Mese: Febbraio 2015

  • Come si prepara il ragù alla bolognese: le regole da seguire

    Come si prepara il ragù alla bolognese: le regole da seguire

    ricetta del ragù alla bolognese

     

    Il ragù alla bolognese è una delle ricette italiane più famose nel mondo e anche più bistrattate.  Eppure sono poche le regole da seguire, e neanche tanto difficili. La ricetta, quella originale, l’ho già pubblicata. Ora mi limito a sottolineare i passaggi importanti di questa preparazione.

    Innanzitutto, il primo punto: la scelta degli ingredienti. Il principale, ovviamente, la carne. Siete tra quelli che andate in macelleria e comprate del macinato bello magro per il ragù? Niente di più sbagliato: se la carne è troppo magra e pulita, il ragù non viene bene.  Occorre una carne diversa, non di primo taglio: non è necessario che sia grassa, anzi, ma deve essere ricca di tessuto connettivo. Quella indicata dalla ricetta originale è il taglio che a Bologna viene chiamato cartella (il diaframma, nel caso il vostro macellaio non lo conosca). Se non lo trovate, un’ottima alternativa è data dal guanciale: ottimo, per le lunghe cottura come i ragù.

    Detto questo, fatevela pure macinare dal vostro macellaio: ma in maniera grossolana, assolutamente vietato farla passare due volte come fa qualcuno nella speranza di ottenre un ragù più delicato e morbido. La morbidezza viene, appunto, dalla carne giusta e dalla lunga cottura. Non certo dalla macinatura.

    Se avete poi la fortuna di avere un bravo macellaio – merce rara ormai – prima di farvi macinare la carne, fatevi macinare un po’ di pancetta fresca. Questa è ottima come base per il soffritto, assieme ad un goccio di olio.

    soffritto

     

    Altra regola fondamentale: la verdura non va soffritta insieme alla carne ma in tempi separati. In questo modo, sia carne che verdure saranno soffritte in maniera ottimale (bassa temperatura e tempi lunghi per le verdure, il contrario per la carne). Si inizia mettendo in padella la pancetta con un po’ di olio: il grasso di cottura del soffritto sarà quello della pancetta, fuso a calore moderato e solo aiutato da un cucchiaio di olio.  Quando il grasso è diventato trasparente, si aggiunge la verdura e il sale grosso, e si fa soffriggere a fuoco lento senza fretta. Ricordate che un buon soffritto non dura mai meno di venti minuti (ma se dura di più è anche meglio).

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    Un aspetto spesso sottovalutato: quale pentola?
    Non so se ci avete mai pensato ma le preparazioni come il ragù non gradiscono alluminio o acciaio. Occorre materiale spesso e pesante, in grado di accumulare calore per sfruttarlo al meglio con la fiamma bassa. Non è necessario spendere un capitale, non proccupatevi: certo, le nuove pentole in ghisa sono bellissime ma se non sono alla vostra portata  – alla mia no di sicuro – accontentatevi pure di una di coccio. Basso costo e massima soddisfazione, garantito.

    Per cui, soffriggete pure in padella. Io consiglio: prima la verdura. Una volta pronta (non abbiate fretta, ricordatelo: un buon soffritto richiede di norma 30 minuti: se non ci credete, provate una volta e vi accorgerete della differenza) mettetela nel tegame. Poi soffriggete la carne. Una volta che anche questa è pronta, passate anche qeusta in tegame e deglassate il fondo della padella. Cioè versate mezzo bicchiere di vino e con una spatola di legno grattate via il fondo lasciato dalla rosolatura precedente e fatelo sciogliere nel vino. Ripulite in questo modo la padella e poi aggiungete questo vino al ragù. Certo, potete anche non farlo: ma in questo modo buttate via buona parte del sapore.

    Il concentrato di pomodoro: un ingrediente assolutamente obbligatorio.
    Senza questo, ricordatelo, non è vero ragù.  Scioglietelo in liquido caldo (se avete brodo è meglio, se no accontentatevi pure di acqua) e aggiungetelo. Mescolate bene e iniziate la cottura a fuoco normale. Non appena il ragù inizia a sobollire, abbassate pure al minimo e mantenete questa fiamma fino alla fine. Dettaglio importante: i ragù deve concentrarsi piano piano: per cui sì al coperchio ma lasciato in fessura con un cucchiaio di legno. Che mantenga insomma l’umidità all’interno del tegame, consentendo nel contempo una sua parziale evaporazione.

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    Dettaglio finale: senza latte non è ragù. Unica eccezione consentita, la panna. Ovviamente la quantità di questa varia a seconda della quantità di carne: meglio non esagerare, secondo me: al massimo un paio di cucchiai per mezzo chilo di carne. In ogni caso, FRESCA: quella UHT lasciatela pure sugli scaffali. Dimenticavo: se usate panna, aggiungetela alla fine, dopo che avrete portato a cottura con brodo (ovviamente, in questo caso, no latte).

    Infine: le spezie.  Anche qui, una nota di sapore spesso sottovalutata. Al pepe, infatti ci arrivano tutti, ma chi non è emiliano trascura spesso il tocco fondamentale: la noce moscata. Senza esagerare, ovviamente, ma non dimenticate questa aggiunta finale. Solo coì potrete dire di stare mangiando un ragù emiliano doc!

     

     

  • Ragù di croste di parmigiano reggiano (e disquisizioni varie sul tema: Festival di Sanremo)

    Ragù di croste di parmigiano reggiano (e disquisizioni varie sul tema: Festival di Sanremo)

    ragu di croste di parmigiano

    Giorni di Sanremo, e di discussioni sul tema nelle bacheche di Facebook.

    Chiariamo una cosa: io NON lo guardo. Mi annoia e preferisco fare altro.  L’altra sera ci ho persino provato, su precisa richiesta di Irene. Ma lei, giustamente, dopo cinque minuti ronfava per cui io mi sono messa a fare e leggere altro, senza paura di essere scoperta.

    Leggo però gli articoli che ne parlano perché trovo che sia una formidabile finestra spalancata sulla nostra società, in grado di raccontarla sotto molti aspetti. Un esempio? Credete che sia neutrale proporre una famiglia di 18 persone sul palco più nazional popolare di Italia? Io credo di no, e sotto questo aspetto vi consiglio di leggere il vecchio, ma sempre piacevole, libro di Gianni Borgna sul Festival in cui erano proprio affrontati i legami tra i testi delle canzoni e la società dell’epoca che le aveva prodotte. E allora, mi chiedo, se non lo guardo e scelgo di leggerne e parlarne perché almeno una decina di persone al giorno deve venire a rompermi le scatole scrivendomi *ma come, stai ancora a guardare il Festival?*. Va bene, serve a farli sentire superiori, lo capisco. Ma non farebbero meglio a scegliere di non rompere gli zebedei a me come io non li rompo ad altri?

    Detto questo, la ricetta di oggi.  A base di avanzi, ma di quelli buoni: ragù alle croste di Parmigiano Reggiano.

    Premessa. Buttare le croste del parmigiano, in casa mia può costare caro.
    Le uso per moltissime cose: mi piacciono nel brodo, per esempio. Oppure nella pasta e patate. Oppure ancora, come si usa in Emilia, fatte alla griglia. Così, semplicemente, ammorbidite dal calore ed arricchite dal gusto leggermente bruciacchiato della griglia.
    Poi, un giorno ho scoperto il *ragù di parmigiano*: è stato su Facebook e ne parlava Bruna come una cosa assolutamente poverissima ed arrangiata. Io però ne sono rimasta colpita ed ho voluto riprovarci. E quando l’altro giorno in caseificio (ho la fortuna di abitare in zona di produzione) ho trovato delle croste in vendita in sacchetti da mezzo chilo, non ho resistito.

    Le ho comprate, e stamattina ho proceduto così.

    200 gr croste di Parmigiano Reggiano
    un cucchiaio di triplo concentrato di pomodoro (io uso il Mutti, da sempre)
    olio
    pepe nero, noce moscata
    sale

    Ho raschiato e pulito le croste di Parmigiano Reggiano, le ho poi tagliate  in  pezzetti piccoli e le ho messe a cuocere in un tegame (io lo uso di coccio) con acqua fino a quando non sono diventate tenere.
    A questo punto, ho aggiunto il concentrato e fatto cuocere per un’ora circa, aggiungendo altra acqua se necessario.

     

    PicMonkey Collage
    Tutto qua, la cottura finisce per sciogliere in maniera irregolare i pezzetti di crosta e il sugo, visto da lontano, grazie a questo finisce per assomigliare ad un ragù con cui è possibile condire la pasta direttamente oppure  usarlo, allungato con acqua bollente, per cuocerci direttemente la pasta come si fa con la pasta e fagioli.

    Io preferisco la seconda… e voi?

  • Pesche ripiene, e una rosa coraggiosa

    L’ho riconosciuta appena l’ho vista: una rosa coraggiosa. Rovinata dal freddo, strapazzata dal vento, eppure stupenda ed austera. Ed il pensiero, come sempre accade ogni volta che i miei occhi incrociano petali tanto rovinati da un freddo invernale, è a lui che è corso.  Ad Aldo, che manca da tanto e pure è sempre qui, inesorabilmente  presente nella mia mente e in quella di chi ha avuta la fortuna di conoscerlo.

    E non ho resistito alla tentazione di fotografarla. Ed ora, aspetto le pesche. Che preparerò ripiene,  sorridendo e pensando a lui, ai suoi capelli rossi, alla sua solitudine, alla sua casa al Terziere. Che ancora non sono riuscita a tornare a visitare, dopo di lui.

    Ciao, Aldo.
    Ci manchi.

    Pesche ripiene all'amaretto

    LA ROSA CORAGGIOSA

    Ieri non c’era, sono sicuro.
    Mi stupisco mentre guardo fuori, eppure e’ proprio li’, fragile, esposta, aggredita dal vento, in un contrasto irreale
    di scheletri irrigiditi di legno nero, nuvole fumo.
    E’ una rosa distratta, nata in questi giorni che e’ difficile scambiare per maggio, e’ rosa ed e’rosa ed e’ erosa.
    Aggredita e vilipesa dal tempo come un ciclista irlandese in salita, secchiate d’acqua in faccia, collo irrigidito contro il vento.
    Mi piace quest’assurda resistenza al destino, di una rosa che non guarda l’ora ma sboccia quando sente che deve, svampitella, impertinente come un cucciolo.
    E mi piace ancora di piu’ il contrasto con il grigio pesante e gravido che le sta intorno,
    e’ una fiammella che vacilla, che sembra sul punto di cedere, di piegare il capo e dire basta, e’ una fiammella che rimane invece li’, orgogliosa e fiera, a dire: io qui sono e qui resto, alla faccia del vento, della pioggia e del pensiero della gente.

    Pesche ripiene all'amaretto

    PESCHE RIPIENE

    (a quelli che resistono a pugni chiusi, a chi non si arrende mai)
    3 pesche medie, vellutate e sensuali
    12 amaretti
    2 cucchiai di zucchero
    2 cucchiai di burro
    1 rosso d’uovo
    1 bicchiere di vino bianco secco

    montare bene il rosso d’uovo con meta’ zucchero,
    impastarlo con gli amaretti sbriciolati e
    un cucchiaio di burro.
    Aprire le pesche a meta’, snocciolarle e scavarle un pochino,
    quindi riempirle con l’impasto e appoggiarle su una teglia da forno.
    Infiocchettare con burro, spruzzare generosamente col vino,
    e infornare per 40 minuti a 180 gradi.

    Servire a temperatura ambiente in un pomeriggio d’inverno,
    meditando sulla difficoltà  di trovare pesche in questa stagione.
    E’ una ricetta per chi ama le vie difficili, poco allineate,
    sempre un po’ in salita.
    E che le percorre senza paura, perché il solo percorrerle
    lo pone in salvo,
    perche’ possiede la rosa rosa coraggiosa e niente può ferirlo.

    una notte di dicembre,
    aldo

     

  • Gnocchetti al pesto di broccoli, pecorino e noci

    Gnocchetti al pesto di broccoli, pecorino e noci

    Pesto di broccoli

    Il pesto di broccoli è decisamente un piatto della serie: minimo sforzo, massimo risultato.

    Una crema di broccoli, molto facile da preparare e che ricorda un po’ il pesto genovese nella cremosità finale, dovuta all’uso abbondante di noci, e alla leggera e pungente piccantezza del pecorino e dell’aglio.

    Pochi ingredienti, ma tutti assolutamente di prima qualità.
    Un provolone stagionato, adatto alla grattugia, gherigli di noci, aglio (poco, attenzione a non esagerare), una pasta capace di rilasciare amido in cottura per accentuare la cremosità (gnocchetti sardi del pastificio Di Martino, in questo caso) e un olio buono. Ma buono davvero: che questo non è dettaglio da poco nel risultato finale. E, ovviamente, broccoli freschissimi.

    Un modo perfetto per fare mangiare verdura ai bambini, ho scoperto: Irene l’ha fatta fuori a cucchiaiate, e la cosa – confesso – non mi è dispiaciuta affatto. Insomma, da provare: e per facilità di esecuzione, buon prezzo degli ingredienti e – soprattutto – efficacia nutritiva per ragazzi non consumatori abituali di verdure.

    Gnocchetti al pesto di broccoli, pecorino e noci

     

    Per 4 persone ho usato:

    1/2 chilo di broccoli
    100 g di provolone grattugiato
    50 g di gherigli di noci (ma se sono dolci come quelle che ho usato io, potete anche abbondare)
    Olio extravergine di oliva, di tipo fruttato intenso
    300 g di pasta (io, gnocchetti sardi del Pastificio Di Martino)

    Pesto di broccoli

    Innanzitutto, ho pulito i broccoli come al solito e li ho messi a bollire.   Li ho scolati al dente (non li ho raffreddati in acqua e ghiaccio visto che non mi interessava particolamente il colore ma se voi ci tenete, magari perché avete ospiti, ricordatevi di farlo), senza buttare l’acqua di cottura e poi li ho sistemati nel bicchiere del minipimer insieme al formaggio ridotto a pezzettini, l’aglio, le noci e l’olio. Ho frullato fino ad ottenere un composto cremoso, aiutandomi con acqua di cottura dei broccoli.

    Ho quindi messo a cuocere la pasta nell’acqua dei broccoli e l’ho scolata bene al dente passandola poi una padella dove avevo messo un po’ di acqua di cottura della verdura, un po’ di olio ed un po’ di crema di broccoli. Ho mantecato bene, fino a completa cottura, per consentire all’amido di rendere cremosa l’acqua di cottura ed ho servito, accompagnando da una cucchiata di pesto di broccoli e decorando con un gheriglio bene a vista.