettata.

     

    Per combinazione, camminando camminando, mi ritrovai nel mio vicolo, davanti all’altarino della Madonna delle rose. L’affrontai così (Punta i pugni sui fianchi e solleva lo sguardo verso  una immaginaria effige, come per parlare alla Vergine da donna a donna):

    “Cosa devo fare? Tu sai tutto…Sai pure perché ho peccato. Cosa devo fare?”. Ma Lei zitta, non rispondeva.

    (Eccitata) “Tu fai così, è vero? Più non parli e più la gente ti crede?…Sto parlando con te! (Con arroganza vibrante) Rispondi!”.

    Una religiosità tutta particolare, dicevo, che si ritrova perfettamente rappresentata nei presepi. Dove i pastori non sono sempre belli ed eleganti nelle pose ma spesso cafoni e imbruttiti, in una perfetta rappresentazione del popolo napoletano dell’epoca in cui c’è il signore elegante ed ingioiellato, appunto, ma anche la vecchia con il collo reso enorme da un gozzo.

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    E il mangiatore di maccheroni, che continua imperterrito a cibarsi nonostante l’obesità. Così come il venditore di capitone, tanto perfetto da riuscire a fare immaginare persino la puzza di pesce che lo accompagna.

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    Così come c’è anche Totò nelle sue famose vesti di pazziariello, che introduce con la sua presenza il rapporto particolare del napoletano con la morte e che racconta, con la sua presenza, come questa sia esorcizzata più che temuta. 


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    Insomma, una visita ai presepi artistici è anche e soprattutto uno sguardo posato su un pezzo di anima antica della città.
    E se, come me, non avrete la fortuna di visitare il laboratorio Ferrigno non dimenticate che in città è possibile visitare il presepe del Banco di Napoli a Palazzo Reale oppure quello di San Martino o – ancora – quello della Reggia di Caserta.

    Insomma. Cercate un presepe artistico e osservatelo nei dettagli. Sicuramente, capirete un aspetto di questa città impossibile da raccontare in altro modo.

     

    Qui, altre foto. Se volete vederle, passateci sopra con il mouse.

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  • Alla scoperta di Napoli: il mercato della Pignasecca

    Alla scoperta di Napoli: il mercato della Pignasecca

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    Forse vi è capitato di leggerlo: sono tra i vincitori del Food Blog Awards 2016 e – grazie a questa vittoria – ho avuto modo di passare alcuni giorni indimenticabili alla scoperta della città di Napoli – e della sua cucina – e del Sannio. Per cui, preparatevi: inizio da oggi un racconto fotografico di questa esperienza, che ho deciso di separare in diversi post tematici in modo da poter pubblicare tutte – o quasi – le foto che ho scattato.

    La prima puntata è stato un giro in uno dei mercati storici della città: la Pignasecca. Un mercato antico, di cui parlava già Matilde Serao.

    “Tutto il quartiere della Pigna Secca, dal largo della Carità, sino ai Ventaglieri, passando per Montesanto, é ostruito da un mercato continuo, vi sono botteghe, ma tutto si vende nella via; i marciapiedi sono scomparsi, chi li ha mai visti? I maccheroni, gli erbaggi, i generi coloniali, la frutta, i salami ed i formaggi, tutto, tutto in strada, al sole, alle nuvole, alla pioggia; le casse, il banco, le bilance, le vetrine, tutto nella via.” 

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    Da allora, da queste parole,  per fortuna poco è cambiato. Certo,  ci sono le macchine e gli scooter, ma nel complesso l’atmosfera vivace del mercato è rimasta intatta. E fare un giro nelle sue strade, significa immergersi per un attimo in una atmosfera unica e tipicamente napoletana.

     

    La storia della Pignasecca – del suo nome, almeno – è fatta di un bosco, di gazze ladre e di un arcivescovo iracondo dalla scomunica facile.

    Era il 1500 e nella zona della Pignasecca c’era l’antico bosco di Biancomangiare (ebbene sì,  si chiamava proprio come il dolce che già  all’epoca era molto apprezzato).  Questo bosco fu espropriato e raso al suolo  per procedere all’apertura della strada di Toledo e di tutta la foresta non restò che un pino. Su questo, nidificò una colonia di gazze che, come loro abitudine, si infilavano negli appartamenti per rubare oggetti preziosi e tutto quanto fosse in grado di attirare la loro attenzione.
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    L’arcivescovo, stanco delle proteste dei cittadini continuamente derubati, lanciò una scomunica contro gli ignoti ladri. Un giorno però fu scoperta la verità e  la refurtiva fu rinvenuta dalla forza sul pino: l’arcivescovo quindi   fece appendere questo cartello sul tronco dell’albero.

    “In nome di Dio, per la grave responsabilità che mi fu affidata in terra, nella qualità di vicario di Cristo, io, Vescovo di Napoli e delle sue province, scomunico, d’ora innanzi, tutte le gazze di questo quartiere, anzi… tutte le gazze di questa città”. 

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    Dopo poco, quel pino (pigna) seccò e da quel momento il popolo cominciò a chiamare quella che era stata il Biancomangiare con il nome di Pignasecca, nome rimasto ancora oggi. Come le gazze, i cui fantasmi secondo gli abitanti del quartiere si possono sentire ancora oggi  di primo mattino. 

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    Io non ho avuto la fortuna di sentirle (siamo arrivate lì alle 9.30 del mattino), ma attraverso questa visita ho potuto respirare parte dell’anima di questa città. Viva e generosa di sé, nonostante tutti i problemi che giorno dopo giorno si trova a dover affrontare.  E di cui vi racconterò ancora nei prossimi post.

    E in cui ho voglia di tornare presto: anzi, già che ci siamo, ditemi… cosa non perdere assolutamente a Napoli? Attendo i vostri consigli!

    ps. pubblicata la seconda puntata: dalla Pignasecca a Scaturchio.