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  • Sfoglia alle mele, crema pasticcera e noci caramellate

    Sfoglia alle mele, crema pasticcera e noci caramellate

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    Questa sfoglia alle mele, crema pasticcera  e noci pralinate, nasce per caso. Mi è capitato l’altro giorno di leggere del contest TUTTOMELE” in collaborazione con UIR, UNIONE ITALIANA RISTORATORI E SAPORIE collaborazione con le Bloggalline e – di istinto – ho deciso di partecipare. In questo modo è nato questo dolce: nulla di nuovo, per carità: semplicemente un modo di giocare con la sfoglia (preparazione, secondo me, piacevolissima da fare).  Godibilissimi poi , secondo me, la diversità delle consistenze di pasta sfoglia e noci caramellate, così come quella tra la morbidezza della crema e quella delle mele. Il tutto, fuso in bocca all’assaggio, con il tocco speziato del pisto e quello aromatico della vaniglia. Insomma, da provare. Io, almeno, vi consiglio di farlo.

    Detto questo, per questo dolce servono sei volauvent. Se non avete voglia di prepararli,  potete certamente comprarli già fatti. Ma sono talmente facili da fare in casa che non credo ne valga la pena. Basta solo un po’ di tempo, una buona farina per sfoglia (o comunque forte) e del buon burro.  Oltretutto è anche comoda: può essere preparata in anticipo e conoservata in freezer in attesa dell’utilizzo, consentendo così di programmare il lavoro in modo da affrontarlo senza stress.

    Per la pasta sfoglia (ricetta di Luca Montersino)
    Panetto: burro 215 farina 63
    Pastello 153 g di farina, 4 g sale, 94 g acqua fredda

    Premessa: preparare la pasta sfoglia non è affatto difficile come può sembrare. Occorre pero’ porre attenzione ad alcuni particolari,  che trovate spiegati perfettamente dallo stesso Luca Montersino in un video che trovate qui, nel forum, dove troverete anche un video su come prearare i vol-au-vent partendo dalla pasta sfoglia. E dove vi aspetto caso mai abbiate bisogno di aiuto per realizzare questa preparazione.

    Detto questo, il procedimento è abbastanza semplice. Innanzitutto, si prepara il  PASTELLO (la parte senza burro) impastando velocemente gli ingredienti e dando all’impasto una forma regolare di tipo rettangolare. Poi, si passa al pastello: innanzitutto, si smattarella il burro freddo di frigo per aumentarne la plasticità e con questo si prepara il PANETTO impastandolo velocemente con la farina e dandogli una forma regolare. Poi in frigo, fino a che non sia ben rassodato.

    Una volta tirato fuori dal frigo lo si lavora velocemente e poi lo si stende in modo da ricavarne un rettangolo. Si fa lo stesso con il pastello, ricavando da questo un rettangolo grande circa il doppio del panetto e si fanno due operazioni più facili a farsi che a spiegarsi.

    Cioè, prima si fa una piega a tre e poi  una piega a 4.

    Poi di nuovo in frigo, a riposare per un’ora circa.  Passato questo tempo, si ripetono le due pieghe (prima quella a tre, poi quella a quattro) e si ripone in frigo fino al momento dell’utilizzo.

    Il giorno dopo, si ricavano i vol-au-vent ritagliando la pasta in cerchi, aiutandosi con un coppapasta. La metà di questi, poi, vengono forati al centro con un altro coppapasta un po’ più piccolo ricavando quindi un cerchio che viene messo sul disco di pasta lasciato intero (dopo averlo forato e spennellato con acqua). Se non avete capito, e non vi basta neanche la foto in basso, potete guardare qui dove troverete un video che mostra come fare.

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    I vol-au-vent vanno quindi riposti su una teglia e sistemati in frigo per una trentina di minuti . Intanto si accende il forno,  lo si porta a ca. 220 gradi e si infornano. Una volta cotti, per renderli ben asciutti e croccanti, meglio farli raffreddare almeno per un po’ in forno spento e aperto in fessura larga.

    Una volta cotti, si conservano bene anche per diversi giorni purché riposti in un sacchetto di carta da pane in  luogo fresco e asciutto.

    Risolto il problema dei vol-au-vent, si passa alla ricetta vera e propria, per la cui preparazione servono:

    Crema pasticcera alla vaniglia (la vostra ricetta preferita, per esempio questa) in dose ottenuta da 250 g di latte.
    Composta di mele alla vostra spezia preferita
    qualche savoiardo e un po’ di liquore
    Noci pralinate
    Caramello per decorare
    Spezie in polvere, per “sporcare” il piatto

     

    Composta di mele:
    2 mele piuttosto grandi, oppure 3 piccole
    il doppio del loro peso in zucchero
    il succo di mezzo limone
    Spezie a vostra scelta

    Pelare le mele, riducendole a pezzettini, e sistemandole poi in una ciotola insieme allo zucchero e al succo di limone. Il giorno dopo, portare a cottura sul fuoco a bassa temperatura fino a quando non appaiono trasparenti e straslucide. E’ possibile anche usare il micro (quelle della foto sono state ottenute così) cuocendo a media potenza per quindici minuti circa: anzi, vengono persino meglio, quasi candite. A fine cottura, fare intiepidire ed aggiungere le spezie desiderate: io ho scelgo di aggiungere il pisto, uno dei profumi più classici della pasticceria napoletana.

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    Noci pralinate
    Queste, poi, sono la semplicità assoluta. E’ sufficiente preparare del caramello: si mette dello zucchero in un tegame, lo si fa sciogliere e colorire e poi  si aggiunge qualche gheriglio  (io, fresca di esperienza TopBlogger con Moreno Cedroni, su invito della Ventura, di cui vi racconterò prestissimo, ho usato queste). Una leggera mescolata per  permettere al caramello di avvolgere tutta la noce e poi si prendono via con uno stuzzicadenti. Si fanno raffreddare fino ad indurimento e sono pronte. Tutto qui.

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    Montaggio del dolce
    Si affetta sottilmente (per il lungo) un savoiardo e con le fettine ottenute si copre il fondo di ogni vol-au-vent. Poi, una spruzzata di brandy e si copre il tutto con crema pasticcera livellando bene. Su questa, si appoggia una cucchiaiata o due di composta di mele e si decora con noci caramellate o fili di caramello.

    Tutto qui, il pasticcino è pronto per essere servito. E, soprattutto, *goduto*.

     

     

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    “Con questa ricetta, partecipo al contest : “TUTTOMELE” in collaborazione con UIR,
    UNIONE ITALIANA RISTORATORI E SAPORIE.


  • Ischia, un sogno lungo tre giorni

    Ischia, un sogno lungo tre giorni

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    Quale voce viene sul suono delle onde
    che non sia la voce del mare?
    È la voce di qualcuno che ci parla,
    ma che se ascoltiamo tace,
    proprio per esserci messi ad ascoltare.

    Incredibile ma vero: io, che quando avevo letto del concorso organizzato da Malvarosa edizioni e finalizzato alla consegna dei Food Blog Awards avevo rinunciato in partenza (pensando che *tanto, figurarsi, chissà quante persone più brave di me parteciperanno e quindi che speranze mai posso avere?*) non solo ho deciso negli ultimi giorni di partecipare ma ho addirittura vinto. Già, vinto. Nella sezione food photography. E  grazie a questa vittoria, mi sono ritrovata, all’improvviso, catapultata ad Ischia, dove da sempre sognavo di andare senza mai riuscirci.

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    Superata l’incredulità, e non è stato facile abituarmi all’idea che stesse accadendo proprio a me, ho iniziato a vivere l’isola. Con una passeggiata solitaria (sono stata la prima ad arrivare) lungo le strade del paese. Che però solitaria non è rimasta a lungo:  grazie ad uno di quei miracoli che solo grazie ad internet possono accadere, mentre passeggiavo lungo il mare mi sono vista sorridere da lei, Lucia. Mi aveva riconosciuto, sapevo che ero nella *sua* isola, e mi è venuta incontro. Senza sapere in quale punto dell’isola fossi, è uscita e si è diretta esattamente dove ero io. Sentiva che mi avrebbe incontrato, mi ha detto, e mi ha accompagnato  con il suo sorriso a conoscere angoli ed aspetti del paese che da sola non avrei potuto scoprire. Come la struttura della via principale di Ischia Ponte, divisa a metà: da una parte i palazzi nobiliari – qualcuno fatiscente, qualcun altro in via di recupero, ma tutti assolutamente stupendi – dall’architettura tipicamente seicentesca e dall’altra case piccole e modeste, caratterizzate spesso da un portone ad arco che altro non era che il vecchio ricovero della barca “di famiglia”.

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    E grazie alla sua presenza, è stato facile parlare un po’ con qualche isolano vero. Come quel signore, che nella sua bottega stava lì a riordinare le sue carte, e che ha acconsentito alla mia richiesta di fotografare il luogo, senza immaginare che in realtà stavo fotografando lui.

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    Grazie a lei, ho potuto apprezzare e fotografare una spiaggia che, da sola, non avrei mai scoperto.

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    Spiaggia di mare vero, profumo di salsedine,  e come unici abitanti dei  pescatori in barca  e dei ragazzi che giocavano con un pallone.

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    E sempre grazie a lei – soprattutto – ho saputo del fatto che al mattino  lungo il molo sarebbe stato possibile assistere al rientro delle barche e alla vendita diretta del pesce. Tentazione cui non sono riuscita a resistere, ed ho fatto bene: perché grazie a quella levataccia (che ho diviso con Marianna, Elisa e Rosalia) ho potuto scoprire la luce più autentica dell’isola.

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    Sì, la luce: perché – e qui forse è la fotografa che è in me che parlaogni luogo fisico ha una *sua* luce. Che dipende certo dall’esposizione e che brilla in tutto il suo splendore una sola volta al giorno. Per Ischia Ponte, questo momento è al mattino: ed è un momento magico, fatto di luce e riflessi dorati che ti circondano fino ad abbracciarti, fino a farti sentire in qualche modo parte di quel  luogo.

    E solo se mezzo addormentati,
    udiamo senza sapere che udiamo,
    essa ci parla della speranza
    verso la quale, come un bambino
    che dorme, dormendo sorridiamo.

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    E anche qui, profumo di salsedine. E sensazione di essere *a casa* : al punto da mettermi a chiacchierare, tra uno scatto e l’altro,  con un pescatore che mi aveva colpito per la sua posa in controluce, ai piedi del Castello Aragonese (e che mi ha ritrovato via mail, tramite sua figlia, per chiedermi di vedere che cosa avevo combinato con la mia macchina fotografica. Desiderio, questo, che realizzerò prestissimo).

    Poi via, verso quell’altura fatta di pietra e muri: da dove, si intuisce, si potrà spalancare lo sguardo su qualcosa che assomiglia all’infinito.

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    Si sale in ascensore e si percorrono scale e sentieri alla scoperta di ogni sua parte: alcuna fatta di luce e di splendore (come quella che si affaccia su Procida), altre – invece – di buio e dell’orrore della storia di donne rinchiuse tra quelle mura non per vocazione ma per questioni dinastiche. E costrette a rinunciare al proprio corpo non solo in vita, ma persino dopo la morte: “Le monache defunte, infatti, non venivano propriamente seppellite, ma messe in posizione seduta su sedili di pietra che, al centro, erano dotati di un buco con sotto un vaso d’argilla: erano detti “scolatoi” e servivano a raccogliere i liquami prodotti dalla decomposizione dei corpi. Ogni giorno le suore vive si recavano a far visita alle consorelle; la vista dei corpi consumati e in decomposizione doveva servire loro per meditare sulla fragilità della carne e sulla pochezza della vita terrena.” 

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    Finita la  perlustrazione del castello, è iniziata quella dell’aspetto meno turistica dell’isola con la visita alla cantina Pietratorcia (e la visita al Fosso dei conigli, la passeggiata nella vigna panoramica e la visita alla cantina dei legni del 1700). Il tutto accompagnato da un ottimo pranzo e dall’ottima compagnia di Valentina, che da allora in poi ci ha accompagnato anche lei nella scoperta dell’isola, e suo padre che ci ha raccontato della sua vigna, delle sue botti e dei suoi vini.

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    E poi, dopo il pranzo, il paesaggio cambia di nuovo: si torna al mare e all’azzurro con un giro dell’isola alla scoperta degli angoli più suggestivi. Come la Chiesa del Soccorso, dove è sin troppo facile immaginare quanto dolore abbia visto quel piazzale nel corso dei secoli, e quante urla di donna siano risuonate in direzione di quel mare, tanto amato e tanto maledetto dalle donne dei pescatori.

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    E poi la passeggiata al borgo di Sant’Angelo. Con sosta preliminare dall’*acquafrescaio* del  luogo. Che non solo ci ha dissetato con una splendida spremuta, ma ci ha anche intrattenuto  a lungo con la sua teatralità tutta partenopea.

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    A Sant’Angelo, altra luce: quella del tramonto. Calda e viva, al nostro arrivo…

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    … avvolgente, cupa e al tempo stesso vivissima, mentre stiamo per andare via.

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    L’indomani mattina, invece, la realizzazione del sogno più grande ed inatteso: le cucine del Mosaico, e lo chef Nino Di Costanzo. Giuro: se avessi mai dovuto esprimere un desiderio su Ischia, sarebbe stato quello (e Valentina me ne è testimone) ed incredibilmente quel giorno ho scoperto che anche desideri come questi possono realizzarsi: io e le altre vincitrici saremmo state ospiti dello chef per realizzare, con lui e con il suo staff, alcuni piatti da servire poi ai nostri accompagnatori.

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    Un sogno, dicevo, che ho vissuto al punto di non avere voglia di rischiare di interromperlo. Per questo, ho saltato la visita al Negombo, di cui mi avevano detto meraviglie  ma che comunque ho scelto di non visitare: troppe emozioni in poche ore, troppa stanchezza, e la sensazione che due ore non mi sarebbero bastate per vivere “davvero”  un luogo del genere. Per cui, non ci sono andata: scegliendo cosi’, come faccio di solito in ogni luogo che visitando finisco per amare, di mettere da parte un motivo per tornare.

    E a Ischia, appunto, voglio e devo tornare.

    Sono isole fortunate,
    sono terre che non hanno luogo,
    dove il Re vive aspettando.
    Ma, se vi andiamo destando
    tace la voce e solo c’è il mare.

     

     

     

    Ps. le foto che ho scattato  a Ischia, in formato originale (e in numero superiore a quelle inserite in questo post) sono qui, su Flickr.

  • La brioche francese ricetta di Felder

    La brioche francese ricetta di Felder

    La brioche francese, ricetta di Felder
    A volte, le ricette capitano per caso, come questa brioche francese ricetta di Felder. Perdendo tempo su facebook, magari; ed incrociando la realizzazione di una ricetta da parte di una persona che conosci. Una brioche di Felder alle noci pecan e cannella (che io  non usato, per pura dimenticanza). Il nome ovviamente, è una garanzia: eppure, guardando la realizzazione di Alessandra noti qualcosa che non ti convince nell’alveolatura. E da lì, chiacchierando del più e del meno ed accennando come avresti fatto tu, la decisione arriva da sola. La rifaccio, per provare a spiegare come incordare al meglio un impasto da brioche particolarmente ricco di burro e che non utilizza manitoba ma una zero normale.
    Lo so che il rischio di apparire presuntuosi è dietro la porta – del resto, se mi chiamano la “signora sotuttoio” qualche motivo ci sarà! – eppure il modo in cui è spiegata la realizzazione tecnica nel libro di Felder (Pâtisserie, il titolo) non mi convince.  Magari un non principiante può farcela senza avere problemi, ma io – che dilettante sono e dilettante resto – preferisco ricorrere all’aiuto di uno strumento da niente eppure essenziale. Un termometro digitale, anche da pochi euro: ma non rinunciate a possederne uno e – soprattutto –  ad utilizzarlo.
     
    Ma bando alle ciance e passiamo alla ricetta. Perfetta, secondo me, dal punto di vista degli ingredienti.

    La brioche francese ricetta di Felder

    250 gr di farina 0 W 230
    30 gr di zucchero
    2 cucchiai di latte
    10 gr di lievito di birra fresco
    150 gr di uova
    165 gr di burro morbido
    1 cucchiaino di sale
    Un uovo ed altro burro per spennellare prima di infornare

    (Nota: ho iniziato alle 11.15 ed ho sfornato intorno alle 20)

    Ho iniziato setacciando la farina e mettendola nella ciotola dell’impastatrice insieme a 10 gr di lievito di birra fresco. Poi  ho pesato peso 150 gr di uova, senza guscio, cui ho aggiunto (dopo averne messo da parte un cucchiaio ca.) i 30 gr di zucchero mescolando bene in modo da farlo sciogliere.

    Ho impastato con un cucchiaio di legno aggiungendo – piano piano, a filo –  la metà delle uova. Quando questa prima parte dell’impasto si è amalgamata,  ho avviato  l’impastatrice a bassa velocità ed ho  aggiunto il resto delle uova – sempre  un po’ per volta.

    ricetta brioche felder

    Quando l’impasto ha inziato a prendere corda, ho  rovesciato  su un piano di lavoro e  l’ho lavorato con la tecnica dello slap and folding, dandogli un centinaio di battute circa.

    Dopo questo trattamento, si presentava così.

    brioche francese ricetta di Felder

    Ho rimesso quindi in  ciotola ed ho  aggiunto  il burro (maneggiato tra le dita per ammorbidirlo) un po’ per volta e il sale sciolto nell’uovo lasciato da parte.

    Ho iniziato qundi ad impastare con il gancio, fermandomi ogni tanto per raccogliere con un leccapentola l’impasto attaccato sul fondo  controllando ad intervalli regolari  con un termometro che la temperatura non superasse i 24 gradi. Quando questo accadeva, interrompevo staccando il gancio e riponendo tutto in frigo per una decina di minuti. In tutto sono stati necessari circa 45 minuti e tre soste da 10 in frigo.
    Ecco, come si presentava l’impasto alla fine di queste operazioni.
    brioche francese ricetta di Felder

    A questo punto, l’ho sistemato in una ciotola abbastanza capiente ed ho eseguito un folding un po’ serrato…

    brioche francese ricetta di Felder
    brioche francese ricetta di Felder

    … ed ho fatto lievitare (coprendo con pellicola traparente) per 90 minuti a temperatura ambiente (20 gradi ca.). Passato questo tempo, altro giro di folding e riposo in frigo per 2 ore (sempre con pellicola).

    Nota: l’impasto non ha cambiato colore: purtroppo, intanto, è arrivato il buio ed ho dovuto accendere la luce e questo ha dato all’impasto un tono più giallo)

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    A questo punto ho diviso l’impasto in otto pezzi uguali che ho formato –  ungendo sia mani che piano di lavoro con burro – come per i panini al latte  e li ho sistemati in uno stampo imburrato.

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    Ho coperto quindi con pellicola trasparente ed ho fatto lievitare a temperatura ambiente fino al raddoppio.

    brioche francese ricetta di Felder

    A questo punto ho spennellato con uovo sbattuto ed ho infornato, sulla parte bassa del forno e su pietra refrattaria a 180 gradi per una 30 di minuti.

    La brioche francese, ricetta di Felder

    E questo è il risultato. Che mi pare presenti il tipo aspetto “filante” della pasta brioche. Almeno, quella che piace a me.

    La brioche francese, ricetta di Felder

    Ps, se vi va di provare, e avete bisogno di aiuto, vi aspetto qui!

  • Farsi trovare dai motori di ricerca, parte seconda: dove inserire le parole chiave all’interno del post

    Farsi trovare dai motori di ricerca, parte seconda: dove inserire le parole chiave all’interno del post

    dove inserire parole chiave

    Nell’ultimo post ho provato a spiegarvi come individuare le parole chiave più adatte al nostro post utilizzando gli strumenti messi a disposizione da Google… lo avete letto, vero? Altrimenti, prima di proseguire, fate un passo indietro e andate a leggere… ve lo consiglio vivamente!

    Ora che le avete trovate dovete però capire dove inserire le parole chiave all’interno del post  in modo da renderlo il più possibile visibili ai motori di ricerca. Non è faccenda da poco: da questo dipenderà la posizione che il vostro blog assumerà nei risultati delle ricerche effettuate dai lettori dei blog come il vostro. Per cui, potete anche trascurare questo aspetto del lavoro nel vostro blog ma poi non lamentatevi se nessuno vi legge. Probabilmente, dipende dal fatto che nessuno vi trova.

    Detto questo, ci son alcuni punti fondamentali dove inserire le parole chiave. E sono:

    Nel titolo della pagina
    Nel sottotitolo (se ne avete uno)
    Nei meta tag.
    Nelle intestazioni (H1, H2, H3)
    Nel primo paragrafo del testo
    Nell’ultimo paragrafo del testo
    Nel nome del file.

    Negli attributi delle immagini

    Il tutto, ovviamente, senza esagerare. Un post infarcito più del necessario di parole chiave sarà sicuramente ottimamente posizionato all’interno dei risultati dei motori di ricerca ma non sarà lettura piacevole o interessante. 
    Un testo  brutto e  zeppo di chiavi di ricerca  non lo leggerebbe nessuno. Neanche Google: quello che a google interessa davvero sono infatti i contenuti, come spiega Matt Cutts in questo video di Contenuti Web che vale la pena di guardare.


    Ecco, spero sia chiaro. Però se avete dubbi sul dove inserire le parole chiave all’interno del post provate pure a farle. Sicuramente serviranno da spunto su come proseguire questo percorso.

  • Come scegliere le parole chiave di un post

    Come scegliere le parole chiave di un post

    scegliere le parole chiave

    Scegliere le parole chiave giuste è il primo passo per essere trovati sul web. Per questo, occorre fare molta attenzione nella loro scelta e cercare di capire in anticipo quali sono quelle che gli utenti userebbero per fare le loro ricerche su google.
    La cosa non è difficile come sembra: esistono degli strumenti che possono venirci in aiuto. Uno di questi è sicuramente Google suggest: avete mai notato che nel momento in cui iniziate a fare una ricerca mentre digitate vi appaiono dei suggerimenti? Ecco, quelli sono i suggerimenti di Google Suggest sulla base delle vostre ricerche passate.
    Ovviamente queste però a voi non interessano sicuramente: suppongo infatti che sappiate da soli quello che state cercando. A voi, interessa quello che cercano gli altri, per cercare di intercettare e scegliere le chiavi di ricerca più usate. In questo modo, usando queste – e usandole rispettando determinate regole – nei vostri post potreste sicuramente migliorare la vostra posizione.

    Come fare quindi per scoprire quali sono le chiavi di ricerca giuste da inserire nel vostro post?

    Semplice: sloggatevi da google. In questo modo, il motore di ricerca non userà più le vostre ricerche ma userà quella di tutti i suoi utenti, offrendovi del materiale decisamente più interessante.

    Un esempio? Ho usato questo metodo per cercare le parole chiavi più adatte per il mio post su che cosa è  e come è possibile preparare da soli un media kit per blogger.

    Mi sono sloggata e ho iniziato a digitare: questo, il risultato. 
    Clipboard01
    Nel mio caso, il terzo risultato mi è sembrato il più adatto al mio scopo.

    Risultato? Cercando su google con le chiavi di ricerca *media kit per blogger* (che, suppongo siano quelle che digiterebbe un utente italiano interessato a questo argomento) il mio post appare nella prima pagina di risultati.

    Niente male, vero? 

    Ma questo è solo il primo passo: la lezione su questo argomento su cui ho partecipato oggi mi ha insegnato un sacco di cose.
    Per cui, seguite i prossimi post e le scoprirete pure voi. 
    (Magari, faccio una newsletter così non vi perdete nulla? che dite?)

    E ora che avete scoperto quali sono le migliori chiavi di ricerca per il vostro post, leggete qui per vedere dove inserirle e ricordatevi di utilizzarle anche nelle immagini.

  • Pasta e patate, ricetta di Peppe Guida,  all’olio di Trevi

    Pasta e patate, ricetta di Peppe Guida, all’olio di Trevi

    pasta e patate

     

    E riprende oggi il cammino dell’extravergine. Quello iniziato ormai da quasi due anni in compagnia di  Stefania, Patrizia, Fausta e Sabina. Un percorso fatto di sapore, attraverso vari e diversi frantoi italiana, cui ho la fortuna di partecipare grazie alla Città dell’olio. Un cammino fatto di scoperte continue, perché – e chi lo ha seguito sinora sui nostri blog già lo sa –  parlare di olio di oliva in generale è fuorviante. In italia  non esiste UN olio solo, ne esistono tantissimi ed ognuno di loro è ricco di sfumature di sapore che lo rende completamente diverso da tanti altri. Certo, capisco che sia impossibile in una casa normale dotarsi di una *cantina* di olio , ma il problema vero – secondo me  – è che nonostante la nostra ricchezza olearia sono ancora pochi – troppo pochi – i locali che propongono oli diversi a seconda dei piatti preparati.  Ne parlavo proprio ieri, del resto, di un locale che  – sotto questo aspetto – costituisce un eccezione enorme: Francesco e Salvatore Salvo, di questo hanno infatti fatto un fiore all’occhiello della loro pizzeria. E questa, credo, dovrebbe essere la via che – spero – seguiranno in tanti al più presto.

    Città dell'olio
    Città dell’olio

    Tornando a noi, l’olio di oggi è  l’olio Trevi DOP della Società Agricola Trevi il Frantoio, un fruttato dolce, gradevolissimo  prodotto da una cooperativa di produttori che offre tre  selezioni diverse di olio che presentano note di amaro e piccante di intensità decrescente, a seconda delle cultivar utilizzate e del periodo di raccolta delle olive. All’inizio della raccolta le olivesi ottiene  un olio dal gusto più intenso. A mano a mano che ci si avvicina a dicembre, queste caratteristiche cederanno il posto ad una maggiore delicatezza e dolcezza.

    Ho scelto di usarlo con un piatto semplicissimo: una pasta e patate. Ma non la versione normale, classica: ho preferito una ricetta dello chef Peppe Guida che mi ha immediatamente conquistato all’assaggio. E in cui l’olio è davvero protagonista. Le patate infatti sono cotte fino a ridursi in crema e poi emulsionate con olio: in questo modo ne catturano il sapore, esaltandolo. E avvolgono la pasta regalandole un finale fatto delle note di sapore dell’ olio assolutamente entusiasmante.

    Per questo piatto servono (per una porzione)
    Patate, meglio se vecchie , 1 un po’ grande
    Guanciale, 30 g
    80 grammi di pasta, anche questa di ottima qualità. Perfette, le calle del Pastificio dei Campi
    olio Trevi Dop, mezzo bicchiere piccolo

    Ho tagliato le patate a cubbetti piccoli  e le ho lessate portandole a 3/4 di cottura. Le  ho scolate e messe da parte. Poi,  ho fatto un fondo di guanciale tagliato striscioline,  con poco olio,   e appena ha cominciato a cambiare colore l’ho bagnato con un mestolo di acqua della pasta e ho aggiunto  quindi un bel po’ di basilico.

    Ho messo quindi a cuocere la pasta : un paio di minuti prima che fosse pronta,  ho aggiunto le patate e  portato tutto a cottura. Ho quindi  scolato  e aggiunto al fondo di guanciale,  mantecando il tutto.
    Infine,   ho tolto dal fuoco e aggiunto altro basilico,  una bella manciata di pecorino,  pepe nero macinato al momento  e TUTTO l’lio,  amalgamando bene il tutto prima di servire.
    La cremina sono le patate che iniziano a disfarsi e il lucido e l’olio a crudo

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