Categoria: Esperienze

  • Io, e altre  50 blogger al MedDietCamp… ecco  cosa abbiamo combinato!

    Io, e altre 50 blogger al MedDietCamp… ecco cosa abbiamo combinato!

    dietcamp-36
    Se dovessi raccontare in una parola sola la mia esperienza  al MetDietCamp* di Cagliari, sceglierei di sicuro la parola disegnare.  Tutti i momenti che si sono susseguiti infatti,  in modi diversi, ci hanno spinto in questa direzione. Iniziando dalle facce di molte persone, che sinora avevo conosciuto solo in rete, e che finalmente si sono disegnate davanti ai miei occhi in tutto lo splendore dei loro sorrisi.

    Poi, il laboratorio fotografico e il suo racconto di come sia possibile disegnare con la luce.
    Infine, quello di cucina: un continuo disegnare anche qui: di sapori e di profumi.

    Ma andiamo con ordine. O, almeno, proviamoci…

    PicMonkey Collage

    Il laboratorio fotografico…

    “La fotografia è un’azione immediata; il disegno una meditazione.”
    .. protagonista   Alessandro Guerani, che  ha raccontato di come – in fin dei conti – fotografare non sia altro che un modo di disegnare utilizzando la luce. Partendo da quello che – parlando di fotografia – resta il punto di partenza irrinunciabile: non basta pensare che per scattare una foto basta fare click e affidarsi agli automatismi presenti su ogni macchina. Certo, tecnicamente si può fare… perché no? Otterremo foto sicuramente accettabili dal punto di vista tecnico  ma che non racconteranno nulla  del *nostro* sguardo sul mondo e del nostro modo di vedere le cose. Perché una foto – si sa – non è la macchina a farla, ma soprattutto la nostra testa: che usa luce e macchina fotografica per disegnare l’immagine che abbiamo in mente.
    “Fotografare vuol dire cercare nelle cose quel che uno ha capito con la testa. La grande foto è l’immagine di un’idea”.
    Il secondo passo, poi,   per scattare una bella  foto è imparare a conoscere la luce e  le ombre. Per addomesticarle e piegarle alla nostra volontà non occorrono grosse attrezzature. Si fa  con quello che si ha a disposizione: una finestra, magari una tenda bianca leggera, un tavolino dove allestire un piccolo set (fosse anche solo un piatto, un bicchiere, una tovaglia) e un pannello riflettente. Anche qui, nulla di straordinario:  un rettangolo di polistirolo, per esempio, basta e avanza perché le ombre si ammorbidiscano.
    PicMonkey Collage
    Nel pomeriggio, invece il laboratorio di cucina.
    Inizia Luigi Pomata, parlando dell’evoluzione dei metodi di cottura e di quanto la tecnologia, se ben usata possa avvantaggiare sia dal punto di vista del tempo che dei risultati. Il microonde, per esempio: spesso ab-usato  per scongelare in fretta (orrore!) per cotture per cui non è assolutamente adatto ma che risulta una carta vincente nel caso si intendano realizzare piatti per cui è necessaria una cottura lunga, o a bassa temperatura. Le cozze, ad esempio, cotte davanti ai nostri occhi in pochi minuti in un contenitore  coperto da pellicola in modo da favorire lo sviluppo di vapore e mantenere il più possibile inalterata l’integrità di aspetto e di sapore.
    E poi il discorso sul come, anche in cucina, gli elementi di crisi possano trasformarsi in opportunità. La celiachia, ad esempio, e la necessità di pensare a nuovi tipi di pasta adatti anche a chi ha questi problemi. E del suo riuscirci utilizzando il legumi: fagioli, lenticchie o ceci cotti a lungo in forno e poi macinati e impastati come fossero farina, per ottenere qualcosa di molto simile alla pasta. Solo nell’aspetto però: perché il sapore resta sorprendente. Certo, non è una novità assoluta. Non lo è, infatti, dal punto di vista della materia:  la farina di ceci è già abbondantemente nota ed utilizzata. La novità è nel trattamento finale: la bollitura in acqua e l’aggiunta del sugo come condimento. Da provare presto, magari saltando le fasi preliminari e partendo da farina di ceci già pronta… potrebbe funzionare!

    A seguire, lo Chef tunisino  Jaudet Turki ci presenta tre insalate. Molto mediterranee, sia nell’aspetto che nel sapore: la prima, di verdure crude, la seconda di verdure grigliate, la terza di carote. Interessanti tutte, sicuramente, ma la mia preferita resta – per novità di gusto, soprattutto, dovuta alla miscela di spezie utilizzate – quella di carote. Accanto a loro, un involtino croccante ripieno di tonno: le dita di Fatma. Ottimo e perfettamente complementare, senza alcun dubbio.

    Poi, ancora, altre preparazioni (ad opera dello Chef George El Kik, libanese), come il kebbeh in teglia o in polpetta (una preparazione a base di manzo e agnello tritati , burghol e menta) e l’hummus (la tipica e notissima crema di ceci arricchita da sesamo in crema e succo di limone).

    Per finire, lo chef egiziano Moustafa El Refaey che ci delizia innanzitutto con una tazza di kardadé e con il racconto di come prepararlo al meglio (a cominciare dalla scelta: comprare solo sacchetti trasparenti, avendo cura di controllare che i fiori in basso – perché di fiori di tratta in fin dei conti, fiori di ibisco – siano perfettamente integri. Se sono rovinati è segno di cattiva qualità del prodotto ed è quindi meglio desistere). Poi, la sua preparazione classica ma anche consigli d’uso come il mescolarlo a preparazioni a rischio di ossidazione, come il frullato di fragole, per rafforzarne il tono di rosso.

    Finito il laboratorio di cucina, tocca a Carlo Cambi: purtroppo ho potuto ascoltare solo in parte quanto aveva da raccontarci dato che il mattino dopo – quando invece era previsto il momento del dialogo con lui – sono dovuta andare via. Pochi minuti, ma sufficienti a regalarmi la forza di una conferma.  Che ho voglia di raccontarvi usando le sue parole. Che ho trovato bellissime e di cui lo ringrazio.
    “…Ci siamo confrontati con molte food blogger; ne è emersa, per me almeno, una gustosa speranza: quella che si possa finalmente fare cultura gastronomica partendo dai sentimenti, dalla passione, dal desiderio di proporre un nuovo/antico credo culinario e di proporsi come “apostoli” del buono. Nel senso più alto e complesso del buono: buono da mangiare, da offrire, da pensare. Credo che grazie a Med Diet, alle Città dell’Olio si sia fatto un deciso e decisivo passo avanti. Io sono troppo agée per mettermi a trafficare sul Web, ma ho abbastanza energia per condividere un percorso che porti alla ri-alfabetizzazione gastronomica partendo dalla diffusione di una agri-cultura, dalla valorizzazione dei territori come agglomerati geo-antropici, dalla illustrazione delle prassi di cucina come tessere della nostra identità complessiva e dia come risultato una nuova/antica cucina degli affetti. Ho trovato nelle colleghe pozzi di competenza, giacimenti di consapevolezza e oceani di passione. E mi hanno restituito una carica positiva: quella di percorrere insieme, ognuno con i propri strumenti, ognuno con le proprie sensibilità, questa strada del buono. Grazie colleghe. E’ stato un atto vitale che almeno per un giorno mi ha riconciliato con i buoni pensieri. Sono convinto che riusciremo a farci ascoltare, ma soprattutto che riusciremo a restituire alla cucina il suo più alto valore oltre le mode, vicino agli umani bisogni che talvolta diventano sogni”.
    Insomma, una stupenda esperienza. Che mi ha regalato momenti di felicità e di crescita. Di cui ringrazio ancora la Città dell’olio e Patty per avermi consentito di viverla.

    *Il MedDiet Camp è il primo dei cinque grandi eventi pianificati da MedDiet, progetto strategico finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del Programma ENPI CBC Bacino del Mediterraneo 2007-2013. Con un budget complessivo pari a circa 5 milioni di euro e una durata di 30 mesi, il progetto mira a promuovere e valorizzare la Dieta Mediterranea, riconosciuta Patrimonio immateriale dell’Umanità Unesco nel 2010.  Oltre all’Italia, che partecipa con Unioncamere in qualità di capofila, il Centro Servizi per le imprese della Camera di Commercio di Cagliari, il Forum delle Camere di Commercio dell’Adriatico e dello Ionio e l’Associazione nazionale Città dell’Olio quali partners, il progetto coinvolge altri 5 Paesi del Mediterraneo (Egitto, Grecia, Libano, Spagna e Tunisia).

  • Ed ecco i finalisti di IoChef… arrivederci a Metaponto!

    Ed ecco i finalisti di IoChef… arrivederci a Metaponto!

    In fretta e furia, visto che sono in partenza per partecipare a Dietcamp, di cui vi racconterò la prossima settimana

    Ecco i finalisti di Iochef (non in ordine di arrivo) che si aggiudicano la partecipazione al congresso della Federazione Italiana Cuochi e il viaggio tra le eccellenze lucane. Il nome del vincitore si saprà solo durante la Cena di Gala del giorno 8/10/2013, in contemporanea all’uscita del suo piatto:

    1. Da Ischia alla Basilicata Coast to coast
    2. Terra-mare- cielo
    3. Tortino Cucù
    4. La rossa e il mare
    5. Cheesecake di gallinella con maionese ai peperoni croccanti
    6. Isole lucane 
    7. Rocher di palamita ai 7 lucani
    8. Raviolo di pesce, cilindro croccante e gelatina di fico d’India 
    9. Ravioloni di ciambotta a modo mio con pesce sauro e pinoli
    10. Gnocchi di pane di Matera all’arancia e ficotto con filetti di sauro marinati e crema di melanzana rossa di Rotonda
    11. Ravioli ai peperoni di Senise con gallinella e melanzana rossa
    12. Triglia croccante con panatura ai pomodorini secchi e pane di Matera

    E questo il nome delle 3 riserve (in ordine di arrivo) se vi fossero rinunziatari … non gufate! 

    13. Tartare di palamita peperonata su budini di melanzane rosse di Rotonda insaporiti al basilico e ai peperoni cruschi di Senise
    14. Lasagne aperte di impasto al nero di seppia con polpettine di pane di Matera alle Melanzane rosse di Rotonda, cacioricotta e seppie
    15. Gnocchi di melanzane rosse di Rotonda al sugo di pesce misto mare – il mio saper fare.

    Grazie a tutti per l’entusiasmo con cui hanno partecipato…  e arrivederci a Metaponto!

  • Il cancro al seno, è una cosa seria. E non roba da giochini virali.

    Il cancro al seno, è una cosa seria. E non roba da giochini virali.

    Il cancro al seno, è una cosa seria. E non roba da giochini virali. Forse, questi, serviranno pure ad attirare l’attenzione delle più giovani sul problema – ma dico FORSE:  se non si è attenti alla propria salute, nonostante tutti i casi di cui siamo circondate, perché mai dovrebbe riuscire una frase scritta nel proprio status a ricordarci che di salute ne abbiamo una sola e dobbiamo tenerne cura?

    Per questo motivo, e a quanto pare non sono la sola, non capisco il motivo di certi giochini. Io, in tutta umiltà (e senza alcuna pretesa di aver ragione su nulla), preferisco la diffusione dell’informazione. Perché la prevenzione può salvare la nostra vita. E per fare prevenzione, abbiamo, nel mese di ottobre, a disposizione la possibilità gratuita di un controllo. Basta telefonare al centro diagnostico più vicino per conoscere le modalità per fruire di questo servizio: pochi minuti, che possono – appunto – salvarci la vita. E se state pensando che tanto state bene, che non avete sintomi, e che a voi non può accadere, per favore smettete di pensarlo. Queste cose, di sintomi non ne danno: almeno, non fino a quando si è ancora in tempo per curare.

    Per cui, smettete di giocare e *pensate a stare bene*.

    Qui, nei prossimi giorni, le informazioni sulla campagna Nastro Rosa 2013.

    E magari,  se avete un blog (e se vi va), fateci un post nei vostri blog: contribuite a diffondere l’informazione che ad ottobre, abbiamo diritto di pensare  GRATIS alla nostra salute. Un’opportunità che non dobbiamo lasciarci sfuggire.

    Altro che andare in Canada per 4 mesi…

  • IoChef? Un grande successo, parola del  sito della Federazione Italiana Cuochi!

    IoChef? Un grande successo, parola del sito della Federazione Italiana Cuochi!

    pasta e fagioli

    Ebbene sì, è ufficiale. E’ un successo, lo è stato sinora e probabilmente continuerà ad esserlo fino a Metaponto. Ne avevamo avuto il sospetto, in verità, ma trovarlo scritto qui, nientemeno che sul sito della Federazione Italiana Cuochi fa il suo  bell’effetto, confesso.

    I blogger al Congresso: è già un successo!

    Per non parlare poi del fatto che ancora, nonostante i posti disponibili siano andati esauriti in meno di tre giorni, continuino  ad arrivare richieste di iscrizione. E, come se questo non bastasse, cosa dire della qualità delle ricette? Belle, bellissime (le potete vedere qui) e numerose. Insomma, questo concorso ha scatenato un vero e proprio tam tam mediatico incentrato sui prodotti dell’eccellenza lucana, che era poi lo scopo fondamentale che ci eravamo posti organizzandolo. Credo che non si sia mai parlato tanto nelle piattaforme blogger e nei socialnetworks di melanzane rosse, peperoni cruschi, ceci neri, ficotti etc. etc. Mai così tanto in contemporanea, almeno: e credo che possiamo affermare con certezza che  grazie ad Iochef ora nel mondo dei foodblogger  la cucina lucana sia un po’ più conosciuta. 

    E questo, confesso, è motivo di grande soddisfazione. Almeno per me. Soddisfazione che oggi ho alimentato con un primo estemporaneo e veloce, ma gustosissimo, preparato con un po’ dei prodotti avanzatati dal campionario del concorso e un po’ di nduja calabra.

    tropea-6

    Ho usato, per 4 persone
    150 gr di fagioli secchi
    180 gr di pasta
    una cucchiaiata di concentrato di pomodoro
    2 fette di nduja
    3 spicchi di aglio
    mezza cipolla ramata
    olio e.v.o.
    sale
    brodo vegetale


    Sono partita da un po’ di fagioli, ammollati tutta una notte e cotti a bassa temperatura per un po’ di ore in tegame di coccio, a bassa temperatura, insieme a tre spicchi di aglio vestito e mezza cipolla.

    bianco e rossa

    Una volta pronti, ho eliminato la cipolla, corretto di sale ed aggiunto abbondante brodo caldo, un cucchiaio di concentrato di pomodoro, e buttato la pasta, che ho portato a tre quarti di cottura. A questo punto ho spento e aggiunto un paio di fette di nduja, mescolando per farla sciogliere bene. Ho spento quindi il fuoco e fatto riposare una decina di minuti. Al momento di servire, ho semplicemente cosparso di ricotta salata grattugiata, una manciata di peperoni cruschi e un filo di olio.

    Ps. Un enorme GRAZIE a chi partecipando al concorso, o aiutandoci semplicemnte con il suo entusiasmo, ci ha aiutati a conseguire questo risultato. Non semplice, visto il periodo ancora vacanziero in cui il concorso, quasi in sordina, è stato lanciato. Grazie a tutti.
  • Cento euro per qualche caffè? Confesso, la cosa non mi indigna. Manco un poco.

    Cento euro per qualche caffè? Confesso, la cosa non mi indigna. Manco un poco.

    Uno spettro si aggira per i social networks, lo spettro di uno scontrino. Guardatelo: bianco e stropicciato ma ben chiaro nelle cifre indicate. 100 euro per 4 caffè e un po’ di musica. Dove? A Venezia, al Gran Caffé Lavena (che, confesso, non ho il piacere conoscere ma basta guardare il sito per avere un’idea che non è proprio il solito caffé sotto casa). Da giorni, questo scontrino imperversa nelle nostre home pages, facendo il pieno di commenti indignati e scandalizzati. Addirittura, mi è capitato di incrociare titoli di giornali che parlavano di “scontrino choc”.
    Ma cosa è successo esattamente?
    Ecco i fatti, almeno stando a quanto unanimamente riportato dai giornali: un gruppo di turisti romani va in questo bar, ordina quattro caffè e  al momento di pagare rischia un infarto grazie al conto.
    Uno scandalo, assolutamente, da  far conoscere al mondo. Smartphone  in mano, quindi, si scatta la foto: allo scontrino, appunto, subito condivisa su facebook.
    Ora, passi che per come vanno le cose in Italia, già il fatto che uno scontrino così sia stato emesso, mi pare deponga già a favore dell’esercente, a me onestamente verrebbe da fare un paio di domande a questi turisti.
     
    Innanzitutto: ma nel momento in cui vi siete seduti, non c’era sul tavolo un menù? E su questo menù, non c’erano i prezzi riportati, supplemento musica compreso?
     
    Capisco che possa sembrare un dettaglio da poco, questo, ma onestamente non credo che lo sia. Perché *se non c’era* male avete fatto a non chiamare i vigili (i prezzi DEVONO essere esposti, questo lo sanno anche i bambini). Ma se, come sostiene il proprietario del bar i prezzi erano esposti, che senso ha indignarsi davanti ad un conto del genere?Insomma, a me sembra di capire che delle  persone siano andate *liberamente* a   Venezia – dove si sa che è cara pure l’aria che si respira – e (sempre liberamente) abbiano scelto di sedersi in un posto di un certo livello dove, puntuale, è poi arrivato il conto. Delle due l’una, quindi: o erano ignari, e magari anche un po’ coglioni (detto affettuosamente, si intende) e quindi hanno sbagliato bar  oppure hanno voluto, complice il clima vacanziero, scegliere  di vivere un momento indimenticabile, di quelli “costi quel che costi”.

    Qualunque sia stata la causa, insomma, a me una sola cosa mi viene da chiedermi: ma ora, di cosa si lamentano? E soprattutto, di cosa mi dovrei indignare guardando quella cifra? Se c’è qualcosa che mi lascia perplessa è pensare di andare a Venezia per andarmi a sedere in un un posto del genere. Ma io, si sa, son gastrofighetta: ai sottofondi musicali dei bar, preferisco quello delle onde. E il mio caffé lo preferisco *da asporto* e magari sorseggiato mentre sto  seduta sui gradini di un ponte. Mentre guardo l’acqua e i suoi riflessi: perché anche le gondole, ormai, di tutto sanno  tranne che di autenticità.

    Ps. Insomma, per dirla tutta ,vorrei un Arfio anche per Venezia. “Turista ti educo, Venezia ti amo”. Perché a volte, più che indignazione, è di *educazione* che sento il bisogno…

  • Si dà testimonianza del rispetto per se stessi trattando gli altri con dignità. Anche solo producendo vino

    Si dà testimonianza del rispetto per se stessi trattando gli altri con dignità. Anche solo producendo vino

    “Ogni faccia è un miracolo. E’ unica. Non potrai mai trovare due facce assolutamente identiche. Non hanno importanza bellezza o bruttezza: sono cose relative. Ogni faccia è simbolo della vita, e ogni vita merita rispetto. Nessuno ha diritto di umiliare un’altra persona. Ciascuno ha diritto alla sua dignità. Con il rispetto di ciascuno si rende omaggio alla vita in tutto ciò che ha di bello, di meraviglioso, di diverso e di inatteso. Si dà testimonianza del rispetto per se stessi trattando gli altri con dignità.”
     
    Ecco, è proprio questo il punto: poche parole – di Tahar Ben Jelloun – che spiegano perché del il mio non essere razzista.  Si dà testimonianza del rispetto per se stessi trattando gli altri con dignità. E’ questo che, soprattutto mi colpisce in negativo quando vedo comportamenti razzisti oppure leggo parole intrise di disprezzo per il diverso: l’assoluta mancanza di rispetto di sé. Offendere gli altri in base alle caratteristiche fisiche (per esempio, per il colore della pelle), oppure in base ai suoi gusti sessuali,  è solo un modo di mostrare al mondo quanto poco si tenga alle caratteristiche più autentiche dell’essere umano. Come i valori, per esempio. O, più semplicemente, la capacità di pensare.
     
     
    Troppo spesso, ultimamente, questo sta accadendo verso un ministro della repubblica: Cécile Kyenge. Offesa non per quello che fa – questo, linguaggio a parte, ci potrebbe pure stare – ma per il colore della sua pelle. Dicono che assomigli ad un orango, per esempio. Ora, premesso che che l’assomigliare ad un orango non mi sembra poi questa grande offesa – rimango convinta che peggio sarebbe sentirmi dire che assomiglio a Calderoli – io onestamente di queste cose non ne posso più. Ormai mi è pure passata voglia di incazzarmi. Sarà l’età che incombe, sarà il fatto che ormai sono convinta che “a lavà ‘a capa ‘ciuccio, se perde ‘o tiempo, l’acqua e ‘o sapone ” ho deciso che d’ora in poi nella mia vita – anche virtuale – non ci sarà più posto per le persone che tanto poco rispetto dimostrano per sé.
     
    Puoi avere il migliore blog di cucina di questo mondo, ma di sicuro se scegli di offendere una persona dandole dell’orango, io e te non abbiamo nulla in comune: inutile che perda tempo a leggerti.  E poi, mi inquini la vita, costringendomi a leggere certe parole: mi regali energia negativa: e di sicuro di quella non so che farmene.
    Così come puoi produrre il miglior vino del mondo. Ma se scegli di offendere le persone scegliendo parole come Cita Kienge (che po’, mi verrebbe da dire: “Ha parlato Tarzan! Ma uno specchio in casa tua, proprio non ce lo vuoi mettere?”), Puttana Boldrini, Frocio Vendola, il tuo vino te lo puoi bere tu. 
     
    Sicuramente, una persona che non sa provare rispetto per le persone, non può assolutamente provare rispetto né per la terra né per il lavoro di cui questa ha bisogno, né per i suoi prodotti. E quindi di sicuro non produce un vino *buono*. Non buono come lo intendo io, almeno.

    E poi si sa. Io li odio i nazisti dell’Illinois.