Categoria: Salato

  • Brioche salata al cacio e pepe e zafferano

    Brioche salata al cacio e pepe e zafferano

    Brioche cacio e pepe

    La Brioche salata al cacio e pepe e zafferano è un impasto che avevo dimenticato. Chissà perché, poi. Erano venuti fuori dei panini proprio buoni,   non appena ne proposi la ricetta in it.hobby.cucina (l’antenato vero di tutti i forum e i blog di cucina: roba dello scorso millennio, insomma) ebbero  pure un discreto successo. Eppure, nonostante questo, non li ho rifatti per anni.

    Poi, l’altro giorno, ho incrociato per caso i grissini di Edda e mi sono tornati in mente. Allora ho deciso di rifarli, con qualche piccola modifica: che di anni son passati dai primi tempi di gennarino.org e – incredibile ma vero! – persino io ho imparato qualcosa.
     

    <style=”text-align: justify;”>Innanzitutto, la forma. Non ho voluto panini, ma brioches. Mi piaceva l’idea di gustarle  cosparse di miele. E poi il formaggio, che non ho aggiunto direttamente all’impasto come avevo fatto allora ma solo dopo averlo sciolto in abbondante latte, in modo da formare una crema. Per il resto, tutto semplicissimo: impasto diretto e poche ore di lievitazione. Ma la prossima volta, vado di poolish però: sicuramente il gusto ne guadagnerà.

    Brioche salata al cacio e pepe e zafferano

     
    Ingredienti

    380 gr. di farina 0

    120 ml d’acqua
    130 di latte
    10 gr cubetto di lievito di birra
    1 cucchiaio di olio extra v.o.
    1/2 cucchiaino di zucchero
    1 bustina di zafferano
    150 gr. di pecorino grattugiato
    abbondante pepe nero macinato al momento
    Brioche cacio pepe e zafferano
    Brioche cacio pepe e zafferano

    Procedimento

    Mettete nella planetaria la farina ed impastatela con l’acqua, metà del latte, l’olio, il lievito sbriciolato   e lo zucchero. Nel frattempo, mescolate il pecorino alla metà del latte lasciato da parte e aggiungete il pepe nero e lo zafferano. Mescolate bene, in modo da formare una crema e aggiungetela un po’ per volta, a cucchiaiate, all’impasto.
     
    Lasciate lievitare un’oretta e poi rovesciate sul piano di lavoro e date un giro di pieghe a tre.
     
    Lasciate lievitare ancora fino al raddoppio, poi dividete in porzioni di 40 gr l’una ca. Formate prima la parte bassa delle brioches (quella più grande) come per i panini al latte poi (dividendo in tre una parte dei panini) formate le sommità superiori e mettetele insieme alle altre formando le le brioches.
     
    Lasciate quindi lievitare ancora. Una volta che siano raddoppiate di volume, spennellatele di latte ed  infornarnatele in forno gia’ caldo a 190 gr per 15 minuti.
  • Lievito madre in forza oppure no?

    Lievito madre in forza oppure no?

    Il mio lievito madre è in forza, come faccio a capirlo?
    Un sacco tra  di voi mi pongono questa domanda, anche nel forum, e allora provo a rispondere spiegando come faccio io a capirlo.
     
    Innanzitutto, l’obiettivo.
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    Un pane a lievitazione naturale, di farina zero (Caputo verde, per la precisione, che mi piacerebbe comprare ma non so dove trovare… a proposito, l’avete mai vista in vendita? Anche on line…), preparato dapprima con un poolish, poi con una lievitazione durata un giorno intero (a 24 gradi).
    Punto di partenza irrinunciabile, un lievito madre in forza. Come averlo? Come fare a capire quando  è in forza il lievito madre? Semplice, osservando i rinfreschi. In parole povere, prendete il vostro lievito madre che giace dimenticato nel frigorifero e pesatelo. Annusatelo, innanzitutto. Se puzza di acido – non ridete – fategli un bagnetto, magari aggiungendo all’acqua (che andrà tenuta intorno ai 30 gradi) una puntina di zucchero. Quando viene a galla il vostro impasto prendetelo e impastatelo con una quantità d farina forte più o meno simile a quella del peso pre-bagno, in modo da ottenere un impasto abbastanza solido.
    Ora, mettetelo in un contenitore di vetro (magari, graduato). E osservatelo.
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    Scordatevelo e tornatelo a guardare dopo tre ore: è raddoppiato? No? allora il vostro lievito è debole. Andrà ancora rinfrescato prima di utilizzarlo, anche più di una volta. Pesatelo, impastatelo con pari peso di farina forte e metà quantità di acqua. E rimettetelo sotto osservazione.
     
    E’ raddoppiato? Ha quella bella alveolatura che sperate di ritrovare nel vostro pane, a fine cottura? Perfetto. Potete procedere con la ricetta del pane. La ricetta, nei prossimi giorni. Promesso.
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    Non è ancora raddoppiato? Altro rinfresco.
     
    E già che ci siamo, rispondo alla domanda che qualcuno di sicuro si starà facendo:
     
    “…ma che ci faccio con la pasta che mi avanza a furia di rinfrescare? La butto via?”
    Assolutamente no: ci fate il pane di rinfresco.
     
    Questo, cioè.

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  • Il Labneh fatto in casa ovverossia, del perchè il Philadelphia non mi avrà.

    Il Labneh fatto in casa ovverossia, del perchè il Philadelphia non mi avrà.

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    Questa ricetta di Labneh fatto in casa nasce da una vecchia discussione, quella sul Philadelphia. Perlomeno, nel forum dura da anni. Io non lo uso, non mi piace granché, trovo sia di scarsa qualità e – oltretutto – costa più di un formaggio degno di questo nome.
     
    Sugli aspetti nutrizionali vi rimando a Sonia, che ha già scritto sul tema e – quindi – mi risparmia la fatica di farlo io.
     
    Sulla sua presunta bontà, dico una cosa sola: non fatevi abbindolare dalla pubblicità. Le ricette con cui tentano di convincerci a comprarlo non sono altro che la brutta copia della cucina a base di panna molto di voga negli anni ottanta. Come si fa a sostenere che possa essere buono un miscuglio di philadelphia, sciolto a caldo e mescolato a prosciutto cotto (anche qui: ma se il prosciutto è già cotto, perché ricuocerlo? Per trasformarlo in stoppa?), il tutto usato poi per condire la pasta? Ma si sa, il marketing di questi problemi non se ne pone: non è importante che il prodotto pubblicizzato sia buono, l’importante è che la pubblicità lo renda “appetibile”. E per questo, basta poco: un personaggio sufficientemente noto, che sia disposto a dire che si tratta di un prodotto *buono*. Anzi, no: ottimo. E il gioco è fatto. Ci è cascata anche la nonna di Irene, che un giorno, tutta contenta, le annunciato a pranzo “oggi ti ho preparato una cosa buona buona!!!“. Irene, che non ha grande stima del personaggio pubblicitario in questione (più di una volta mi ha chiesto come faccia a dire che il philadelphia sulla pasta è buono quando invece non lo è), ha fatto la personcina educata. Non ha detto nulla, lo ha assaggiato e lo ha pure mangiato. Salvo dirle alla fine “non lo fare mai più, per favore, perchè non mi piace” distruggendo, in un sol colpo, i sogni di gloria della nonna.
     
    C’é da dire una cosa però. Mentre usato a caldo è pessimo, usato a freddo la sua nota acida può persino risultare piacevole. E allora, come si fa visto che la lettura dell’etichetta non è poi così rassicurante? Semplice: basta preparare in casa un suo buonissimo – e semplicissimo – sostituto.

    Il Labneh fatto in casa, appunto.

    Per preparare il Labneh fatto in casa serve solo dello yogurt. Intero. Magari un giorno vi racconto come prepararlo in casa, senza iogurtiera. Per ora, accontentiamoci di quello comprato.
    Serve poi uno strofinaccio: e qui la cosa può essere rischiosa. Facile che gli strofinacci di casa, sia pur pulitissimi, siano impregnati di detersivo e ammorbidente. Meglio bollirlo, quindi: per una decina di minuti, in modo da cancellare ogni traccia di profumo (che rischierebbe poi di essere trasmesso al labneh, con effetti sul gusto non proprio piacevoli).
     
    Detto questo, e bollito che sia lo strofinaccio (non serve farlo asciugare) , si mette semplicemente lo iogurt a colare dentro di questo e lo si appende, in modo da farlo sgocciolare.
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    Io lo tengo per una o due ore appeso alla maniglia di uno sportello della cucina, poi (una volta persa la maggior parte del siero, che proverò ad usare per impastarci del pane come questo, prima o poi…) lo sposto nel frigo, appoggiandolo su un colino a sua volta appoggiato su un piatto o su un tegamino.

    Tutto qui. Poche ore e avete pronto il Labneh fatto in casa,  un sostituto buonissimo e semplicissimo (nonché economicissimo) del Philadelphia.

    Nei prossimi giorni, magari, qualche ricetta su come usarlo. Per ora, limitatevi ad assaggiarlo così, magari condito con un filo di olio. Ricordando che potete prepararlo sia in versione più cremosa – aggiungendo allo iogurt un po’ di panna, prima di prepararlo, in base ai gusti – o in versione light, utilizzando iogurt magro.

  • La ricetta degli Spaghetti alle vongole fatti come piacciono a me

    La ricetta degli Spaghetti alle vongole fatti come piacciono a me

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    Premessa. Questa ricetta degli spaghetti alle vongole fa parte di uno speciale evento online, dedicato al racconto delle paste regionali, creato da Donne Sul Web con la collaborazione di alcuni bloggers selezionati dalla redazione del portale Gente del Fud. A me, anche se vivo a Modena da oltre trent’anni, è toccata la Campania, mia terra di formazione (in campo culinario e non solo).

    La cucina campana che preferisco è quella semplice e povera che meglio racconta dell’inventiva e del gusto del popolo napoletano. La cucina della tradizione orale, che difficilmente trova posto nei testi più antichi della cucina napoletana : questi, infatti, spesso raccontano di quella ricca ed opulenta dei Monsu’ ma ignorano la cucina di ogni giorno – la più umile – che grazie alla fame e all’inventiva, entrambe caratteristiche del popolo partenopeo, ha portato alla creazione di piccoli ma veri e propri, miracoli culinari. Spesso, a base di pasta.

    Come questo piatto: i vermicelli alle vongole fujute. Che sanno di vongole anche le vongole non ci sono – “Ma addo’ stanno e’vongole?” ” Se ne so’ fujute!!!” – grazie a profumo e sapore di mare. L’ingrediente fondamentale? 5-6 pietre di grandezza media grandi quanto il pugno di un bambino, magari ricoperte da un po’ di alghe. Per dare maggiore gusto, qualche lumaca di mare o qualche paguro.

    Preparato un trito di aglio, si facevano rosolare i “sassi”, con un po’ di olio. Si aggiungeva poi un pomodoro maturo o un po’ di conserva, (se proprio c’era, altrimenti era lo stesso), si versava quindi acqua necessaria a coprire i sassi e si lasciava cuocere per una mezz’ora almeno, in modo da dare il tempo alle pietre di rilasciare gli odori e sapori di mare. Poi, si toglievano le pietre,si aggiungeva il sale e si “calavano” gli spaghetti spezzati che venivano portati a cottura in questo brodo di mare.

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    Un piatto di altri tempi, decisamente. Impossibile riprodurlo ora, visto come abbiamo ridotto il nostro mare. E non solo in Campania. Oggi, se proprio vogliamo ritrovare sapore di mare, è ad altro che dobbiamo ricorrere.

    A questa ricetta di spaghetti alle vongole, per esempio.

     Ingredienti

    400 g di spaghetti o vermicelli
    1 kg vongole, o lupini
    3 spicchi aglio
    pepe nero macinato al momento
    1 peperoncino rosso (facoltativo)
    5 cucchiai olio e.v. di tipo fruttato medio
    sale grosso
     

     

    Procedimento

    ricetta degli spaghetti alle vongole

    Innanzitutto, la pasta. Va scelta di ottima qualità, trafilata al bronzo e a lenta essiccazione. Non è un dettaglio da snob, questo, credetemi: l’amido rilasciato da una pasta di qualità è un ingrediente fondamentale per questa ricetta (come per altre di questo tipo): solo grazie a questo, si raggiungerà un amalgama perfetto tra pasta e sugo di cottura dei molluschi.
     

     

    Poi le vongole: devono essere messe a spurgare almeno un paio di ore prima dell’utilizzo.
     
    Al momento della cottura, si sistemano in una pentola larga (o padella) su fuoco vivace, senza alcuna aggiunta, e si copre con un coperchio. Qualche minuto di cottura, giusto il tempo di farle aprire grazie al vapore, e saranno pronte.
     
    A questo punto si tolgono dal fuoco e si ripongono al caldo, conservando il liquido prodotto in una ciotola, in modo che ogni eventuale residuo si depositi sul fondo. Ovviamente, se vi va, potete sgusciarle. Io ho preferito non farlo, ma de gustibus.Si mette quindi a bollire l’acqua per la pasta mentre, nel frattempo, si fa scaldare dell’olio in un padellone per scaldare lentamente dell’aglio schiacciato. Una volta colorito (ma appena appena, in modo che non sappia di bruciato) si aggiunge il liquidodelle vongole.Cotta che sia la pasta, che andrà lasciata molto al dente in modo da finire la sua cottura nel sugo, la si scola e la si ripassa nel padellone facendola saltare in modo che assorba bene il liquido.
     
    Un minuto prima di spegnere, si aggiungono le vongole. Al momento di servire, poi, una spolverata di prezzemolo fresco e pepe nero macinato al momento.
  • Frittata di cipolle alla riduzione di aceto balsamico. Non tradizionale.

    Frittata di cipolle alla riduzione di aceto balsamico. Non tradizionale.

    Frittata di cipolle e aceto balsamico
    Premessa, la frittata di cipolle è una scusa. Anche le foto sono quello che sono (scattate una vita fa, nella vecchia cucina – poco luminosa – e con la vecchia macchina). Ma per raccontare della riduzione di aceto balsamico vanno più che bene.
    Allora, il punto di partenza è una domanda di cooking planner, e cioè se può usare con il clafoutis alle fragole – al posto del balsamico tradizionale – la glassa all’aceto balsamico di una nota marca, che non cito per non farmi querelare. L’ho assaggiata quella glassa, confesso: primo, perché di solito non giudico senza provare. Secondo, perché mi piaceva la bottiglietta spargisalsa (che non ho usato, tanto mi ha fatto schifo il contenuto). La risposta, ovviamente, è stata “NO!”, ma visto che capisco che non tutti hanno la possibilità di procurarsi balsamico tradizionale a prezzo umano, ho provato ad offrirle un’alternativa. La riduzione, appunto: una crema densa, ottenuta da una cottura a bassa temperatura di un liquido di partenza. In questo caso, aceto balsamico del super (si fa quel che si può, lontano da Modena) con l’aggiunta di un buon miele non molto aromatico. Acacia, per esempio. O millefiori.
    Nulla di difficile, comunque. Si procede esattamente come per la riduzione di passito.
    150 gr di aceto balsamico (ri-sottolineo: stiamo parlando di quello del super, che non vi salti in testa di provarci con un balsamico vero, “tradizionale”).
    50 gr di miele
    Si cuoce a bagnomaria vivace, mettendo l’aceto in un tegamino stretto ed alto, infilato in una pentola di acqua più grande e piuttosto colma, per circa 3 ore, smettendo quando il liquido residuo pesa circa 75 o 50 gr (dipende dalla densità finale che si vuole ottenere).
     
    Mentre è caldo è ancora piuttosto liquido, raffreddandosi diventa cremoso al punto giusto
     
    Tutto qui: si conserva in frigo, una di quelle bottiglie di plastica col beccuccio che si usano per decorare, usandola al momento. Per esempio, per accompagnare una frittata di cipolle.
     
    Per una persona:
    2 uova
    1 cipolla di media grandezza
    olio e.v. di oliva
    sale grosso
     
     
    frittata di cipolle e aceto balsamico
    Si parte a freddo, tagliando le cipolle a fette sottili Le si mette poi in padella, cospargendole di sale grosso. Poi, fuoco al minimo e preparatevi ad aspettare: l’unico trucco di una frittata di cipolle buona, secondo me, è il tempo. Devono cuocere piano, senza rischiare di bruciarsi. Caramellandosi un po’ prima e poi divenddo morbidissime (in bocca, dovranno sciogliersi come una crema). Ci vorranno 30-40 minuti, non di più. Ma non sarà necessario aggiungere manco un goccio di acqua.
     
    A questo punto, la frittata. Uova sbattute, aggiunta di cipolle e sul fuoco. A metà cottura, girate la frittata: con piatto, con salto o con coperchio, come vi pare. Purchè la giriate. Poi, appena pronta, nel piatto, accompagnata dalla riduzione di aceto balsamico
     
    Ultma nota: io la preferisco fredda. Ma qui, de gustibus.
  • Gnocchi di ricotta di bufala al pesto di fave e guanciale croccante

    Gnocchi di ricotta di bufala al pesto di fave e guanciale croccante

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    Ci sono piatti,  come questa ricetta del  pesto di fave, che non pensi di poter immaginare e poi ti arrivano addosso così, all’improvviso. Magari girovagando per un mercato alla ricerca di qualche idea per la cena.

    Questo, mi è venuto in mente dieci anni fa, semplicemente guardando delle fave. Nulla di particolare. L’associazione fave pecorino guanciale è vecchia come il mondo. Io, ho semplicemente immaginato di schiacciarle, come si fa per un pesto classico (smettendo di aggiungere pinoli, cosa che all’inizio facevo, per lasciare inalterato il gusto dell’idea di partenza). Unica concessione, uno spicchio di aglio: per dare un tocco di maggiore vivacità al sapore.  

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    Gli ingredienti

    Mezzo chilo di fave, fresche e tenere

    40 gr di pecorino romano (anche se, forse, ci vedrei meglio del provolone stagionato)
    un mezzo spicchio di aglio,
    un pizzico di sale
    Una fetta di guanciale per ogni piatto, per decorare
    Gnocchi di ricotta preparati con ricotta di bufala (ma vanno benissimo anche dei buoni spaghetti)

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    Ho sgranato le fave e le ho pelate a crudo. Poi ho proseguito esattamente come un pesto di basilico: il risultato? Una cremina saporita e delicata al tempo stesso, un gusto molto primaverile.
    Un minuto prima di servire, ho messo le fette di guanciale in padella antiaderente e le ho fatte andare a fuoco ben forte, in modo da renderle croccanti.
    Alla fine ho emulsionato il pesto con un po’ di acqua di cottura. Tutto qui, una mescolata veloce, poi nei piatti. Un filo d’olio buono e la fetta di guanciale croccante per decorare. Facile e veloce. E soprattutto: buono!