Categoria: Cucinando

  • Spaghetti cacio e pepe e pomodorino del Piennolo del Vesuvio

    Spaghetti cacio e pepe e pomodorino del Piennolo del Vesuvio

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    Ecco, quello che vedete in foto e cioè gli Spaghetti cacio e pepe e pomodorino del Piennolo del Vesuvio più che un piatto sono un Souvenir. I pomodorini, infatti, sono un omaggio del produttore (l’azienda agricola  “il pomo d’oro di Ercole”) ai vincitori del Food Blog Awards 2016 (ci sono stati regalati alla cena di gala che ha concluso il nostro tour) e per quanto non sia stato semplicissimo portarli in treno (rischiavo di seminare pomodorini ovunque, in Freccia Rossa) sono riuscita a portarli a casa.

    Io ne vado pazza e qui a Modena sono introvabili. Riescono a dare un tocco unico a molti piatti – primo tra tutti, nella mia personale classifica, gli spaghetti alle vongole e pomodorino che spero di fare presto (magari, il prossimo we).

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    I pomodorini del piennolo hanno infatti un sapore ed una consistenza unici, perfetti per accompagnare nella più assoluta semplicità un piatto di spaghetti. Sono duri e un po’ callosi, ma racchiudono all’interno un sapore di pomodoro assolutamente unico, dolce e sapido al tempo stesso. Per usarli, non tagliateli. E soprattutto, non passateli al setaccio: i pomodorini del piennolo si *schiattano* in modo da farli sciogliere nell’olio ed asportare facilmente a fine cottura la “pellecchia”.


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    Ovviamente, questa operazione va fatta solo se la pelle disturba. A me no, per esempio, non disturba affatto. Devo toglierla per Irene, che non gradisce, ma non c’è dubbio che la butti via… la mangio al volo!

    In ogni caso, è un condimento di pomodoro pronto in pochi minuti. Per cui, vi consiglio di provarlo. Se poi ci condite gli spaghetti cotti direttamente in padella, come ho fatto io, non avete neanhe la scocciatura di dover aspettare che bolla l’acqua.

    Spaghetti cacio e pepe e pomodorino del Piennolo del Vesuvio

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    Per preparare questo piatto, ho scelto di usare gli Spaghettini dei Campi, un formato che si presta perfettamente a questo tipo di cottura. Se usate spaghetti normali, cuoceteli in padella solo dopo averli scottati due tre minuti in acqua bollente.

  • Passeggiando per Napoli, dalla Pignasecca  verso Scaturchio

    Passeggiando per Napoli, dalla Pignasecca verso Scaturchio

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    L’altro giorno, forse vi è capitato di leggerlo e lo ricordate, vi ho raccontato della Pignasecca . Non erano tutte le foto, però: per non appesantire la pagina mi sono limitata a mostrarvene la metà. Oggi, il resto. Seguiranno poi altre puntate (i presepi artistici, l’arte di Lello Esposito) ma preferisco procedere con calma, in diverse puntate. Dovrei altrimenti scartare troppe foto e proprio non mi va di farlo.

    Pignasecca, dicevo.

    Oltre ai banchi di verdura è frutta ci sono bancarelle di street food nel senso più pieno della parola: solo a Napoli e dintorni ho visto infatti arrostire i carciofi in strada (magari, con lo smog dovuto al traffico delle automobili sicuramente non è il massimo ma sicuramente fa folklore). Il profumo è sicuramente irresistibile:  ma non li ho assaggiati, mi sono accontentata di fotografarli, visto che eravamo diretti verso Scaturchio. E avevo voglia di babà.

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    Ci sono anche botteghe  splendide, come questa per esempio che sembra essere rimasta ferma a decenni fa.

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    E le facce delle signore, intente a fare la spesa. Fotografate con discrezione, facendo finta di puntare ad altro e aprendo al massimo il diaframma per sfocarne il viso il più possibile.

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    Per non parlare poi dei furgoni degli ambulanti, pieni di colori e di sapore. E anche, come in questo caso, di una dolcezza particolare nello sguardo al momento di offrirsi allo scatto.

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    E poi la gente, lungo la strada. La vera arte di arrangiarsi, ma vissuta con dignità e allegria tutta partenopea. Come questo bellissimo suonatore di fisarmonica…

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    … dettagli in grado di raccontare particolari della storia di una città. Come questo, una strana scultura che serviva ad appoggiare che illuminavano i rientri notturni in un antico palazzo nobiliare.

    Infine, la merenda: Scaturchio e il suo babà.

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    Peccato solo non avere avuto tempo di entrare in San Domenico Maggiore. O di visitare la Cappella di San Severo: due chiese, che – da sole – valgono una visita a Napoli. Ma avevamo tanto da fare e da vedere. E ve ne racconterò nei prossimi post…

    Questo post è anche su Steller!

  • Ed ecco finalmente i vincitori del concorso a base di limone di Amalfi!

    Ed ecco finalmente, dopo una lunga attesa,  i vincitori del contest a base di limoni di Amalfi.
    Sì, lo so, siamo in ritardo ma il tempo è tiranno e pure scarso per cui abbiamo fatto il possibile. Ringrazio quindi la giuria, che mi aiutato caricandosi dell’onere della difficile scelta. Ma ringrazio soprattutto Salvatore Aceto e la sua azienda che hanno sponsorizzato questa che  – più che un concorso in senso stretto – vuole essere un’occasione per raccontare di un prodotto unico al mondo, coltivato in una terra stupenda, che sopravvive grazie alla testardaggine dei piccoli produttori della zona.

    Speriamo ci siano altre occasioni per continuare questo racconto – per questo come per altri prodotti – anzi approfitto dell’occasione per ricordare che qualora abbiate esperienze simili che meritano di essere conosciute, potete partecipare a RACCONTA IL TUO PRODUTTORE:  un racconto a più voci che insieme ad altri blogger stiamo cercando di mettere insieme per raccontare di chi, attraverso il suo lavoro, compie ogni giorno una vera e propria scelta di resistenza. Piccole realtà da sostenere ed aiutare, e cui possiamo dare voce grazie ai nostri blog.
    Se conoscete realtà che meritano di essere raccontate e se – soprattutto – vi piacerebbe farlo nei vostri blog, vi aspettiamo!

    Detto questo, ecco i vincitori del concorso.

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    Paté di Acciughe al Limone in guscio croccante alla Curcuma, di LovelyCake
    che si aggiudica  tre giorni per 2 persone nella casetta situata nel  limoneto di famiglia, con vista sul mare  (periodo marzo-aprile ottobre-novembre ) dove potrà scoprire i veri limoni di Amalfi in compagnia di Gigino Aceto.

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    Meringue lemon pie, di Tre muffin e un archittetto

    che si aggiudica una cassa di 6 bottiglie di Limoncello da Cl. 50

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    Bufaline dolci con Lemon Curd e Amaretti di Idee in pasta
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    he si aggiudica  una Cassetta di Limoni IGP Costa d’Amalfi Kg. 15

     

     I vincitori riceveranno anche una copia del libro:  I contadini volanti. Un anno nei limoneti della Costiera Amalfitana  

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    Grazie ancora a tutti! E speriamo a presto con un altro concorso come questo!

     

  • Alla scoperta di Napoli: il mercato della Pignasecca

    Alla scoperta di Napoli: il mercato della Pignasecca

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    Forse vi è capitato di leggerlo: sono tra i vincitori del Food Blog Awards 2016 e – grazie a questa vittoria – ho avuto modo di passare alcuni giorni indimenticabili alla scoperta della città di Napoli – e della sua cucina – e del Sannio. Per cui, preparatevi: inizio da oggi un racconto fotografico di questa esperienza, che ho deciso di separare in diversi post tematici in modo da poter pubblicare tutte – o quasi – le foto che ho scattato.

    La prima puntata è stato un giro in uno dei mercati storici della città: la Pignasecca. Un mercato antico, di cui parlava già Matilde Serao.

    “Tutto il quartiere della Pigna Secca, dal largo della Carità, sino ai Ventaglieri, passando per Montesanto, é ostruito da un mercato continuo, vi sono botteghe, ma tutto si vende nella via; i marciapiedi sono scomparsi, chi li ha mai visti? I maccheroni, gli erbaggi, i generi coloniali, la frutta, i salami ed i formaggi, tutto, tutto in strada, al sole, alle nuvole, alla pioggia; le casse, il banco, le bilance, le vetrine, tutto nella via.” 

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    Da allora, da queste parole,  per fortuna poco è cambiato. Certo,  ci sono le macchine e gli scooter, ma nel complesso l’atmosfera vivace del mercato è rimasta intatta. E fare un giro nelle sue strade, significa immergersi per un attimo in una atmosfera unica e tipicamente napoletana.

     

    La storia della Pignasecca – del suo nome, almeno – è fatta di un bosco, di gazze ladre e di un arcivescovo iracondo dalla scomunica facile.

    Era il 1500 e nella zona della Pignasecca c’era l’antico bosco di Biancomangiare (ebbene sì,  si chiamava proprio come il dolce che già  all’epoca era molto apprezzato).  Questo bosco fu espropriato e raso al suolo  per procedere all’apertura della strada di Toledo e di tutta la foresta non restò che un pino. Su questo, nidificò una colonia di gazze che, come loro abitudine, si infilavano negli appartamenti per rubare oggetti preziosi e tutto quanto fosse in grado di attirare la loro attenzione.
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    L’arcivescovo, stanco delle proteste dei cittadini continuamente derubati, lanciò una scomunica contro gli ignoti ladri. Un giorno però fu scoperta la verità e  la refurtiva fu rinvenuta dalla forza sul pino: l’arcivescovo quindi   fece appendere questo cartello sul tronco dell’albero.

    “In nome di Dio, per la grave responsabilità che mi fu affidata in terra, nella qualità di vicario di Cristo, io, Vescovo di Napoli e delle sue province, scomunico, d’ora innanzi, tutte le gazze di questo quartiere, anzi… tutte le gazze di questa città”. 

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    Dopo poco, quel pino (pigna) seccò e da quel momento il popolo cominciò a chiamare quella che era stata il Biancomangiare con il nome di Pignasecca, nome rimasto ancora oggi. Come le gazze, i cui fantasmi secondo gli abitanti del quartiere si possono sentire ancora oggi  di primo mattino. 

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    Io non ho avuto la fortuna di sentirle (siamo arrivate lì alle 9.30 del mattino), ma attraverso questa visita ho potuto respirare parte dell’anima di questa città. Viva e generosa di sé, nonostante tutti i problemi che giorno dopo giorno si trova a dover affrontare.  E di cui vi racconterò ancora nei prossimi post.

    E in cui ho voglia di tornare presto: anzi, già che ci siamo, ditemi… cosa non perdere assolutamente a Napoli? Attendo i vostri consigli!

    ps. pubblicata la seconda puntata: dalla Pignasecca a Scaturchio.

     

     

     

  • Light Painting che cos’è  un tutorial di Giovanna Griffo

    Light Painting che cos’è un tutorial di Giovanna Griffo

    Innanzitutto: il Light Painting che cos’è?

    Per capirlo, basta tradurre: lo dice  la parola stessa: Light Painting vuol dire “Dipingere con la luce“, ed è una tecnica fotografica che usa la luce di una torcia – muovendo questa come  fosse un pennello – per illuminare il soggetto scattando in un ambiente buio.
    Serve ad ottenere foto simili a dipinti: sia per la nitidezza dei dettagli che per i giochi di luci ed ombre.
    Guardate questa foto, di  Giovanna Griffo. Non vi viene in mente  un dipinto di Caravaggio?

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    Per ottenere questo tipo di immagini non servono attrezzature particolari, ma quelle solite, possedute da  ogni appassionato di fotografia. 

    E cioè: 

    – una fotocamera che consenta di utilizzare la posa B (o Bulb: cioè che consente l’impostazione di un tempo di esposizione personale, particolarmente lungo) 
    – un cavalletto;
    – una torcia, o un’altra sorgente di luce abbastanza leggera in modo da essere usata con una mano (come se fosse un pennello, appunto)
    – un telecomando per scattare a distanza (in alternativa si può usare l’autoscatto).

    Detto questo, vi mostro una foto, sempre di Giovanna Griffo, realizzata con questa tecnica in cui sono indicati con chiarezza i dati di scatto, per darvi un’idea di partenza sul lavoro da fare.

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    Poi, se questa tecnica vi tenta, vi invito alla lettura di un suo tutorial in cui questa tecnica è spiegata nel dettaglio. Io, di mio, non aggiungo altro. Se non la speranza di potere presto seguire Giovanna in un suo corso.

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    Se volete ricevere questo ed altri tutorial, iscrivetevi alla sua newsletter: non ve ne pentirete!

    Giovanna Griffo è fotografa specializzata in tecniche di post-produzione digitale, promotore e docente di eventi culturali legati al mondo dell’arte e della formazione fotografica
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  • Brioche ai semi di papavero limone e zenzero

    Brioche ai semi di papavero limone e zenzero

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    Queste brioche ai semi di papavero e glassa al limone e zenzero , sono la mia seconda proposta per Nuova Terra.

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    Prima di passare alla ricetta, però, consentitemi una premessa: non conoscevo i prodotti Nuova Terra e ne sono rimasta molto ma molto contenta. In particolare, mi hanno conquistato le zuppe: sono buone, anzi ottime, comodissime per preparare un pasto in fretta, sono sane e sono  anche economiche. Insomma, un’ottima soluzione per le sere in cui si rientra tardi e non si ha tempo e voglia di preparare nulla per cena.  E hanno pure poche calorie, il che non guasta. Per non parlare del fatto che una zuppa, nelle sere di inverno è un ottimo comfort food.
    Insomma, io ve le consiglio. Poi, fate voi.

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    Detto questo veniamo alle brioche. La base è quella classica, delle brioche siciliane. Un impasto morbido ed elastico a cui ho aggiunto il 5 per cento del peso della farina di semi di papavero. Ho preferito non metterli nell’impasto ma di spargerli sull’impasto steso – schiacciato e non impastato –  prima di arrotolarlo e tagliarlo a fette. Con le girelle che ho ottenuto, ho fatto delle specie di 8 arrotolandole su se stesse. Tutto qua, come formatura, semplicissima: voi ovviamente potrete sbizzarrirvi come più vi piace. 

    Anche con la glassa: io ne ho fatta una semplicissima: zucchero e limone e un po’ di polvere di zenzero per dare un tocco un po’ particolare.

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    Ho utilizzato lievito di birra, in dose *normale* in modo da avere una lievitazione veloce. Ovviamente, la quantità di lievito è assolutamente indicativa: va rapportata alla temperatura ambiente (se impastate in una giornata calda, insomma, caletelo di un terzo o addirittura dimezzatelo). Se vi piacciono le lievitazioni lunghe, infine, usatene un quarto e poi fate lievitare tutta la notte in frigo.

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    ull’impasto della brioche, permettetemi un consiglio: se la volete davvero perfetta, seguite le indicazioni che trovate qui su COME SI INCORDA PERFETTAMENTE UNA PASTA BRIOCHE

    Allora, che ne dite di questa ricettta? Chi la prova per primo?