Categoria: Esperienze

  • E grazie a Giuseppe di Martino, l’Antonio Amato ritorna *di Salerno*.

    E grazie a Giuseppe di Martino, l’Antonio Amato ritorna *di Salerno*.

    Io sono di Salerno, si sa. In questa città sono nata e cresciuta: poi, a ventidue anni – come spesso accade – sono andata via. Abitavo a Mercatello, un quartiere nella parte  orientale della città frutto della speculazione edilizia che negli anni sessanti avrebbe trasformato una delle zone più belle di Italia in un cumulo di palazzi in riva al mare. Quel quartiere era attraversato da due strade: il lungomare e via Trento, la statale. Andando verso sud, appena usciti dalla città, questa si arrampicava in un cavalcavia e da lì era impossibile non vedere quell’insegna: Antonio Amato. Non era solo una fabbrica,  era  la pasta di una città intera, parte del sapore di quella città:  la pasta che più di tutte si mangiava nelle case salernitane, la mia compresa.

    Poi, un giorno questa fabbrica è fallita e la storia dell’Antonio Amato sembrò essere giunta al capolinea.

    Oggi, il nuovo inizio: Giuseppe Di Martino ha comprato il pastificio Antonio Amato. Ed in questo momento una notizia come questa, mi riempie di speranza.

    Si parla tanto – infatti – di Campania in questo giorni. E se ne parla in negativo, purtroppo. Innanzitutto i fuochi, che da decenni stanno avvelenando parte dei suoi abitanti. E poi, gli smaltimenti illeciti, che ne hanno avvelenato la terra.  E poi la stampa, che pur di vendere giornali  costruisce notizie a tavolino a base di sensazionalismi spesso lontani dalla realtà. E, ancora,  i politici chiusi nel loro silenzio e nella loro incapacità di sostenere i consorzi nella difesa delle eccellenze campane.
    Si parla tanto di Campania, appunto. Oggi, finalmente, ho un motivo per parlarne con orgoglio e – soprattutto –  di arricchire le paorole con la speranza. Quella di chi ancora ci crede, in questa terra, ed è capace di crederci fino al punto di comprare uno stabilimento che non è solo storia di una fabbrica ma storia di una città intera.
    Un iniezione di ottimismo e di orgoglio campano. Grazie, Giuseppe. Spero che sia solo l’inizio: lo auguro a te, certo. Ma, soprattutto, lo auguro a NOI.
  • Uova , diossina e Pomì

    Uova , diossina e Pomì

    Semplicemente...
    Se l’Italia fosse un paese “serio”, fatto di gente “seria” e di aziende “serie”, certe cose non sarebbe manco possibile immaginarle. In un paese “serio”, infatti, le imprese “serie” invece di mettersi a fare pubblicità sulla pelle delle aziende e dei lavoratori del resto di Italia, in nome di una presunta ed indimostrabile purezza,  si alleerebbero e farebbero  fronte comune. E non sarebbe possibile vedere pubblicità come questa:
    Perché, in un paese “serio” sarebbe  questo voler lucrare sulla vicenda “terra dei fuochi”  e sulla paura – sacrosanta – dei consumatori che ancora attendono (insieme agli abitanti delle zone inquinate) le scuse dei ministri della salute che in passato hanno attribuito l’incidenza dei tumori all’insano stile di vita dei napoletani.A riprova che la verità è sempre più potente delle fandonie, arrivano infatti vicende come questa:

    Lombardia: uova alla diossina nel 76% degli allevamenti
    Uova ‘avvelenate’ nel 76% dei pollai d’allevamento lombardi: e poco importa che siano industriali o artigianali, perché questo è il risultato delle analisi (ancora in corso) effettuate dall’ASL nell’ottica di un completo monitoraggio sugli inquinanti presenti negli alimenti.
    Le sostanze da trovare, e poi effettivamente trovate, sono diossina e PCB che non mancano in 23 allevamenti su 30, quelli che al momento compongono il campione già analizzato dall’Azienda Sanitaria Locale della Lombardia.

    Ora, a pochi passi dalle zone in cui queste uova vengono prodotte, c’é un’azienda che  ha rivendicato pubblicamente la bontà del suo prodotto rispetto a quelli provenienti da altre zone. Mi piacerebbe sapere, ora, se questa avrà il coraggio di chiedere controlli sui propri prodotti, e sulla salubrità delle materie prime utilizzate.  E magari, anche sulla provenienza, visto che pur abitando in zona, io tutti ‘sti campi coltivati a pomodoro non li ho mai visti. E mi piacerebbe pure, magari, vedere trasmissioni televisive altrettanto pronte alla denuncia, come in passato, e magari meno pronte a far di tutta l’erba un fascio.
    Perché in un paese “serio” o la battaglia per la tutela della salute – ed in difesa della qualità – la si combatte insieme oppure è solo tempo perso. Per tutti. Perché il problema è a sud, certo, ma è anche nelle terre che a Sud hanno portato i loro rifiuti. Non dimentichiamolo.

  • Come distruggere una regione due volte? Semplice, distruggendone prima le terre e poi le eccellenze…

    Come distruggere una regione due volte? Semplice, distruggendone prima le terre e poi le eccellenze…

    mozzarella di bufala
    Facile, no? Attreverso un ‘informazione “controllata”, per esempio.

    Leggete questa:  L’Espresso di ieri dà notizia di un “rapporto inedito dei militari USA sui rischi dei rifiuti tossici in Campania”, e scrive testualmente: “nel dossier parlano della mozzarella di bufala, descrivendo l’allarme per la diossina, e dicono di averla analizzata: … e quindi per precauzione è esclusa dalle loro mense. Dalla Campania infatti non comprano né carne, né latte, né formaggi”.

    Peccato che i documenti ufficiali siano diversi però dalle voci di corridoio. Sanitation Audit Report 2013, per esempio, con cui il Public Health Command District – Southern Europe di Vicenza approva ufficialmente le forniture di questo prodotto alle diverse basi Nato, non solo italiane.
    Oppure, il documento di trasporto del 14.11.03 (il giorno prima dell’uscita della rivista!) relativo alla fornitura di 25 kg di Mozzarella di Bufala Campana DOP alla base Nato di Gricignano d’Aversa.
    Certo, così un giornale vende molte più copie. E come ha denunciato il direttore del Consorzio Mozzarella di Bufala Campana “Chissenefrega se si distrugge il lavoro delle 15.000 persone che tutte le sante mattine, festività comprese, si svegliano alle 5 per produrre uno dei formaggi che il mondo intero tenta disperatamente di imitare”.
    Peccato che gli stessi giornali non diano anche altri tipi di informazioni. Come questa, per esempio, che vede il coinvolgimento delle associazioni dei consumatori nel controllo qualità della mozzarella di bufala.  Queste ultime, in particolare Federconsumatori, Unione Nazionale dei consumatori, Codici e Adusbef, potranno effettuare, sulla base di un protocollo d’intesa firmato mercoledì, prelievi random (casuali) dei prodotti con marchio dop che verranno poi analizzati presso un laboratorio tedesco (il Tuv Sud Gmbh di Siegen). 

    “Una sorta di sfida – secondo Antonio Lucisano Direttore del Consorzio Mozzarella di Bufala Campana –  che si basa sulla certezza del lavoro capillare di controllo che svolgiamo tutti i giorni a tutela della qualità dei nostri prodotti e, di conseguenza, della salute dei cittadini. La verità è che la Terra dei Fuochi esiste, e nessuno vuole negarlo, ma i suoi effetti non toccano minimamente i prodotti dei territori circostanti mentre qui si sta asfaltando l’agricoltura dell’intera regione campana che invece continua a produrre straordinarie eccellenze”. 

    Già. Evidentemente sono storie, queste, che per l’Espresso non meritano di essere raccontate.

  • Si avvicina il Natale, e con lui la tentazione di mangiare fegato d’oca.

    Si avvicina il Natale, e con lui la tentazione di mangiare fegato d’oca.

    Ma sono secoli che non ne mangio. Da quando ho scoperto come vengono allevate le oche per produrre questa delizia. Una tortura continua, fatta di ingozzamenti forzati a base di inserimenti nell’inserimento di un  tubo metallico (lungo 20-30 cm) infilato in gola e spinto fino allo stomaco per aumentare le dimensioni del fegato  dell’oca e sviluppare la steatosi epatica. Quelle che cercano di ribellarsi a questa tortura rischiano di morire per soffocamento, mentre  quelle che sopravvivono sono condannate a lottare con difficoltà respiratorie a causa delle sacche polmonari compresse e dolorosissime infezioni.
    Non ci credete? Bene, beccatevi questo video e pensateci su.
    Poi, fate voi. Da parte mia non ho dubbi. Non sono vegetariana ma non intendo nurtrirmi della sofferenza gratuita di nessuna bestia, oche comprese. Certo, diverso sarebbe se avessi a disposizione un fois gras prodotto in assenza di tortura – come si faceva una volta, per esempio, quando le oche erano lasciate libere di ingozzarsi sotto alberi di fichi o di altri frutti altamente zuccherini e ingrassavano – certo -ma ben contente di farlo.

    Così no, non riesco. E mi fanno piacere le scelte *ufficiali* tipo quelle della coop (che ha deciso di non vendere più fois gras) di Gordon Ramsey che ha annunciato che non lo comprerà più dal fornitore di cui gli animalisti avevano denunciato la violenza nel metodo di allevamento. 
    Non è una rinuncia facile, ve lo garantisco: mi piace molto, moltissimo. Ma non posso pensare di mangiare una bestia trattata in questo modo. E soprattutto non posso fare a meno di pensare, davanti a certe immagini, che le vere bestie siamo noi.

    Ps. se conoscete un fois gras ottenuto senza crudeltà verso le oche… per favore, me lo dite?

  • Non so voi, ma io oggi mi vergogno.

    Non so voi, ma io oggi mi vergogno.

    Già, mi vergogno.

    Sono partita, stamattina, dicendo pubblico un post: doveva essere il primo della serie invernale e, una volta tanto, a base di carne. Guanciale in umido, di quelli che producono un sugo perfetto per condire la pasta. Con la carne che alla fine è come piace a me, morbida e gelatinosa. Un burro: si scioglie in bocca. E – dulcis in fundo – costa pure poco: il guanciale, qui in Emilia almeno, è considerato carne di seconda scelta e per questo viaggia intorno agli otto euro al chilo.
    Sono partita, dicevo, post producendo le foto. Mi sembrano belle, perlomeno ad un primo sguardo. Ma non sono riuscita a concentrarmi sul lavoro. Cercavo di usare Lightroom ma non riuscivo a togliermi dalla testa una frase…

     “N. 11, maschio, forse 3 anni”

    e le immagini della tragedia di Lampedusa. Accaduta, stando a quanto raccontato dai sopravvissuti, perché qualcuno a bordo ha avuto la sciagurata idea di accendere un fuoco per farsi notare da un peschereccio che stava passando poco lontano. A parte l’avventatezza della mossa – un suicidio, su un vecchio barcone di legno – quei disgraziati non potevano immaginare l’inimmaginabile. Che probabilmente non è vero che le due barche passate nelle ore precendenti non li avessero visti: semplicemente, erano obbligati – per legge – a tirare dritto. Già: per legge. Grazie alla legge Bossi-Fini, infatti, chiunque porti in Italia dei migranti senza permesso è accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e non fa differenza che si tratti di persone che stavano annegando. E’ già accaduto che persone siano state processate per avere salvato in mare dei migranti destinati a morte certa.
     

    “Dopo il naufragio di Lampedusa, il sindaco Giusi Nicolini ha parlato di tre pescherecci che si sarebbero allontanati e non avrebbero soccorso i migranti in mare «perché il nostro paese ha processato i pescatori che hanno salvato vite umane per favoreggiamento all’immigrazione clandestina». Il riferimento del sindaco era probabilmente all’episodio dell’8 agosto del 2007 quando i capitani tunisini di due pescherecci salvarono 44 naufraghi provenienti dall’Africa che stavano per affogare e li portarono nel porto più vicino, quello di Lampedusa. Subirono un processo lungo quattro anni (con una prima condanna a più di due anni), 40 giorni di carcere e il sequestro degli strumenti di lavoro. In effetti, il Testo Unico sull’immigrazione prevede il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per chiunque porti in Italia dei migranti senza un visto d’ingresso, in contrasto però con la Convenzione SAR del 1979 che impone sempre e comunque il soccorso in mare e l’accompagnamento dei naufraghi in un luogo sicuro.”

    Ci ho provato, confesso, a continuare a lavorare alle foto ma alla fine ho rinunciato. Troppo grande la vergogna di appartenere ad uno stato per cui è reato soccorrere persone che stanno annegando. E troppo grande la rabbia di sentire ripetere che gli italiani sono gente di grande cuore, che se avessero visto sarebbero intervenuti. Chi lo dice, mente, sapendo di mentire: anche perchè se fosse vero che nessuno ha visto quella barca arrivare, dovrebbe dimettersi anche il ministro della difesa che, evidentemente, non riesce a garantire le nostre coste visto che le barche possono arrivare così, senza che nessuno se ne accorga.

    Ieri sera, poi, mi è toccato pure spiegare ad Irene cosa è successo a Lampedusa e perché hanno fatto un minuto di silenzio a scuola. E quando mi ha chiesto “ma possibile che non li abbia visti nessuno?”  non sono riuscita a non dirle la verità.

    E da quel momento  ho una vergogna addosso enorme: quella di essere italiana, di appartenere ad uno stato che impone a degli uomini di lasciare morire altri uomini. Di appartenere ad un popolo che ha dimenticato che – neanche tanto tempo fa – una volta i migranti eravamo NOI.

    E viaggiavamo, e a volte morivamo, nello stesso modo.

    Eppure lo sapevamo anche noi 
    l’odore delle stive 
    l’amaro del partire 
    Lo sapevamo anche noi…

    Passerà, certo, per fortuna in italia esistono anche persone come i Lampedusani, ancora una volta lasciati soli a gestire l’orrore. Ma oggi, di cucina, non ho alcuna voglia di parlare.
  • Una petizione che è necessario firmare.

    Una petizione che è necessario firmare.

    Sì, necessario. Assolutamente.

    Io non so se avete sentito già parlare della terra dei fuochi oppure se siete convinti che i napoletani che manifestavano contro le discariche fossero solo dei gran zozzoni capaci solo di produrre rifiuti senza sapersene occupare. Già, perché questo si diceva di noi campani: che contrastavamo le discariche perché non volevamo i nostri rifiuti… ricordate?  Le voci che dicevano altro – che raccontavano di una camorra che, con la complicità di parte delle istituzioni locali – aveva usato la Campania per smaltire i rifiuti tossici del nord, sotterrandoli in discariche abusive oppure nascondendole in quelle “ufficiali” – restavano  completamente inascoltate.
     
    Oppure, ne avete sentito parlare, ma avete pensato al solito vittimismo dei napoletani. Del resto, già il ministro della Salute – solo un paio di mesi fa – ha detto la stessa cosa. Che in Campania non si muore per i roghi tossici, ma per lo sbagliato stile di vita: e se queste non le sa un ministro, chi altri deve saperlo?
    Oppure, ancora, siete convinti che il problema ci sia e pure grave ma per fortuna è lontano abbastanza da non toccarvi?

    Bene, mi dispiace deludervi ma così non è: il problema ci riguarda tutti.

    Perché così come finalmente si è appurato, grazie alle parole del pentito Schiavone, che il disastro ecologico in corso non era frutto di un’allucinazione collettiva (e che in quelle zone i bambini muoiono non perché fumano trenta Marlboro al giorno già in tenera età) è stato anche appurato che ci sono aziende senza scrupoli che comprano i prodotti dei campi concimati con rifiuti altamente tossici – sì, anche questo è stato fatto: sono stati fatti usare ai contadini spacciandoli per concime – e ce li servono nel piatto, dopo averli trasformati in surgelati che possiamo trovare in vendita nel super sotto casa.

    Non ci credete? Godetevi questo video.

    E dopo, correte a firmare questa petizione :

     “vengano immediatamente segnalati alla Magistratura i nomi delle aziende coinvolte, qualora questo atto dovuto non sia stato ancora fatto”.

    Facendo di tutto per diffonderla tra i vostri amici. Perché non illudiamoci: la terra dei fuochi, forse, è anche nel nostro piatto. Magari, travestita da quei dolci pisellini che tanto piacciono ai nostri bambini.

    E che forse piacevano anche ai tanti, troppi, bambini uccisi dal tumore causato da criminali senza scrupoli.