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  • Passatina di ceci ai gamberi: confesso che ho goduto

    Passatina di ceci ai gamberi: confesso che ho goduto

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    Della serie, vecchie ricette mai pubblicate. E manco assaggiate nella versione originale famosissima, purtroppo: per cui, nessuna pretesa anche solo della più vaga somiglianza con l’originale. Semplicemente, ho immaginato (cosa che oltretutto resta per me una delle attività più divertenti legate alla cucina) provando a chiedermi quale potesse essere per me il sapore di questo piatto di cui tanto avevo sentito parlare e quali contrasti di consistenze potessero caratterizzarlo. Ed ho goduto, confesso, fantasticando prima ancora di assaporare.

    Questo, il risultato: facile, davvero. Occorre solo filtrare bene la passata con un chinoise per esaltarne in pieno la delicatezza. Oltre, naturalmente, a scegliere ingredienti di prima qualità e – nel caso dei gamberi – freschissimi.

    Per 4 persone ho usato: 
    500 gr di ceci secchi
    250 gr di gamberi
    olio evo
    rosmarino
    sale grosso
    pepe nero

    Ho messo in ammollo i ceci e poi, dopo dodici ore li ho cotti per 40 minuti in pentola a pressione.Li ho fatti raffreddare nella loro acqua, in modo da averli il più teneri possibile e li ho tritati con il minipimer e passati al chinoise. A questo punto, ho messo sul fuoco – salando poco e aggiungendo un paio di rametti di rosmarino per profumare – e ho fatto cuocere a fuoco molto basso fino ad ottenere la densita’ “giusta”, mescolando continuamente.

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    Intanto ho sgusciato i gamberi e ho preparato con le teste e i gusci un fondo di cottura, che ho addensato con pochissima maizena.

      
    Al momento di preparare, ho ripassato velocemente in padella i gamberi sgusciati:

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    Ho messo nel piatto un po’ di passatina di ceci, una manciata di gamberi e ho aggiunto un po’ di fondo di cottura e di olio al rosmarino (preparato frullando un po’ di rosmarino con olio, lasciando riposare e filtrando il tutto). 
    Sopra, un po’ di pepe nero – ma con il senno di poi direi bianco o rosa – e qualche grano di sale macinato al momento. 
  • Pasta patate e provola

    Pasta patate e provola

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    Prima della ricetta della pasta patate e provola  permettetemi una divagazione.
    Non sono brava a raccontare delle cose che faccio: non amo fermarle  racchiudendole dentro parole. Cosi’ come non ho mai amato le fotografie di vita quotidiana o, peggio, le riprese video. Preferisco rivivere le emozioni attraverso il ricordo: provo gioia, infatti, nell’accarezzare la  memoria. Magari è solo una forma di  difesa, chissà: in questo modo posso operare una selezione, forse, e  fare tesoro di tutto ciò che ho avuto, anziché perdermi a rimpiangere quello che ho perduto.
     

    < style=”text-align: justify;”>Al Salone, mi sono comportata allo stesso modo. Sono andata,  accompagnata da Maria, accogliendo l’invito di Gente del Fud di partecipare ad uno dei  loro showcooking ed ho cucinato: non fotografando nulla di quei momenti, decidendo cioè di godermi in pieno la possibilità di incontrare dal vivo un sacco di persone che, sinora, avevo conosciuto solo attraverso uno schermo. E scegliendo, d’accordo con Titti – la mia compagna di avventura – un piatto tipico campano: la pasta patate e provola. Concendendo, in questo modo, ad Antonio Lucisano – direttore del Consorzio mozzarella di bufala campana dop – di raccontare della provola e delle differenze, spesso dimenticate, con la mozzarella affumicata e a Dario Meo, di Casa Barone, di parlare del pomodorino del piennolo. Due prodotti eccezionali, che se non conoscete vi consiglio di provare in fretta.

    Pasta patate e provola

    Per prepararla, servono:
    Del brodo vegetale, caldo
    3-4 pomodorini
    1 mozzarella affumicata di circa 200 gr
    200 gr di pasta mista
    un paio di patate non troppo grandi
    mezza cipolla ramata
    Un buon olio ev di oliva
    basilico
    sale, pepe.
     
     
    Innanzitutto, il  soffritto: olio e cipolla. Cotti a lungo, a bassa temperatura, in modo che la cipolla diventi dorata e morbida. Poi, le patate, tagliati in pezzi regolari e non tropo grandi e – dopo di queste –  il pomodorino (“schiattato“, dettaglio fondamentale. Se tagliato in pezzetti la sua buccia spessa potrebbe risultare sgradita a chi ama i pomodori: in questo modo, invece, schiacciando e lasciando interi i pomodorini, la buccia rimarrà intera – pur cedendo alla preparazione tutta la sua dolcezza – e potrà essere mangiata o lasciata nei piatti, a seconda del gusto).
     
     
    Pasta e patate e provola
     
    Qualche mestolata di brodo caldo e coprite parzialmente (con il cucchiaio di legno appoggiato di lato con coperchio sopra) continuando a cuocere fino a che le patate non siano vicine alla cottura.
     
    A questo punto, versate altro brodo e al bollore di questo “calate” la pasta. portatela a cottura mescolando spesso e aggiungendo se necessario –  poco brodo per volta. Le patate, per un buon risultato, dovranno cuocersi molto bene, in modo da far spappolare la parte esterna dei cubetti: questo farà sì che la pasta diventi bella cremosa, come si conviene ad una pasta e pataNe che si rispetti.
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    Una volta cotta la pasta, spegnete, aggiungete la mozzarella affumicata tagliata a dadini e mantecate vigorosamente. E poi servite, non dimenticando una spolverata di buon pepe macinato al momento.

  • Le cipolle al sale di Salvatore Tassa (e due parole sulle collaborazioni)

    Le cipolle al sale di Salvatore Tassa (e due parole sulle collaborazioni)

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    Prima della ricetta delle cipolle al sale di Salvatore Tassa, due parole sulle cd. “collaborazioni”.
    Non le amo particolarmente, confesso: non mi va di legare il mio nome – oppure quello del mio blog – a marchi commerciali. Non per snobismo, ma per semplice amore di libertà e di coerenza.
    Vorrei infatti che ogni persona che legge una ricetta su questo blog, trovandovi indicazioni di marchi commerciali, non sia neanche lontanamente sfiorata dal dubbio che questi siano citati in cambio di forniture o, peggio, di soldi. Se cito, infatti, lo faccio perché convinta della qualità e per nessun altro motivo. E non ho alcun problema a dire che nel mio blog non troverete mai consigliati prodotti che non mi convincono come margarine, sottilette, oli di palma travestiti da creme di nocciola e simili. Ripeto: non per snobismo ma perchè sono convinta che l’atto di cucinare sia un regalo che facciamo a noi stessi e allora tanto vale farlo con la massima attenzione possibile ai prodotti che usiamo. Non vale la pena, cioé perdere tanto tempo e poi usare prodotti scadenti: a quel punto meglio una pasta – buona – condita con un olio degno di questo nome.

    In questo caso, però, ho fatto un’eccezione. Per due motivi: perché mi piace il sito de la Città dell’olio (se non lo conoscete, vi consiglio di farci un giro: ne vale la pena) per l’opera di divulgazione che fa a proposito di uno dei prodotti italiani  di maggiore eccellenza. E poi perchè il percorso che mi è stato proposto mi ha tentato immediatamente: un viaggio tra i sapori degli oli italiani – di cui mi sarà chiesto di testarne diversi – e la possibilità di proporli all’interno di ricette di mia scelta. Tutto questo in compagnia di altre amiche (Patty, Stefania e Fausta) che contemporaneamente a me seguiranno questo percorso tra gli oli e con cui – spero – sarà possibile un bel confronto sul tema.
    Bello, no? come potevo resistere? Ho accettato, con gioia. E qualche giorno fa ho pubblicato la mia prima ricetta: cipolla al sale di Salvatore Tassa, incontrata per caso qualche giorno fa sulla gazzetta gastronomica e  provando a reintrerpretarla in chiave mediterranea, cercando di esaltare al massimo l’incontro tra la dolcezza leggermente acidula della cipolla di Montoro ed il gusto fruttato e un po’ piccante dell’Olio. A completare il tutto, poi, la forza di un caprino lucano stagionato e reso aromatico dai semi di finocchietto selvatico. Il risultato? Delicatamente soprendente, sia per consistenza che per sapore e profumi. Morbida e cremosa, la prima. Marcati e nel contempo delicati ma sapidi gli altri due.



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    LE CIPOLLE AL SALE DI SALVATORE TASSA

    Servono: 1 cipolla a persona (meglio che siano di grandezza simile e cuocerne qualcuna in più, per precauzione, visto che durante lo svuotamento potrebbe accadere di romperle)
    2 cucchiai di Olio DOP “Terre d’Otranto, sempre a persona.
    Formaggio grattugiato (in questo caso, ho usato un formaggio caprino lucano, al finocchietto selvatico)
    Pepe nero
    2 kg di sale grosso
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    Innanzitutto, ho cosparso dell’abbondante sale in una teglia su cui ho appoggiato le cipolle che ho ricoperto con il sale residuo. Ho messo in forno, poi, a 160 gradi: ci sono volute circa due ore: il tempo – ovviamente – varia a seconda della loro grandezza. Una volta cotte (lo si capisce esercitando su di loro una leggera pressione e controllando che inizino a sembrare leggeremente “svuotate”) e leggermente raffreddate, le ho estratte dal sale e pulite delicatamente con uno strofinaccio tagliando loro la crosta con una forbice. Poi, aiutandomi con un cucchiaino, le ho svuotate della polpa che ho ridotto in crema aiutandomi con un minipimer ed emulsionandola con l’olio. Ho poi corretto di sale e, con altrettanta delicatezza, ho riempito le cipolle fino all’orlo. Poi, formaggio abbondante e ancora un filo di olio e in forno, a gratinare per circa cinque minuti. 

     

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    PS. Ovviamente, non è detto che voi abbiate in casa questi ingredienti (magari!): in questo caso, potete ottenere un risultato egualmente buono scegliendo un olio più delicato, per esempio, nel caso vogliate provarle con parmigiano. Oppure egualmente robusto, usando caciocavallo o pecorino. Insomma, provate giocando: tanto la cipolla al sale resta ottima, qualunque sia la sfumatura di sapore che sceglierete di darle!

    Cipolle al sale salvatore tassa

  • Danubio salato con crema di cipolle e caprino ai semi di  finocchietto selvatico

    Danubio salato con crema di cipolle e caprino ai semi di finocchietto selvatico

    come si prepara il danubio salato

     

    Da molto  tempo  non facevo un danubio salato.  Me ne è tornata voglia grazie alla vergogna di finire sulla pagina del danubio di gennarino.org: pagina che, come tutte le altre, è vecchia di anni. Esteticamente terribile ma tant’é: allora decisi di  mettere su un sito di cucina  senza sapere nulla di nulla, nè di informatica nè di html. Era il 2000: allora non esistevano i blog e i forum si contavano sulle dita di una mano e – soprattutto – non esistevano i siti di cucina come li intendevo io. E allora me ne feci uno, semplicemente: studiando ciò che mi serviva per realizzarlo.
     
    Sono tornata sulla pagina, dicevo, e mi sono vergognata: sia dell’mpostazione grafica che della foto. E siccome – udite! udite! – sto studiando di nuovo (wordpress, stavolta) per rifare completamente gennarino.org ho deciso che anche le foto meritano di essere rifatte e che mi toccherà rifare tutte le ricette. Una per una.

    Oggi è toccato al danubio. 
     
    Due parole su questa preparazione.
    Nonostante il nome, non è nella di esotico o strano. E’ una semplice pasta tipo “brioche” (che può essere preparata in versione sia dolce che semidolce (come in questo caso). Una volta lievitato l’impasto, questo viene rovesciato sul piano di lavoro e schiacciato (senza reimpastarlo). Poi viene tagliato in porzioni uguali al cui centro viene messo il ripieno scelto per l’occasione,  e rimesso a lievitare – in teglia, posizionando i panini molto vicini – dopo aver richiuso le estremità su se stesse e formato come per i panini al latte. Si lascia ancora ancora lievitare, consentendo ai panini di attaccarsi, crescendo, gli uni agli altri, e poi si inforna.

    Servono:
    Farina 0 250 gr
    farina manitoba 250 gr
    strutto o burro gr 100
    zucchero gr 20
    latte gr 80-100 (dipende dalla capacità di assorbimento della farina)
    lievito di birra gr 10
    3 uova (nell’impasto ne vengono usati solo 2,5. Quello rimanente va messo da parte ed usato per lucidare prima della cottura)
    un cucchiaio di sale fino
    1 cucchiaio di miele di arancio

    Per il ripieno:
    Crema di cipolle, preparate come per le montanare
    100 gr stagionato al finocchietto selvatico grattugiato

     

    come si prepara il danubio salato
     
     
     

    Lavorare a lungo la farina con le uova (ricordandosi di tenerne da parte un po’ per la lucidatura finale) il  burro, il miele, il  lievito di birra, e metà del latte e aggiungendo le uova un po’ per volta, a cucchiaiate, ed il latte solo una volta terminata l’aggiunta di queste. Quando l’impasto appare ben incordato aggiungere lo zucchero disciolto in metà del latte rimasto e, dopo che questo si sia ben amalgamato, il sale aggiunto nel latte residuo. Lavorare ancora e  mettere a lievitare fino a quando non sia raddoppiato di volume.

    A questo punto, rovesciare l’impasto sul tavolo, schiacciandolo con le mani e dividendolo in porzioni del peso di circa 60 gr ognuna. Schiacciarle ancora un po’ con le mani e mettere al centro di ognuna un po’ di crema di cipolle e di formaggio grattugiato. Chiudere quindi i lembi su se stessi e formare come per i panini al latte (per esempio, come in questo video).

    Una volta compiuta quest’operazione per tutti i panini, disporli in una tortiera tonda (ricoperta da carta per cottura spolverizzata da farina), spennellare le palline di uovo sbattuto con un po’ di latte e far lievitare per circa 1 ora coperte con un panno. Infornare nel forno già caldo a 200-220°.

     

  • La pizza fritta meglio nota come zeppulella di pasta cresciuta (condita a “pizzella” e a “montanara ai genovesi”)

    La pizza fritta meglio nota come zeppulella di pasta cresciuta (condita a “pizzella” e a “montanara ai genovesi”)

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    Le zeppulelle di pasta cresciuta sono un classico della friggitoria napoletana. Nate come cibo da strada, sono costituite da un impasto morbido a base di acqua e farina, leggero e ben areato,e servite semplicemente fritte, senza alcun condimento. Io ho voluto giocarci un po’ e servirle condite, prendendo spunto dalla montanara della pizzeria Salvo, di San Giorgio a Cremano (uno dei luoghi sacri della pizza e della friggitoria, assolutamente da visitare. Più prima che poi): una pizza fritta, condita con Sugo ai Genovesi* con Cipolla ramata di Montoro e scaglie di Caciocavallo di Castelfranco in Miscano.
     
     
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    Ho preso vergognosamente spunto, dicevo da questa, ed ho preparato in casa un sugo simile (partendo dalla mia ricetta di genovese e procedendo allo stesso modo, ma senza carne) e usando del caciocavallo campano non troppo stagionato.  Mentre la cipolla cuoceva, ho preparato un semplice sugo di pomodoro ed  ho preparato l’impasto, scegliendo di usare poco lievito e – di conseguenza – una farina in grado di reggere una lunga lievitazione (la Caputo Rossa).  

     

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    Una delizia. Da scofanarsi, come si direbbe a Napoli.
     
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  • Ricetta babà napoletano: quello tradizionale, insomma

    Ricetta babà napoletano: quello tradizionale, insomma

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    Il babà napoletano non è un dolce tra i più semplici da preparare in casa. A mano, è quasi impossibile: servono braccia forti ed instancabili, e tanto tempo a disposizione. La tecnica è quella dell’impasto sbattuto (se non sapete di cosa si tratta, guardate questo video), la più adatta per incorporare le uova necessarie per questa ricetta. Già perché questo dolce, lo fanno soprattutto le uova: sono tante, tantissime in proporzione, in peso “almeno” uguale a quello della farina. Facile quindi che l’impasto non raggiunga l’incordatura necessaria oppure che, lavorandolo in planetaria, si surriscaldi fino a diventare colloso rovinando irrimediabilmente il risultato. Meglio quindi usare una farina forte – una manitoba *vera* cioé, non di quelle del super) ed un’impastatrice: in questo modo, e con un po’ di pratica, avrete sicuramente un risultato perfetto.
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    Servono
    250 g. di farina forte (affidatevi, se potete, ad una manitoba “di mulino”)
    12 gr di lievito di birra
    70 g. di burro
    70 gr. di zucchero
    400 g. di uova (pesate con il guscio, sono più o meno 7, non grandissime)
    1 pizzico di sale

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    L’impasto

    Il babà va  lavorato per gradi, senza fretta.
    L’inizio: si mette la farina in una ciotola la farina con 2 uova, il lievito sbriciolato  e metà del burro a pezzetti ed si impasta a velocità medio bassa per qualche minuto.  In questa fase, l’impasto si presenta piuttosto duro, Se necessario, si può aggiungere un po’ di uovo sbattuto (ma solo se l’impasto dovesse presentarsi sbriciolato e non compatto.
    A questo punto, inizia la lavorazione vera e propria. Ancora qualche minuto l’impasto va lavorato duro così com’è, poi si inizia l’aggiunta delle uova (sbattute a parte) a cucchiaiate, a velocità lenta. Una volta incorporato bene l’uovo, si alza la velocità (non di molto, per non rischiare di strappare il glutine)  e lavorare un minuto. Poi, aggiungere un’altra cucchiaiate o due di uova. Si continua così fino ad esaurimento delle uova: nella penultima aggiunta di uovo, poi, si aggiunge lo zucchero e lo si fa sciogliere bene prima incorporare all’impasto. Nell’ultima, invece, il sale. Una volta esaurite le uova, si aggiunge il resto del  burro morbido a pezzettini e si lavora a velocità mediobassa fino a quando non si è ben incorporato. Questo, lo si può controllare verificando l’incordatura: se il babà è ben impastato, tirando la pasta si ottiene un effetto che assomiglia ad un velo (qui, un po’ di vecchie foto in cui si vede l’incordatura).

    Si lascia quindi lievitare (per una temperatura di una ventina di gradi saranno necessarie 3-4 ore circa. A questo punto, se si preferisce un babà dall’alveolatura più serrata, si rovescia sul tavolo, sgonfiando l’impasto senza lavorarlo, e si dà un giro di pieghe a tre. Altrimenti  si sgonfia l’impasto e lo si fa crescere di nuovo sino al raddoppio.

    Formatura dei babà piccoli

    A questo punto, ungetevi  BENISSIMO le mani di burro e fate altrettanto con gli stampini. Se usate quelli piccoli (i miei sono alti circa 7 cm) dividete l’impasto in porzioni di 30 gr ognuno e formate delle palline (non sono riuscita a fotografare, visto che ero da sola. Potete quindi vedere qui da Tina come fare la MOZZATURA del babà). Sistemetele quindi dentro gli stampini e coprite con del domopack trasparente, lasciando lievitare fino a quando l’impasto non abbia raggiunto i bordi.
    Formatura del babà grande
    Altrimenti, ungete uno stampo grande (della vostra forma preferita, l’importante è che sia con il buco) e sistematevi la pasta, coprendola anche in questo caso con del domopack trasparente e lasciate lievitare per il tempo necessario per il raddoppio del volume.
    Cottura
    Il babà va cotto nella parte bassa del forno. Solo in questo modo, potrà svilupparsi in tutta la sua altezza senza rischiare di bruciarsi in alto. Detto questo, la temperatura del babà varia a seconda delle dimensioni (e delle caratteristiche del proprio forno). Nel caso di quelli piccoli,  220 gradi, forno in temperatura, su pietra refrattaria poggiata sulla parte bassa del forno. Per quelli grandi, invece, stesse condizioni ma forno a 180 gradi
    Lo sciroppo 
    Preparare intanto la la bagna facendo bollire per quindici minuti 450 gr di acqua con 200 gr di zucchero e la buccia di un limone. A questo sciroppo, aggiungete poi – una volta freddo – del rum a piacere, stando attenti a non esagerare: altro rum, infatti, sara’ spruzzato direttamente sul babà al momento di servire.
    Una volta cotti e sfornati, lasciate raffreddare i babà e immergeteli – uno per volta – nello sciroppo (riscaldato a 40 gradi circa). Rigirate bene in modo che si imbevano bene bene, e strizzateli tra le mani il babà, con un movimento di compressione (e non di torsione). Il babà si comportera’ come una spugna, lasciandosi cioè spremere senza opporre apparente resistenza e riprendendo, al cessare della forza premente, la forma originaria. Riponeteli in un piatto e serviteli dopo qualche ora, in modo che siano ben morbidi. Spruzzandoli, magari, con ancora un po’ di rum. Oppure, farcendoli con un’ottima crema pasticcera e decorandoli con crema e amarena.
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    Ma ora che è pronto, cosa ci bevo su?
    Secondo Luciano Pignataro,”l’abbinamento a questo babà tradizionale chiama l’energia della Falanghina del Sannio, un bianco di corpo che conserva sempre grande freschezza. Scegliamo la Falanghina Jocalis, da uve passite, di Aia dei Colombi a Guardia Sanframondio e bagnateli, al momento di servire, con del rum o del limoncello”. 

    E se con il babà ci facessi un bon bon?  Vi piace questa idea? Allora godetevi il post di Rossana!