Categoria: Cucinando

  • Ravioli di patate alle due consistenze di Parmigiano Reggiano, pesto di pistacchio e pomodoro confit

    ravioli di patate in brodo di parmigiano

     

    Un modo per giocare con i sapori del Parmigiano Reggiano attraverso l’incontro di due diverse consistenze. E con ingredienti provenienti un po’ da tutta la penisola, combinati insieme per rendere  l’idea di un tricolore di sapori (che male non fa, visto che ho pensato questo piatto per il concorso TRE SPADE –  ALLA SCOPERTA DEL PIATTO PIU’ TRICOLORE DEL WEB). E soprattutto per provare a raccontare di come la cucina italiana sia riuscita a crescere nel tempo grazie ad un’inventiva tutta italiana che ha portato all’invenzione di grandi piatti da ingredienti a volte poverissimi. Come farina e grano, nel caso della pasta. O croste di Parmigiano Reggiano, come per questo brodo.

    Ma veniamo al piatto: due consistenze, dicevo. La prima, liquida: con le scorze  di Parmigiano Reggiano  ho preparato un brodo. Le ho ripulite, cioè, e le ho messe a cuocere in acqua  a 60 gradi   fino a quando il brodo non mi è sembrato della giusta consistenza. In realtà avrei voluto procedere mettendo le croste sotto vuoto, ma ho dovuto rinunciare visto che la mia macchinetta casalinga si è rivelata del tutto inadatta allo scopo. La seconda, invece, cremosa per il ripieno dei ravioli.

    Ma andiamo con ordine. Per preparare questo piatto servono:

     

    Per il brodo (che ho preparato in anticipo)

    350 gr di Scorze di Parmigiano Reggiano, 700 gr di acqua

     

    Per la sfoglia dei ravioli

    2uova
    220 gr di farina di grano tenero (preferibilmente di tipo specifico *per sfoglia*, che ha una granulometria meno fine delle altre).

    Per il ripieno

    Una patata di ca. 250 gr
    lo stesso peso in parmigiano reggiano grattugiato, di tipo ben stagionato
    qualche seme di finocchietto
    pepe nero grattugiato al momento

     

    Per i pomodori confit

    Una decina di datterini piccoli.
    sale grosso (io ho usato quello di Cervia)
    un pizzico di zucchero
    olio di oliva extravergine fruttato medio (io,  una Nocellara del Belice)
    Un po’ di buccia di arancia non trattata, grattugiata al momento
    (qui, la spiegazione dettagliata)

     

    Per il pesto di pistacchio

    50 gr di pistacchio di Bronte
    30 gr di parmigiano reggiano grattugiato
    olio q. b. (sempre nocellara del Belice, come per i pomodori)

    Procedimento

    Innanzitutto ho pelato i pomodorini che ho passato in forno (a  70 gradi ca.) dopo averli divisi a metà e irrorati di olio e cosparsi di sale, zucchero e buccia di arancia grattugiata.

    Poi, ho messo a bollire una patata  di Montese (mi piace per la sua dolcezza e la sua particolare farinosità,  perfetta per questo tipo di preparazioni) del peso tra i due-tre etti  e una volta cotte le ho schiacciate in modo fine.  Poi ho aggiunto il Parmigiano grattato fine, ed ho spolverizzato con pepe nero e qualche seme di finocchietto pestato.

    Ho quindi preparato la pasta dei ravioli, procedendo all’emiliana: impastando cioè farina e uova in modo da ottenere uno impasto grossolano, che ho lavorato con le mani bagnate fino a quando non ho ottenuto la giusta morbidezza.  A questo punto, l’ho coperto a campana con una ciotola ed ho lasciato riposare un’ora circa: serve a rilassare il glutine e a fare in modo che la sfoglia possa essere stesa con minore fatica ed in meno tempo.

    Intanto ho preparato un pesto , semplicemente mettendo nel mortaio il pesto e lavorando di pestello insieme al parmigiano. Una volta che il composto mi è sembrato ben pestato, ho aggiunto olio lavorandolo con un cucchiaio fino a renderlo cremoso.

     

    ravioli di patate in brodo di parmigiano-2 

    Passato il tempo di riposo, sono tornata alla sfoglia che ho diviso in 3 pezzi e steso sottile con la macchina per la pasta. A questo punto ho preparato i ravioli utilizzando uno stampo (ma potete procedere nel modo cui siete abituati, facendoli anche tondi se preferite) su cui ho steso la sfoglia e e formato dei piccoli avvallamenti esercitando una leggera pressione con le dita, seguendo la forma dello stampo. Poi ho messo in ogni vuoto formatosi cosi’ un po’ di ripieno (come si vede nella foto).

    ravioli di patate in brodo di parmigiano-4

    Ho quindi coperto con un altro pezzo di sfoglia e ho  passato il mattarello, esercitando la pressione sufficiente perchè lo stampo tagliasse i ravioli.

    ravioli di patate in brodo di parmigiano-5

    A questo punto, il più è fatto.  Al momento di servire, i ravioli saranno cotti in acqua un bollente e – una volta scolati –  versati in una ciotola  piena di brodo di parmigiano bollente.  Li si lascia un minuto in modo che si impregnino bene di questo e si servono nel piatto insieme ad un po’ di pesto di pistacchio e qualche falda di pomodoro confit, decorando infine il bianco del brodo con qualche goccia di olio utilazzata per preparare il pesto.

     

  • Zucchero vanigliato fatto in casa

    Zucchero vanigliato fatto in casa

    Differenze tra vaniglia e vanillina

    Innanzitutto, prima di spiegare come si prepara lo zucchero vanigliato fatto in casa, una premessa: vaniglia e vanillina NON sono la stessa cosa, anche se spesso vengono considerate intercambiabili.

    Sono due cose completamente diversa. La prima, è una bacca (pregiate quelle di Tahiti o del Madagascar) scura e allungata il cui interno è pieno di semini profumati.

    La seconda, invece, è un prodotto da laboratorio. Può essere estratto a partire da elementi naturali oppure sintentici: resta il fatto però che il suo sapore e il suo aroma non sono assolutamente paragonabili a quello della vaniglia vera.

     

    Come prepararlo in casa?

    Resta quindi il problema di come procurarsi dello zucchero vanigliato VERO, quando questo serva per preparare un piatto particolare. Il modo più semplice e più economico è quello di mettere delle bacche di vaniglia in un barattolo colmo di zucchero a velo (potete anche farlo in casa, usando un macinacaffè ma ricordatevi di non usarlo per glasse come questa).

    In questo modo, l’aroma della vaniglia impregnerà quello dello zucchero e avremo ottenuto uno zucchero vanigliato naturale e a basso costo. La cosa migliore sarebbe quella di averne sempre, in dispensa, due barattoli. In questo modo, rabboccando immediatamente dopo l’uso, non si correrà il rischio di avere dello zucchero scarsamente aromatizzato.

    Ottimo anche se preparato con bacche svuotate dai semi – utilizzati per altre preparazioni –  e trattate esattamente come quelle fresche.  Un ottimo modo di conservarle visto che trattate in questo modo possono esser bollite nel latte per aromatizzare la classica crema pasticcera.

    Oppure, possono essere usate per preparare l’aroma di vaniglia a base di alcool oppure la polvere di vaniglia. Ma di questo, ne parlo un altra volta magari. L’importante è che abbiate capito che se usate bacche di vaniglia, di queste non si butta via nulla.

  • Braciole di cotica

    Braciole di cotica

    Braciole di cotica, alla genovese

    Le braciole di cotica sono un  piatto della cucina povera campana, la conferma che del maiale – caso mai qualcuno avesse dubbi – non si butta via nulla! Protagoniste, tra l’altro, del ragù napoletano: che non è ragù, se manca la braciola.
    Queste, non le ho cucinate io: le ho assaggiate, gradendole moltissimo, grazie ad un invito a pranzo in un posto che dire incantevole è poco. La prova che il paradiso esiste, e si appoggia su una costiera.

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    Non sto a dire come ci sono capitata,  alcuni dettagli mi piace che rimangano privati, dico solo che ho gustato un pranzo buonissimo in compagnia di persone stupende. E che in questo pranzo, ho gustato gli involtini di cotica cotti in maniera un po’ diversa da come sono abituata a mangiarle di solito. Erano alla genovese, il classico ragù napoletano fatto con carne e cipolla (tanta, tantissima).

    Buonissime, per cui non resisto all’idea di fissare nel blog la preparazione degli involtini. Poi, cucinateli come volete: in un sugo di pomodoro, alla genovese, o in un ragù napoletano. Tanto, comunque decidiate di prepararle, saranno sicuramente buonissime.

    Ingredienti per 4 porzioni di braciole di cotica

    4 fette di cotica di maiale
    aglio
    prezzemolo
    pecorino
    pinoli, uva passa
    olio extravergine di oliva
    sale fino

    Preparazione delle braciole di cotica

    Innanzitutto, si puliscono le cotiche eliminando dalle fette di coticaala presenza di grasso in eccesso con un coltello. Poi, si fiammeggia l’esterno, esattamente come si fa per il pollo.
    Poi si lavano le cotiche e le si asciuga, stendendole poi   sul piano di lavoro. Si dispone al centro di ognuna un po’ di  pecorino grattugiato (se piace, un po’ anche a scaglie) , dell’aglio e del  prezzemolo tritati finemente,  qualche pinolo e qualche acino uva passa.
    Si avvolgono poi le cotiche e si legano con dello spago  da cucina. In una casseruola, magari di coccio,  dispongono  gli involtini sul fondo cosparso di olio e si mette a cuocerea fuoco lento.

    Coprite e cuocete a fuoco basso, mescolando spesso perché, altrimenti, gli involtini potrebbero attaccarsi al fondo. La cottura sarà giusta quando potrete tagliare l’involtino con la forchetta.

    Se poi preferite una versione al sugo, partite da questo e poi – una volta avviato questo – sistematevi le braciole e portate a cottura.

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  • Ragù napoletano ricetta tradizionale

    Ragù napoletano ricetta tradizionale

    ricetta ragù napoletano

     

    Premessa: da dove arriva questa ricetta del ragù napoletano

    La ricetta del ragù napoletano che riporto non è mia, ma è stata postata un sacco di tempo fa nel forum di www.gennarino.org e da allora ci sono particolarmente affezionata. Insieme al sugo alla Genovese resta ancora oggi, uno dei miei piatti domenicali preferiti.

    Il ragù, ‘o rraù, sono tutte variazioni sul tema di una pietanza che nasce, naturalmente, molti anni (forse secoli, per non dire di più) prima che il pomodoro si insediasse stabilmente diciamo così, al vertice delle cucine mediterranee – e napoletane in particolare.

    Prima del pomodoro, il ragoût nasce nel crogiuolo della grande cucina francese borghese , ed è probabilmente una preparazione – quasi sempre a base carnea, ma non solo, molto densa, ben cotta, sugosa, piena di spezie particolarmente profumate (pepe, ma più anticamente anche cannella, chiodi di garofano ecc. ) e palpitante spesso e volentieri di fegatini e di animelle.
    Forse pesante, ma lasciamo perdere, de hoc satis, è roba diversa da quella di cui parliamo. E’ molto più tardi, diciamo dalla 2° metà – fine o 800 che il ragù napoletano comincia ad avere una sua, diciamo così, fisionomia definitiva, ed assume le forme attuali molto all’inizio del secolo passato. Di fatto, come molti piatti napoletani così come li conosciamo oggi – così come tutti quelli a base di melanzane, peperoni, patate e pomodoro – è una preparazione relativamente recente.

    Di ricette di ragù napoletano, ce ne sono tante che risentono dei tempi, del gusto e di una ricerca di sempre maggiore leggerezza nella preparazione (la ‘nzogna, lo strutto, per esempio, è stato di fatto del tutto soppiantato, nel tempo, dall’olio d’oliva, così come il lardo o altri condimenti animali).
    Anche i tempi di cottura si sono tremendamente ridotti, dalle 5 –6 ore della preparazione originali, a direi circa la metà. La mia nonna si alzava veramente presto per cucinarlo.

    La ricetta di ragù napoletano che vi dò, e che è la mia personale, è praticata nella mia famiglia, con lievi modifiche, da almeno quattro generazioni. La mamma della mia nonna, all’epoca una bambina, accolse il generale Garibaldi a Napoli. Non mi stupirebbe se qualcuno vi desse una ricetta differente: il ragù sta alla campania come il cous cous al mondo arabo: dall’Iraq alla Mauritania di variazioni sul tema ce ne sono…

    Per quanto riguarda le proporzioni e il peso degli ingredienti, se volete dei dettagli, li posso dare. Per il momento godetevi la preparazione, poi vediamo.

     

    Ricetta  ragù napoletano: premessa.

    La ricetta ragù napoletano prevede, a differenza di quello bolognese o di altri che usano carni trite (ancorché miste) carni spezzate, più o meno grandi, a seconda dell’animale utilizzato. Io preferisco meno assortimento, ma in pezzi decisamente più grossi (massimo un paio).
    Altra famiglia di ragù è quella che utilizza le braciole (involti di carne più o meno grandi, fatti con spesse fette di carne o anche con cotenna). ‘A braciola ‘e cotene è un piatto tipicissimo che, anch’esso va scomparendo. Vediamo singolarmente. Ma una volta preparate le carni, braciola o spezzato, la preparazione è analoga.

    Diciamo che l’evoluzioni delle carni (sempre più tenere, sempre più magre) ha snaturato un po’ il senso originale della ricetta del ragù napoletano, che era quello di fornire un sugo assai più saporoso della carne da cui si ottiene. La carne veniva cotta fin quasi a disfarsi (quasi) e questo arrcchiva il sugo di pomodoro a discapito della carne. A me non dispiace un ragù che contemperi queste due esigenze. Comunque, in linea di massima, se si usa sola carne di bue (meglio un bovino decisamente adulto) non è necessario usare i quarti posteriori; anche un quarto anteriore va bene. L’importante è che sia un muscolo resistente alla cottura e saporoso. Ottimo lo scamone (e ci mancherebbe) ma anche pezzi assai meno nobili , spalla, biancostato, spezzato di coscia, polpaccio , annecchia (si va nell’idiomatico), “copertura “ di spalla, punta di natica ecc. ecc. Insomma carni saporite, “robuste” MAI troppo tenere. Il ragù non è un piatto economica, ma neanche troppo caro.
    Si può aggiungere anche della carne di maiale (ottimo capocollo o “gallinella” – polpaccio, che tuttavia cuoce – occhio – molto prima. Tenetene conto durante la preparazione: potreste essere costretti a levarla dalla pentola anzi tempo e, mi raccomando, legatela sempre.

    LA BRACIOLA
    La braciola, ripetiamolo, non ha nulla a che vedere con la carne alla brace o con bistecche varie.
    Si stende la fetta – abbastanza spessa – chè deve cuocere a lungo – e si spolvera di sale e pepe. All’interno si spezzetta aglio, formaggio (meglio qualche bel pezzo più vicino alla buccia – dura – del pecorino o del parmigiano. Strisce di salame, meglio se piccante, lardo – anche se, vedi sopra, non si usa più, meglio della pancetta, semmai, prezzemolo, un pizzico di noce moscata, e infine, immancabili, uva passa e pinoli (all’uva passa e pinoli ci tengo).
    La fatta di carne va avvolta bene stretta e legata con filo. Con gli stuzziacadenti ci potete al massimo fermare quei ridicoli involtinucci rachitici che non raggiungono l’obiettivo.

    UTENSILI
    ‘O rrau’ necessiterebbe di pentola a fondo spesso, l’optimum è il rame (stagnato) ma vanno bene anche l’alluminio o, perché no, la classica pentola di coccio. Sconsiglierei l’acciaio, che tende a scaldarsi troppo sul fondo. Cucchiarella di legno, please, chè il metallo m’inacidisce il sugo.

    CONDIMENTI
    La sugna, come si è visto, e il lardo sono stati soppiantati dall’olio di oliva. Fate vobis, utilizzate lardo fuso insieme allo strutto e all’olio (che comunque è indispensabile). Niente burro, però, che non c’azzecca proprio niente.

    LA CIPOLLA
    Allora chi non ama la cipolla è avvisato: nel ragù napoletano ce ne vuole tanta, ma proprio tanta. Solo cipolla, niente sedano-carota- altri aromi per il soffritto. Solo cipolla. Ottima quella ramata di Montoro. Diciamo che per un chilo di carne poco meno di un chilo di cipolla. Ricordate che più cipolla c’è, più denso e aromatico ne risulta il sugo. Alla fine si consumerà del tutto, fondendosi nella salsa di pomodoro e non lasciando traccia di sé.

    ricetta ragù napoletano

    Ricetta  ragù napoletano

    Si rosola la carne nell’olio extravergine, a fuoco bello vivo, ma non troppo alto, magari aggiungendo un mezzo cucchiaio di strutto o di lardo (se si gradisce) fino a farle raggiungere un bel color biscotto.
    A questo punto, si fa sfumare una prima volta con il vino (bianco o rosso, in fondo non fa differenza: cambierà solo un po’ il colore del sugo) . Io personalmente preferisco un bel bianco secco aromatico.
    Il vino farà sciogliere la crosticina che si è formata sulla superficie della carne, sigillandola.

    ricetta ragù napoletano

    In questo fondo si aggiungerà la cipolla, che a fuoco moderato dovrà consumare tutta la sua acqua fino a imbiondire sempre più. Una volta che avrà raggiunto un bel colore marroncino e di consistenza assai più cremosa, si sfumerà il tutto una seconda volta, con un po’ più di vino.
    La sfumatura col vino è piuttosto complicata e rischia di venir male, consiglio perciò di alzare poco la fiamma per fare in modo che l’alcool svapori immediatamente e il vino finisca con lo sciogliere di nuovo le crosticine che potrebbero essersi formate e restituirle al fondo di cottura: a questo punto la ricetta più tradizionale prevede l’aggiunta del concentrato di pomodoro sciolto in poca acqua (anche se le conserve moderne, molto più dense e consistenti, rendono inutile l’aggiunta, secondo me) che si fa andare e d addensare un po’ prima di aggiungere il sugo di pomodoro.

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    Riguardo ai pomodori, io preferisco, d’inverno, utilizzare i pelati in scatola, più acquosi della passata (che rischia di addensare troppo presto il tutto e non lasciar cuocere la carne) e passarli rapidamente al passaverdura o al setaccio.
    La fiamma si alza per portare il tutto a bollore e, non appena, raggiunto, si riabbassa al minimo.
    Occhio: la cottura della carne probabilmente richiederà più acqua di quante ne contengono i pomodori. In tal caso bisognerà aggiungerla. La quantità è lasciata alla sensibilità dei singoli: io suggerisco di abbondare sempre.
    A questo punto il ragù deve “pipiare” (splendida onomatopea) sul fuoco per tutto il tempo necessario. 3, 4 ore anche, sono tempi medio lunghi. Il “driver” è la durezza della carne e lo spessore del sugo. Alla fine, per utilizzare la frase di Eduardo, il colore dev’essere di un bel tono di palissandro scuro. E la salsa ben addensata. Prima di spegnere del il fuoco, una bella manciata di basilico fresco, da spezzettare con le dita, non con il coltello, grazie.
    Il sale (o eventualmente il pepe) sono da aggiungere quasi a fine cottura, per non sbagliarsi .

    Il ragù va girato, religiosamente, con la cucchiarella di legno, raccogliendo il condimento che, consumandosi il sugo poco a poco, rimane attaccato alle pareti della pentola. Pazienza, occhio ed esercizio. Non occorre molto, in fondo.

    ricetta ragù napoletano

    LA PASTA
    La morte del ragù, come insegnano i napoletani, è la pasta col buco: tortiglioni, schiaffoni (o paccheri) ziti, mezzi ziti, quello che vi pare. No fettuccine (al limite tripolini) o spaghetti. Una bella pasta di grano duro che tenga bene il sugo. Semplicemente.
    La maniera di servirlo è mettere pasta con un po’ di sugo nella capace zuppiera di ceramica (mia zia Ninina, con 6 figli famelici, ne aveva una che pareva una tinozza), e rigirare bene per poi aggiungerci in cima una bella cucchiaiata di salsa di pomodoro. Una spolverata di pecorino romano (ora di parmigiano) la ritengo indispensabile.

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  • Marmellata di arance

    Marmellata di arance

    marmellata di arance

    Una vecchia ricetta di marmellata cui sono particolarmente affezionata, avendola assaggiata da Paolo – incontrato in internet una quindicina di anni fa – e rimasta da  allora uno dei miei punti fermi in fatto di conserve casalinghe. Importante, avere a disposizione arance assolutamente non trattate. Io le prendo da un produttore siciliano, ordinandole on line, e facendomele inviare a casa: se potete, fate lo stesso. Avrete garanzia di qualità, risparmierete e sosterrete la piccola produzione.

    Ingredienti della marmellata di arance

    12 arance NON trattate, meglio a buccia grossa
    500gr di zucchero per kg  di frutta

    marmellata di arance

    Preparazione della marmellata di arance

    Pelare la buccia delle arance con un coltello affilatissimo,  stando atttenti a non prendere il bianco. Le bucce le taglierete a listarelle, della dimensione che più  vi piacciono.  Una volta tagliate, mettetele  in un contenitore ermetico in frigo e conservatele fino al momento dell’uso.
    Bucate bene le arance con una forchetta, in 6-8 punti e mettetele in un pentolone pieno di acqua fredda, cambiando l’ acqua ogni 24 ore
    per tre giorni.

    Al terzo giorno prenderete le arance, e toglierete il bianco che e’ rimasto attaccato al frutto.
    Tagliatele poi a pezzi, buttando tutto dentro la grande pentola – non di alluminio  e a bordi ben alti – che userete per la marmellata.

    Accendete il fuoco, e portate il tutto a bollore, mescolando per bene. Girando con la spatola i pezzi cominceranno a rompersi, e farete bollire vivacemente per alcuni minuti, in modo che “prenda” la temperatura e si riduca lievemente l’acqua della frutta. Versate nella pentola le buccette che erano in frigo  e riportate a bollore.

    A questo punto cominciate a versare lo zucchero: tenendo il fuoco vivace e mescolando vigorosamente per farlo sciogliere. questa e’ la fase piu’ delicata: se lo zucchero si attacca, la marmellata si scurirù in breve tempo.

    Dal momento in cui il bollore riprende, cominciate a cronometrare: ci vorranno dai 45 ai 65 minuti per avere la vs. marmellata. Noterete che non appena mettete lo zucchero, la consistenza diventa incredibilmente acquosa. Non ci si deve spaventare, ma alzare il fuoco e fare bollire, bollire, bollire.

    Se durante la cottura si forma la schiumetta bianca sulla superficie, la toglierete con una ramina forata.
    Il punto di cottura giusto lo si ha ad una certa temperatura, se avete l’apposito termometro da marmellate (ma non ricordo qual e’ il nome).
    Non avendo io il termometro, mi regolo a occhio: la marmellata non cola piu’ “a filo liquido” dalla spatola, e se versata sul piattino forma una goccia che non fa “splash” ma si mantiene bella cicciottella.

    A questo punto siamo pronti. Prima di spegnere il fuoco due operazioni: versare un limone spremuto nella pentola, per fare schiarire la
    marmellata, e un onesto bicchiere di whisky, che non ha mai fatto male a nessuno. Spegnete e mescolate vigorosamente per distribuire bene i pezzettoni e le bucce.

    Riempite i vasetti fino a un 3-4 mm dal bordo, poi li metterete uno accanto all’altro e li coprirete con un panno pulito per almeno mezza giornata, fino a che sono freddi.

    Quando saranno freddi  noterete che il contenuto e’ un poco calato, ovvio. La mia chiusura consiste in un paio di cucchiaini di zucchero distribuiti sulla superficie, e mezzo cucchiaino di whisky a bagnare lo zucchero. Questo formera’ uno strato liquido che isola la marmellata dall’aria e dalle possibilita’ di muffa.

    Chiudete e mettete in cantina.

    Da osservaizoni empiriche, ho notato che piu’ passa il tempo, piu’ le buccete risultano candite. Probabilmente si impregnano nel tempo dello zucchero. Quindi mi sono fatto l’idea che ci vogliano un paio di mesi prima di aprire, ma ovviamente NON e’ rischioso per la salute l’essere golosi e aprirla prima.

  • Panettone fatto in casa con lievito madre, ricetta di Morandin

    Panettone fatto in casa con lievito madre, ricetta di Morandin

    panettone Morandin

    L’ennesima ricetta di panettone di quest’anno. E non è ancora finita: dopo il Massari, l’Elmi e questo ho rifatto di nuovo il Massari che resta il mio preferito, anche se il più difficile vista una aggiunta finale di acqua che se da un lato rende il risultato più umido nel corso del tempo – e per me, l’umidità di un panettone resta tra le sue caratteristiche di bontà – sicuramente contribuisce a rendere più difficile l’incordatura finale. Ma intanto veniamo a questa: ottimo risultato, grande morbidezza finale ma un piccolo difetto, secondo me: povero di aromi. Lo rifarò sicuramente, abbondando però di aromi, per esempio aggiungendo una bella cucchiaiata di confit di orange e la buccia di agrumi grattugiati.

    In ogni caso, una ricetta affidabilissima e – ripeto – neanche molto difficile. Ovviamente, valgono le solite raccomandazioni:

    – assicurarsi di avere un lievito madre ben in forza;
    – stare attenti a non lavorare troppo l’impasto per non surriscaldarlo;
    – utilizzare una farina specifica per panettoni (io uso la Panettone Zeta Molino Dalla Giovanna, con cui mi trovo molto bene e ha un ottimo rapporto qualità prezzo.

    Cose già dette, più di una volta, e che potete trovare in questo post: che vi consiglio sempre di leggere, soprattutto se non siete esperti, prima di avventurarvi nella preparazione del panettone.

    panettone Morandin 3

    Detto questo, la ricetta. Ne girano diverse in rete, io ho seguito questa di Alessandra, bravissima con i lievitati.
    Ve la riassumo per comodità, ma voi fate pure un giro da lei: non ve ne pentirete.

    Ingredienti primo impasto panettone con lievito naturale di Rolando Morandin

    273 g Farina per panettoni
    120 g Zucchero semolato
    68 g Acqua
    154 g Tuorli
    137 g Lievito madre ben forte e a temperatura ambiente
    171 g Burro morbido
    34 g Acqua

    Procedimento

    Versare nella ciotola dell’impastatrice l’acqua, lo zucchero e 3/4 dei tuorli e far andare per pochi minuti, poi aggiungere il lievito madre spezzettato e la farina.

    Fare  incordare molto bene, quindi proseguire col mettere il resto dei tuorli l’acqua (questi aggiunti a filo, come si fa per la maionese) e per ultimo il burro.
    Molto importante è mantenere sempre l’incordatura e non surriscaldare troppo l’impasto, se si dovesse scaldare troppo, toglierlo dalla ciotola, porlo su un piano di lavoro e allargarlo, farlo raffreddare e riprendere poi a impastare.
    Come spiegato in questo post, l’impasto dovrà terminare ad una temperatura che non vada oltre i 26-27°.
    Altrettanto importante, però,  per una buona partenza della lievitazione  è chiudere l’impasto a 26 gradi: per cui a fine lavorazione, controllate con un termometro e nel caso la temperatura fosse più bassa, lavorate ancora  un po’ per aumentarla.

    Mettere l’impasto in una ciotola molto capiente e leggermente unta di burro e mettete a lievitare ad una temperatura di 26 gradi.
    Prparare l’uvetta mettendo a bollire dell’acqua, e immergendovi questa a fuoco spento una volta che abbia iniziato a bollire. Lasciate uan decina di minuti e poi scolate, lasciandola nel colino fino all’indomani mattina.

    Quando il primo impasto sarà triplicato, (ci potrebbero volere anche più di dodici ore) procedere col secondo impasto.
    Ingredienti secondo impasto panettone con lievito naturale di Rolando Morandin

    103 g Farina forte W 380-400
    34 g Zucchero
    51 g Tuorli
    51 g Burro
    9 g Sale
    1 Bacca di Vaniglia
    34 g Crema pasticcera
    68 g Cedro
    137 g Uvetta
    205 g arancia candita a cubetti
    Procedimento

    Versare il primo impasto triplicato nella ciotola dell’impastatrice e aggiungere la farina e impastare, appena avrà incordato iniziare a mettere in sequenza lo zucchero mescolato ai tuorli ( questi sempre a filo), la crema pasticcera, il sale ed il burro morbido , ricordandovi di mantenere sempre l’incordatura prima di aggiungere ogni ingrediente.

    Dopo aver fatto incorporare bene anche il burro, aggiungere i semi della bacca di vaniglia e terminare mettendo uvetta e canditi, far andare pochi istanti a bassa velocità , in modo da distribuirli bene nell’impasto.

    Mettere l’impasto finito a riposare per un? ora su un piano di lavoro.
    trascorso il tempo fare le spezzature, in questo caso dividere in due parti da 825 g ( 750 + 10%) che andrà in ogni pirottino da 750 g.

    Pirlare e mettere l’impasto nel pirottino per la lievitazione finale.
    Quando l’impasto sarà lievitato fino ad 1-1,5 cm dal bordo del pirottino, fare otto tagli con una lametta e aggiungere  un cubetto di burro da 2×2 cm al centro e richiudere i lembi tagliati.
    Cuocere in forno statico preriscaldato a 160°, per 45-50 minuti.
    Munitevi di un termometro a sonda, che sarà infilato al cuore del panettone 7-8 minuti prima della fine della cottura, non appena la temperatura del termometro raggiungerà una temperatura tra i 90 e i 92, sfornarlo e – come al solito – appenderli capovolti lasciandoli in giù per 10-12 ore, fino a completo raffreddamento.-

    Trascorso questo  tempo, quando saranno ben freddi imbustarli e lasciarli maturare per qualche giorno, per far si che gli ingredienti sprigionino tutti i loro aromi. Se dovete conservarli a lungo, spruzzate all’interno della busta un po’ di alcool per dolci: questo servirà a conservarli al meglio fino alla giusta maturazione.

    panettone Morandin-2