Categoria: Esperienze

  • Saluterò le stelle, stanotte. Per salutare Margherita.

    Saluterò le stelle, stanotte. Per salutare Margherita.

    Non mi piacciono gli epitaffi. Sanno tanto di lacrime di coccodrillo: per questo non li amo. In genere, i più profondi e accattivanti vengono sempre dalle persone che in vita più avevano ignorato il defunto. In politica, certo (penso alle Stato presente in pompa magna ai funerali di Falcone e Borsellino, per esempio: uno stato che non solo aveva fatto di tutto perché accadesse l’irreparabile ma che a distanza di tanti anni ancora non sa dirci che fine ha fatto l’agenda rossa di Paolo, dove sicuramente potremmo leggere i perché della sua morte) ma anche in molti altri campi.

    Non mi piacciono e non ne farò  Per Margherita dirò solo che sono rimasta addolorata dalla notizia come se ad andare via fosse stata una di famiglia. Esagerato? Non credo. Provo a spiegarlo con le parole di Laura Boldrini: 

    “Contro il modello dominante di donna decorativa e muta, Margherita Hack ci ha insegnato, anche con il suo esempio, che si può sempre scegliere un’altra strada, anche se più scomoda.”

    Ciao, Margherita. Salutaci le stelle. Noi rimaste quaggiù proveremo  a continuare a peccare di curiosità, la stessa che condannò la nostra più antica progenitrice: “La colpa di Eva è stata quella di voler conoscere, sperimentare, indagare con le proprie forze le leggi che regolano l’universo, la terra, il proprio corpo, di rifiutare l’insegnamento calato dall’alto, in una parola Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede.” 

    Senza di te, però, sarà sicuramente  più dura.
  • Vedendo nascere il pane di Matera

    Vedendo nascere il pane di Matera

    pane di matera 

    Poche, le parole che posso scrivere in questo post: non credo si possa raccontare facilmente l’emozione di assistere alla nascita di un pane come quello di Matera. Non mi va di di dire infatti che è uno dei più buoni al mondo: saprebbe di retorica, un tipo di linguaggio che non amo. Preferisco, altri modi di raccontarlo: per esempio, il fatto che è un pane che come poche altre cose riesce a raccontare della terra in cui nasce. Nella forma, innanzitutto. I suoi rilievi, i suoi avvallamenti, raccontano della terra di Puglia (e, checché se ne dica, Matera è terra pugliese e non lucana, per lo meno nell’aspetto). Forme arrotondate uguali a quelle delle colline brulle, tagliate all’improvviso da profonde gravine. E il marrone della crosta, dello stesso colore bruciato dei campi di grano dopo la bruciatura delle stoppe, accostato al giallo che racconta del grano appena raccolto.
     
    pane di matera-6 

    Già, il grano. Il segreto del gusto di questo pane è in buona parte qui: nel grano utilizzato per produrre le farine destinate alla sua produzione.  Si usano solo vecchie varietà di grano, la senatore Cappelli in primo luogo, che producono farine che trasferiscono al pane il gusto ed il sapore tipici che lo contraddistinguono.

    pane di matera

    Poi, il lievito – naturale – ed il processo di produzione, che non conosce fretta.

    pane di matera

    Se volete approfondire le modalità di preparazione, potete leggere qui (dove troverete anche le dosi necessarie alla sua realizzazione).

    pane di matera-3
     
    Io di ricette non ne do, non stavolta: non è per questo che sono andata al forno di notte. Quello che volevo era assistere al miracolo della sua nascita: volevo guardare le mani lavorare l’impasto, e assistere alla sua trasformazione tra le mani dei panettieri prima e l’abbraccio della fiamma poi.
    Pane di Matera
    Ho dovuto accontentarmi purtroppo solo di metà della lavorazione. Ero con Irene, che intorno alle due e trenta è crollata dal sonno. Per la sua età ha resistito anche troppo, in effetti: dopo la cena in macelleria a Laterza io e Giovanni Schiuma (il direttore del consorzio Pane di Matera) le abbiamo fatto prendere un caffè. Per cui, almeno un po’ ha resistito. Permettendomi di fare un po’ di foto.

    Queste, alcune. Che spero riescano a raccontare anche a voi un po’ del piccolo miracolo notturno cui ho avuto la fortuna di assistere.
     
    0steria dei sassi-25

    Ps. volendo proprio impastare, vi ricordo che con la farina con cui è prodotto questo pane, io ho preparato questo.

    pane di Matera semola grano duro
  • A proposito di un certo tipo di giornalismo. E di mozzarella di bufala.

    A proposito di un certo tipo di giornalismo. E di mozzarella di bufala.

    mozzarella di bufala
    Sarà che sono vecchia ormai, sarà che ne ho viste tante, ma a parte lo scarso piacere che provo nel guardare la tv, ormai ho messo assieme una vera e propria intolleranza verso un certo tipo di giornalismo. Quello a base di affermazioni precostuite spacciate per verità assoluta. E di mancanza di confronto – non ci sono interlocutori di parte contraria – oppure di montaggio ad arte di tagli e ritagli che finiscono per fare apparire come silenzi quelli che in origine erano discorsi articolati.
    Un tipo di giornalismo purtroppo sempre più diffuso, soprattutto in televisione: in politica, come in altri campi. E ne abbiamo avuto conferma qualche sera fa. La Sette, Servizio Pubblico. Uno spettacolo – perché di questo si è trattato e non certo di informazione –  demolitore, interviste tagliate  ad arte e rimontate. Il tutto, con un unico scopo: dimostrare che  mozzarella voglia dire camorra e che venga prodotta in condizioni  indecenti se non addirittura illegali, anche dal punto di vista igienico sanitario, e in terre inquinate da discariche e rifiuti tossici. Oppure, nella migliore delle ipotesi, tra case abusive e senza distinzione di territorio di produzione.
    Poco importa che in questo modo si attacchi duramente il lavoro di artigiani onesti – qui potete leggere, per esempio, l’amarezza  di Manuel Lombardi produttore dell’unico presidio Slow food della provincia di Caserta, il Formaggio Conciato Romano – e si rischi di minare le fondamenta di uno sforzo enorme e di rovinare la reputazione di uno dei prodotti di eccellenza della cucina italiana.
    Il tutto, senza possibilità di replica, appunto, che il Consorzio ha dovuto costruirsi “sul campo” attraverso una conferenza stampa tenuta nella giornata di ieri.
    Questi, i passaggi fondamentali. Che riporto, nel mio piccolo, per dovere di cronaca e di informazione. E per la rabbia di vedere demolire senza ritegno, e per pura sete di audience, una delle eccellezze – e delle ricchezze – della mia terra di origine.
    “Stop ai continui attacchi mediatici alla Mozzarella di Bufala Campana DOP. Non si può strumentalmente continuare a gettare fango su un settore che dà lavoro a 15 mila addetti e rappresenta una delle eccellenze del Made in Italy agroalimentare. Siamo pronti a tutelare in tutte le sedi, anche giudiziarie, l’immagine di questo comparto, fatto di persone oneste e laboriose, e del Consorzio di Tutela, che ormai da tre anni ha completamente rinnovato il management e i suoi vertici”.
    Queste, le parole del  presidente del Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana DOP, Domenico Raimondo. Che ha aggiunto: “Noi siamo fieri di tanto lavoro e del clima di totale collaborazione sull’intero territorio nazionale che abbiamo instaurato con le Istituzioni, le Autorità di Vigilanza, gli altri Consorzi di Tutela, le Associazioni di Categoria.
    Cui sono seguite quelle di Antonio Lucisano: “Siamo stanchi di sentire ripetere fatti vecchi senza alcuna possibilità di replica Trasparenza, legalità, collaborazione piena sono oggi i cardini su cui è incentrata l’azione del Consorzio. Lo dimostrano i fatti, come ad esempio l’introduzione di un rigoroso Codice Etico, che impone restrizioni severe a quanti d’ora in avanti vorranno far parte del nostro Consorzio e che prevede l’espulsione per chi lede la nostra immagine. Ma il Consorzio può solo togliere la qualifica di socio a un produttore che si macchia di qualche accusa, spetta al Ministero delle Politiche Agricole impedire che continui a produrre con il marchio DOP, noi non abbiamo poteri”.
    Insomma: se avete guardato la puntata di Servizio Pubblico l’altra sera, fermatevi per un attimo e pensate: e soprattutto, non fatevi convincere da parole come quelle a non consumare più prodotti come la mozzarella. Ci rimetterebbe certo un territorio tutto, ma soprattuto ci rimettereste voi rinunciando a consumare un prodotto – certo problematico – ma controllato e sicuro. Grazie allo sforzo di produttori e Consorzio. E, soprattutto, buonissimo.
  • Cenando in macelleria. A Laterza, in provincia di Taranto.

    Cenando in macelleria. A Laterza, in provincia di Taranto.

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    Già: cenare in macelleria. Non vi meravigliate: fino a ieri non sapevo neanche io che fosse possibile una cosa del genere.  Poi, sono capitata a Matera (dove ho fotografato la nascita del pane: a proposito, ho scoperto finalmente il segreto della sua formatura) e il mio amico Giovanni mi ha proposto di andare a cena in macelleria. A Laterza, per la precisione: dove pare sia molto diffusa l’abitudine, da parte dei macellai, di allestire nei retrobottega degli spiedi  dove cucinano e servono la carne scelta al banco dai clienti.

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    Un evoluzione del cibo da strada in qualche modo: quello che prima era preparato dalle fornacelle itineranti e servito nei cuppitielli di carta paglia, ora è servito al tavolo. Velocemente, certo, ma in piatti di ceramica e accompagnato da posate vere. Accanto, ottimo pane e ottime olive. Perlomeno, nel caso della macelleria di Domenico Tamborrino.
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    Il menù? gnummarieddi (involtini di fegato, polmone e rognone),  bombette di Alberobello, salsiccia ai semi di finocchietto, braciole di capocollo. Da accompagnare da un buon rosso pugliese. 
     
    Via Roma, 58 — Laterza (TA), 099 8216192.
  • Latte tossico, venduto come buono. Ma chi è stato, non si sa.

    Latte tossico, venduto come buono. Ma chi è stato, non si sa.

    Piccolo, grande, sfogo. Senza ricetta.
     
    Notizia sui giornali di oggi: persone arrestate in Friuli per avere messo in commercio latte tossico, contaminato da aflatossine, un fungo cancerogeno con effetti sulla crescita dei bambini.  Si sa il nome, di uno degli arrestati (tal Renato Zampa):  l’ipotesi di reato è di associazione per delinquere finalizzata alla frode in commercio, adulterazione di sostanze alimentari e commercio di sostanze alimentari pericolose per la salute. In alcuni casi è stata certificata anche la presenza di antibiotici.
    Ora, capisco che per queste persone, esattamente come per le aziende coinvolte, valga la presunzione di innocenza. Così come capisco pure che  ci sono coinvolti posti di lavoro, e famiglie, e che allarmismi eccessivi ed ingiustificati in materia tanto delicata come il latte possano provocare danni economici da cui è difficile poi riprendersi. Quello che proprio non capisco però, e che anzi mi rifiuto proprio di capire, è perché una volta concluse le indagini non si possa sapere il nome delle ditte coinvolte. Perché il consumatore debba essere insomma condannato all’ignoranza eterna, e non possa sapere chi ha giocato con la salute sua e dei suoi figli.
    Già: perché le aflatossine, pare abbiano effetti cancerogeni.
    Ecco, non so voi: ma il fatto che qualcuno possa giocare così con la salute dei nostri figli – e degli animali: dato che la logica del profitto è quella che porta all’orrore degli allevamenti intensivi – mi manda in bestia.
    Io vorrei sapere, insomma: e spero che prima o poi qualche associazione dei conusumatori si decida ad una battaglia su questo tipo di informazione.
    Perché è giusto difendere i posti di lavoro: ma non sulla pelle dei nostri figli.
  • Nigella. Persino lei. (Post senza ricetta, con invito)

    Nigella. Persino lei. (Post senza ricetta, con invito)

    Già. Persino lei. Bella, di successo, miliardaria. E sposata ad un miliardario. Eppure, le mani intorno al collo chiuse in una stretta che non sembra propriamente affettuosa, sono toccate anche a lei. 

    Ma non è questo che mi sorprende: sono abbastanza vecchia e smaliziata da sapere che che il germe della violenza contro le donne nasce e vive in ogni classe sociale, in qualsiasi fascia di reddito.

    Quello che mi lascia basita è la *normalità* con cui è stata raccontata questa vicenda. Situazione: un ristorante. Un uomo ed una donna. Parlano, discutono. Ad un certo punto, la discussione – forse – si fa animata. E accade quello che si vede dalle foto. Ma nessuno interviene. Il fotografo scatta le foto dello scoop e gli altri avventori guardano tranquilli, godendosi lo spettacolo del *tanto, anche i ricchi piangono*. E Nigella rimane sola, con quelle mani intorno al collo. Poi si alza e va via, in lacrime. Nessun articolo parla di denunce verso il marito di violento, o almeno di segnalazioni alla polizia. E la vicenda finisce per ammantarsi della solita, terribile, aurea di quotidianità che accompagna tutte le storie di violenza sulle donne. Fatta di accettazione passiva, come se l’amore questo fosse: il consegnarsi anima e corpo a persone che di te possono fare quello che vogliono. Persino distruggerti fisicamente.
    Una normalità che non riesco ad accettare, su cui non riesco a pensare di tacere. Certo, le mie parole sono una goccia nel mare: ma in fin dei conti i blog di cucina sono letti da donne, nella maggior parte. Donne che magari – anche solo per una volta – si sono trovate nella situazione di subire una violenza su cui hanno scelto di tacere.  Donne a cui , però,  vorrei dire *pensateci*. E soprattutto,  andate via al minimo segno di violenza: chiedete aiuto, non tacete. Perché amare, non vuol dire *amare da morire*.Certo, questo poco conterà finché la violenza sulle donne non sarà considerata una piaga sociale da combattere anche attraverso leggi apposite, e finché sarà confusa con il delitto passionale (che spesso viene considerato un attenuante, per quanto incredibile possa sembrare anche la sola idea). Ma è un  passo, sia pure piccolissimo. E soprattutto, non chiudiamoci nell’illusione che la cosa non ci riguardi, perché “tanto, a noi non può capitare“.

    Ps. E dopo queste parole, un invito: quello di dedicare un post nel vostro blog al tema della violenza di genere. Insieme, possiamo parlare a molte donne. E, magari, aiutarle a capire che forse, prima di ieri, persino Nigella fosse convinta che tanto, a lei, non poteva capitare.