Anno: 2011

  • Filetti di orata in crosta di patate al forno

    Filetti di orata in crosta di patate al forno

    orata in crosta di patate

    L’orata in crosta di patate è un piatto davvero facile. A patto che si sappia sfilettare l’orata o si abbia un pescivendolo disposto a farlo.

    Io, lo faccio da me. Due orate e coltello bello affilato. Se possibile, da sfilettatura.
    orata in crosta di patate
    Poi, con una pinza, tolgo via le spine residue.
    orata in crosta di patate

    E procedo così.

    Ricopro una teglia di carta forno e sistemo le orate su un letto di patate tagliate sottili con la mandolina, cosparse di sale ed erbe aromatiche (lo preparo io, pestando sale ed erbe). Adagio su queste i filetti e li copro con altre patate. Di nuovo una spolverata di sale aromatizzato e un po’ di olio. Aggiungo anche qualche pomodorino tagliato a metà, per un po di gusto in piu’, soprattutto al sugo, ed un tocco di colore.

    Inforno in alto, come per la pizza, a 200 gradi con grill acceso. Pronto in poco piu’ di un quarto d’ora.

  • La piadina romagnola

    La piadina romagnola

     
     
    La piadina romagnola è un prodotto antichissimo di cui si trovano tracce già nel 1371 in una ricetta che ben poco si discosta da quella attuale: “Si fa con farina di grano intrisa d’acqua e condita con sale. Si può impastare anche con latte e condire con un po’ di grasso di maiale”.
    Da allora, poco è cambiato, almeno negli ingredienti.
     
    “Io la giro, e le attizzo con le molle
    il fuoco sotto, finché stride invasa
    dal color mite e si rigonfia in bolle;
    e l’odor di pane empie la casa…[…]”
     
    Ingredienti
    1 kg di farina debole (a basso contenuto di glutine, cioè)
    130 gr di strutto (anche fino a 150 gr. se piace)
    latte per impastare morbido
    1 cucchiaino da caffè di bicarbonato (facoltativo)
    10 gr di sale fino
     
    Procedimento
    Si impasta il tutto in modo da ottenere una discreta morbidezza, poi si formano tante palline che andranno coperte con tovagliolo, lasciando riposare per circa mezz’ora.
    Passato questo tempo, si riprendono e si lavora l’impasto brevemente; poi si stendono col matterello sulla spianatoia, regolando lo spessore a piacere. La piada romagnola e’ spessa circa 5/6 mm., quella riminese e’ sottilissima.
     
     
    Cottura
    Da questa dipende in pieno un buon risultato. Il testo, in cotto o in ghisa, deve essere MOLTO caldo. Appena posta sul testo, la piada va forata coi rebbi della forchetta, e da quel punto in poi dovrà ‘ruotare’ (facendo perno su se stessa, non voltandola) molto spesso con un coltello a lama sottile o una spatola. Cottura veloce ed uniforme, crosticina sottile esterna, interno soffice.
     
    Durante la cottura, la piada va mossa spesso, facendola ruotare su se stessa adagiata sul testo e voltandola una sola volta per lato.
     
    Se il testo e’ molto caldo (deve esserlo) la cottura non deve impiegare per piu’ di 2/3 minuti per lato. Il colore di una giusta cottura: possibilmente chiaro, NON dorato (cottura troppo prolungata, testo poco caldo, piada troppo secca), ma quasi bianco panna con vescichette di circa 1 /2 cm di diametro brunite, quasi bruciate.
  • Melanzane in agrodolce (caramello agrodolce, per la precisione)

    Melanzane in agrodolce (caramello agrodolce, per la precisione)

    Melanzana rossa di Rotonda la ricetta al caramello
     
    Stavolta, l’ispirazione di questa ricetta di melanzane in agrodolce al caramello è stata siciliana.
    Le avevo mangiate a Marzamemi, in provincia Siracusa. Un paesino piccolissimo, ma con due angoli incredibili, in cui sembra che il tempo si sia fermato. La tonnara, innanzitutto: il borgo è nato e si è sviluppato intorno a lei. Ancora oggi, è tutto lì: una piazza, una chiesa nuova ed una vecchia (di cui è rimasta solo la nuda, splendida e povera, facciata). Poi, su un lato, il Palazzo del Principe di Villadorata e, sull’altro, le casette dei pescatori. Di queste, alcune si affacciano direttamente sul mare e – se si ha la fortuna di essere lì in un giorno d’inverno – la sensazione che si prova passeggiando sotto le loro finestrelle è quella di essere altrove, in un luogo ignoto, confuso sia nel tempo che nello spazio, che assomiglia a scene di vecchi film in bianco e nero. Scogli in riva al mare, onde alte che vi si abbattono contro e figure femmili che guardano verso il mare. Aspettando di scoprire chi sarà l’ultima a rimanere sola sugli scogli, in attesa di qualcuno che forse non tornerà.
    Ma stavo parlando delle melanzane che ho mangiato li’, in quella trattoria.
     
    Probabilmente erano le “seta”, a buccia viola e pasta bianca. Poi, erano state preparate nella maniera più tradizionale: sbucciate e fritte e irrorate di un agrodolce preparato con aceto rosso e zucchero.
    Io, ho preferito procedere in modo diverso.
    melanzane rosse al caramello agrodolce

    Innanzitutto, non le ho sbucciate: è il colore, la particolarità di queste melanzane, ciò che le rende uniche. Ho preferito tenere la scorza, limitandomi a tagliarle in fettine sottili.

    Melanzana rossa di Rotonda la ricetta

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  • Cartoline dalle vacanze, alba adriatica. In attesa della piadina.

    Cartoline dalle vacanze, alba adriatica. In attesa della piadina.

    Non c’entra nulla con la cucina, lo so. Ma è stata una scoperta troppo grande per non raccontarla con qualcuna delle foto che ho scattato. In attesa, magari, di parlar di piadina (che preparerò e fotograferò nei prossimi giorni con la farina “specifica” che mi è stata gentilmente donata in loco).

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    Non amo particolarmente l’Adriatico: sono nata in riva al Tirreno e quando penso al mare non posso non pensare a quello cui sono abituata. Ed è li’ che ho voglia di andare quando ho desiderio del mare. Unica eccezione, lo Ionio, soprattutto quello salentino, nei dintorni di Gallipoli.

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    Nonostante questo, ci sono stata per ferragosto. Avevo voglia di fotografare le saline di Cervia – foto nei prossimi giorni, con il racconto del sale dolce – e sono stata in riviera per il we di ferragosto. Ed ho avuto la sorpresa di un mare che non conoscevo.
    L’occasione è stata un concerto in spiaggia, all’alba. Non che ne avessi particolarmente voglia, confesso, ma l’idea di qualche scatto mi ha tentato più della pigrizia. Ed ho ceduto.
    La prima sorpresa è stata la bassa marea, ed i gabbiani. Tanti e a riva, quasi a riappropriarsi della spiaggia che durante il giorno non possono godere. La seconda, invece la luce: talmente potente da trasformare la superficie di sabbia bagnata in uno specchio.

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    E che la parola “specchio” non sia esagerata, credo lo spieghino bene questi scatti. Sono tutti riflessi nell’acqua che ho colto scattando dopo essermi spostata io dentro al mare e puntando l’obiettivo verso la spiaggia.

    alba a cesenatico

    Poi, i gabbiani a riva. Ed il silenzio colorato di rosa dal sole che nasceva. Insomma, ho capito che io l’Adriatico l’ho sempre trattato male. Che non lo conoscevo affatto, e che mi ero accontentata sinora della spiaggia attrezzata, tipicamente romaganola, scambiandola per il mare.
    alba a cenesatico
    No, il mare è un’altra cosa: e se capitate in riviera, provate per una volta ad alzarvi all’alba.
    Farete una splendida scoperta sicuramente, anche voi.
  • Stavamo dicendo di panino con la milza

    Stavamo dicendo di panino con la milza

    Che poi, “panino” lo chiamate voi che non siete palermitani. Il palermitano, se non lo dice in dialetto, lo chiamerà focaccia e basta.
    Antica Focacceria San Francesco
    Il panino con la milza… o, per meglio dire, ” ‘u pani c’ ‘a meusa“… è… Palermo. O si odia o si ama, non c’è via di mezzo.
    Provate a nominarlo, descriverlo o offrirlo a qualcuno: le reazioni saranno due. O si illumina in viso e vi dice solo: “Da chi?”, mentre si avvia, oppure fa la faccia storta, si mette la mano davanti, emette suoni di disgusto. Bene, il primo è un palermitano, vero o ad honorem, il secondo potrà amare questa città, ma non ne farà mai parte fino in fondo.
    Ma facciamo conto che siate del primo tipo, che abbiate detto:“Da chi?” e che ci siamo avviati.
    Ed ecco che nasce la prima questione di appartenenza. Perché in questa città fatta di cose povere e superbe, ognuno è convinto di conoscere il posto migliore in cui mangiare il migliore panino e di quel posto ama tutto, i muri, le sedie (se ci sono, se amate il mevusaro della Vucciria, dovete mangiare in piedi, in mezzo alla strada), il mevusaro e il suo stile.
    Perchè il panino con la milza, anche se è il più povero e proletario degli snack, anche se è umile che più non si potrebbe, ha un suo cerimoniale.
    Rochi, il meusaro della Vucciria

    Qualcuno vi porterebbe , dunque alla Vucciria, qualcuno a Piazza Marina, sotto i ficus secolari, che sembrano delle gigantesche capanne, qualcuno a Porta Carbone, dove lo mangiavano i camionisti, alle 7 del mattino, con la vista delle barche da diporto ormeggiate alla Cala, annaffiandolo col vino bianco. Mentre la gente prende il cappuccino e il cornetto.
    E ne trovereste degli altri, che hanno scovato un banchettino, un bugigattolo chissà dove, nei vicoli e nei mercati e vi diranno che è la “meglio mevusa della città”.
    Se veniste con me a mangiarlo, vi porterei alla Focacceria San Francesco, perchè è il posto più antico e piano piano sto diventando antica anch’io e quel posto lo amo.
    Lo amo perchè sia che arriviate (a piedi, s’intende) da via Maqueda, sia che arriviate da Piazza Rivoluzione, se non ci siete mai stati vi sembrerà di scorgere in scorcio prospettico, un locale dall’aspetto antiquato, una bottega che si apre su una via stretta e tortuosa, con le case che incombono, da una parte e dall’altra della strada. E senza marciapiedi, che se passa un’automobile vi dovete appiattire contro il muro. Ma improvvisamente…bang! Davanti alla porta del locale si apre una piazzetta fuori dal tempo, con tanto di chiesa romanica(e romantica, va forte per i matrimoni) e pavimento a “balate” e palazzi antichi che la racchiudono. Peccato per i tavolini, che ne hanno preso possesso, insieme agli ombrelloni e ai divisori per distinguere i settori di servizio. Una volta non c’erano e potevate anche andarvelo a mangiare sul marciapiedi, il vostro panino bello caldo.
    Il panino con la meusa.

    Ma pazienza, quel che non è cambiato è l’odore, il profumo dello strutto caldo e della milza cotta che deve avere ormai, dopo più di cento anni, impregnato i muri e l’aria. Quell’odore che fa brontolare di golosa attesa gli stomaci degli estimatori e che fa diventare verdognole le facce dei detrattori.
    Ma entriamo.
    Il locale sembra rimasto fuori dal tempo, i tavolini Liberty, di ferro battuto col piano di marmo grigio, i lampadari in stile, accesi sempre, di giorno e di sera, il piano di sopra da dove si mangia e si osserva il via vai degli avventori. Da qualche tempo ci trovate altri piatti della gastronomia siciliana, ma non ci si va apposta per assaggiarli, altrove li trovate anche migliori.
    No, il Re è sempre lui, il panino con la milza, al quale è consacrato il bancone centrale, d’epoca anche questo, col mevusaro in grembiule, che officierà per voi questo rito antico.
    Il "vecchio" focacciere.
    Chiedete:”Una focaccia“.
    Vi sarà risposto: ” Come la vuole?”.
    Ancora una volta è alla prova la vostra palermitanitudine dell’anima.
    Potrete averla “schietta”, con milza e basta, “maritata” con milza e formaggio e “completa”, con milza, formaggio e ricotta fresca. E provate a indovinare quale preferisce mangiare il palermitano vero…
    Dunque chiedete una focaccia completa, con l’aria lievemente scandalizzata al pensiero che il mevusaro abbia visto in voi uno stomachino debole. Lui si china sul tegame, un tegame lustro di strutto, inclinato da un lato, incongruamente grande, visto che, a una prima occhiata vi sembra vuoto.
    Meusa in cottura

    Ma guardando meglio vedrete tutta la milza ammucchiata da un lato, calda ma lontana dallo strutto che soffrigge in modo impercettibile sul fondo del tegame che, appunto per raccoglierlo, si tiene inclinato. Con mossa veloce, il mevusaro trascina giù nel grasso la giusta quantità di milza e la ripassa velocemente nello strutto. Bisogna dire, a questo punto, che il ripieno della “vera” focaccia, non è solo milza, ma fettine di milza e di polmone bolliti precedentemente e “scannarozzato”, cioè la trachea e tutti quei tubicini che stanno nel collo. E’ importante che ci siano tutti, perchè un morso li riconosce: la milza, cremosa e vellutata, il polmone elastico e lo scannarozzato un po’ calloso e croccante sotto i denti.
    Il panino con la milza (pani ca meusa)

    L’officiante raccoglie un giusto mix dei tre componenti con una forchetta a due denti( o una forchetta normale a cui siano stati eliminati i due rebbi centrali), lo sgronda un po’(ma non troppo) dall’eccesso di strutto e lo preme contro il panino, la focaccia rotonda, col sesamo sopra, ricca di mollica e tagliata per poco più di 3/4.
    Sempre tenendo la forchettata di ripieno sul pane, dà due o tre scrolloni, per evitare che vi sgoccioli lo strutto addosso e far sì che, nello stesso tempo, il pane ne assorba il giusto.
    Poi, con un movimento fluido e veloce, aggiunge una cucchiaiata di ricotta di pecora, bianca e freschissima e una sfioccata di caciocavallo stagionato, tagliato a fili sottili.
    A quel punto( siete emozionati) vi “consegna” la vostra focaccia completa.
    Non ve la porge e non ve la dà…ve la consegna, come un segreto o un’onorificenza.
    Voi la tenete in mano qualche secondo, lo strutto comincia a violare il tovagliolino di carta e l’odore sontuoso e prepotente prende possesso della vostra persona(lo avrete addosso e nei capelli fino a sera).
    A questo punto…occhio! L’ultima prova di palermitanitudine: non date il primo morso restando eretti in posizione verticale, ma piegatevi leggermente in avanti, che lo strutto caldo, gocciolante, non vi macchi i vestiti. Questo piccolo inchino davanti alla focaccia che sta nella vostra mano dice: “Questo è un palermitano vero!”
    pani ca meusa
    E adesso mangiate, presto, prima che si raffreddi.
    Ci sono dei mezzi limoni, sul bancone, ma non prendeteli, non assassinate il meraviglioso concerto di sapori di questa esperienza unica col limone che “me lo fa digerire meglio”…è un cibo eccessivo e pesante, siate coraggiosi, sfidatelo senza mezze misure!
    E beveteci sopra solo del vino o, meglio della birra, o birra e gazzosa… non sciupate tutto con una cocacola!
    (Foto mie, racconto di anita per gennarino.org)
  • Melanzane rosse ripiene al pane di Matera e caciocavallo podolico

    Melanzane rosse ripiene al pane di Matera e caciocavallo podolico

     

     melanzane rosse ripiene

    Non conoscevo queste melanzane, le ho scoperte per caso su facebook un giorno nella mia home. Erano sulla bacheca di Angela, di Sapori dei sassi, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente a marzo e di cui conosco la cura che mette, ogni giorno, nello scegliere i suoi prodotti. E non ho resistito.

    Non solo: ho approfittato per regalarmi anche un po’ di sapore di pane di Matera, quello vero, e del caciocavallo podolico stagionato. Più altre cose, tutte altrettanto buone ma di cui vi racconterò nei prossimi giorni.

     
    Per ora, le melanzane. Sono coltivate a Rotondi, in Lucania, e non si trovano al di fuori di questa zone. La consistenza è un po’ diversa da quelle delle melanzane solite: più corpose e croccanti. Anche il sapore mi ha piacevolmente sorpresa: all’assaggio, si avverte la nota amara della melanzana, quella che ormai è impossibile avvertire in una normale produzione di serra, piacevolissima. Per questo, ho scelto di non trattarle con il sale prima di cuocerle.
     
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    Sulla ricetta, ho improvvisato, scegliendo di utilizzare i prodotti che mi erano arrivati insieme a loro: il pane, appunto, e il caciocavallo. Ho deciso per una preparazione semplice, che puntasse semplicemente sull’unione di sapori dello stesso territorio.
     
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    Prima di tutto ho svuotato le melanzane, dopo avere tagliato loro la parte superiore. Ho bollito quindi le scorze svuotate per una quindicina di minuti. A metà cottura, ho aggiunto le calottine (temevo che bollendo tutto assieme si sarebbero scotte). Una volta pronte, le ho scolate e messe ad asciugare capovolte, in modo da far perdere loro tutta l’acqua. Intanto, ho bollito la polpa, una decina di minuti anche questa. Una volta scolata, e raffreddata, lo stretta tra le mani strizzandola bene e con questa ho preparato il ripieno. In una ciotola, cioè, ho messo la polpa e più o meno un peso equivalente di caciocavallo grattugiato e mollica di pane ridotto in briciole (metà melanzana, cioè, e metà di altri ingredienti). Ho aggiunto un uovo (la quantità di questo, ovviamente, dipende dalla quantità di melanzane utilizzate: non è necessario essere precisissimi, basta fermarsi nel momento in cui si ottiene un impasto morbido), sale pepe e maggiorana tritata ed ho lavorato velocemente con le mani ottenendo una crema con cui ho riempito le melanzane che ho passato in forno caldo per una mezz’ora, dopo avere – ovviamente – irrorato di olio.
    Pugliese, questo, di lucano purtroppo in casa non ne ho. Ma buono altrettanto. E poi, ho la fortuna di conoscere “di persona” gli ulivi da cui viene prodotto, fortuna che non è da tutti. Purtroppo.