Categoria: Salato

  • Come si prepara il roast beef, di Marco MagnifiCat

    Come si prepara il roast beef, di Marco MagnifiCat

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    Chi mi conosce da tempo lo sa: ho imparato a cucinare su Internet. Frequentando per anni un newsgroup di cucina. Quando i forum ancora non esistevano, per non parlar dei blog. Era il 1997 quando, per caso, finii in it.hobby.cucina. E non ne uscii più. Mi piacquero subito le persone, che poi finii per conoscere davvero (cosa impensabile in quegli anni), ma mi piacque subito soprattutto il rigore con cui, tra uno scherzo e l’altro si parlava di cucina. Un newsgroup talebano, dicevano di noi. Non so se fosse vero, a me non sembrava. So solo che in quel gruppo ho imparato un sacco di cose.

    E, soprattutto, che senza quell’esperienza non sarebbe mai nato Gennarino,

    Tra le tante cose, ho scoperto come si prepara il roast beef. Da una ricetta di Marco Gatti, che vi ripropongo esattamente come fu scritta allora (scusandomi per la lunghezza, ma i ricordi non si possono certo tagliare).
     
    Partiamo da Simpson’s.
    Si tratta di uno dei piu’ antichi ristoranti londinesi (e del mondo), situato al primo piano in un palazzo dello Strand. Ci mangiava gia’ Dickens, per dire. Salito lo scalone, vi accoglie una specie di maggiordomo che vi fa accomodare in salotto su immense poltrone di pelle che un tempo dovevano essere verdi e li’ vi fa servire l’aperitivo. Poi, con tutta calma, vi introduce nell’immensa dinner room, tutta velluti, legni e vecchia pelle. La specialita’ -quasi inutile dirlo- e’ il Roastbeef. Il cameriere arriva con un enorme carrello con sopra un pezzo di carne gigantesco coperto da un gran cappello di rame. Vi chiede se lo volete al sangue o ben cotto e solo a quel punto arriva il “carver”. E’ una mitica figura, in genere un allampanato e contegnosissimo signore ben sopra ai 70 anni, che per deformazione professionale cammina ad angolo perfettamente retto. Il suo esclusivo compito e’ quello di star chino e ricavare le fette dal pezzo di carne, che lui solo e’ autorizzato a toccare col mungo coltello. Questo signore, una volta depositate le fette sui piatti, fa un impercettibile inchino e se ne va, lasciando al cameriere il compito di servirvi. Curioso il fatto che il termine “carver” derivi da “to carve”, che significa “scolpire”, oltre che “scalcare”: per dire quanto alto sia il rispetto e la stima dei buoni inglesi per il lavoro dello scalco.
     
    Ovviamente consiglio a tutti una visita a Simpson’s, suggerendo di prendere per antipasto il salmone scozzese, appena affumicato fresco da loro stessi: il prezzo della cena e’ altino (40-50 sterline), ma la visita a questo monumento della vecchia Gran Bretagna mi pare una tappa culturale obbligata nella vita.
     
    Ovviamente in casa e’ impossibile cuocere un roasbeef come quello, tratto da un pezzo lungo quasi mezzo metro. Di conseguenza, io mi regolo cosi’, con eccellenti risultati (meglio di Simpson’s? Ebbene si’, lo dico: meglio di Simpson’s!).
     
     

    Ingredienti

    Chiedi al tuo macellaio di fiducia il pezzo giusto. Inutile che ti dica il nome, dato che i pezzi di carne si chiamano in maniere differenti in ogni regione. In ogni caso lui, se sa fare il suo mestiere, sa benissimo qual e’: il pezzo sara’ magrissimo all’interno e avvolto nella parte inferiore da uno straterello di grasso molto consistente. Il peso dovra’ essere di almeno 8 etti.
    Due bicchieri di vino rosso (uno per il cuoco)
    Fiocchetti di burro
    Sale
     

    Procedimento

    Prendi una pentola di alluminio spesso con i bordi alti, di dimensioni tali per cui la carne ci stia giusta giusta.
    Mettici dell’olio extravergine e fai scaldare bene badando di non raggiungere il punto di fumo.
    Butta la carne con la parte grassa verso il basso, lasciando il fuoco medio/alto. Sentirai sfrigolare molto, dalla pentola partiranno skizzi roventi, sarai convinta di star bruciando tutto: fottitene, va benissimo cosi’. NON muoverla per 4 o 5 minuti, proprio come si fa con le bistecche. Con una paletta di legno e un altro attrezzo (NO FORCHETTA, vietato bucare la carne in cottura), gira il pezzo e fai andare nello stesso modo per altrettanto tempo.
    Sala poco la superficie e gira il pezzo su un fianco. Stesso procedimento e tempi di cui sopra.
    Gira infine sul quarto fianco e fai andare per i soliti 5 minuti. A questo punto, se vuoi l’interno al sangue, ci siamo. Altrimenti, copri la pentola, abbassa un poco il fuoco e lascia andare per altri 10 minuti. (Personalmente sono contrarissimo).
     
    Fatto, dici? Macche’!
     

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    Tira fuori la carne, sempre senza bucarla, e lasciala riposare su un piatto coperta da un foglio d’alluuminio per un quarto d’ora, in modo che le fibre stressate dal calore abbiano modo di ridistendersi e i succhi, spinti tutti al centro, tornino pian piano verso la superficie. Nel frattempo butta il grasso di cottura e deglassa il fondo della pentola con un bicchiere di vino rosso (fuoco acceso, vino rosso, gratta bene il fondo della pentola con la solita spatola di legno e sciogli il tutto). Riduci a meta’ il liquido, aggiungi fiocchetti di burro e sbatti forte. Se il tutto lega poco, puoi metterci un cucchiaino di maizena (amido di mais). Farina bianca VIETATA.
     
    Spegni il gas, aggiungi alla salsina il liquido che certamente si sara’ raccolto nel piatto dove avrai messo a riposare la carne, amalgama, versa la salsina in una salsiera, affetta il roastbeef per il verso giusto (senza MAI bucarlo con stupidi forchettoni) et voila’!

    Marco (il Magnificat) E ora che è pronto, che ne direste di preparare un po’ di patate arrosto per accompagnarlo?

  • Focaccia morbida con acqua di filatura di mozzarella di bufala campana

    Focaccia morbida con acqua di filatura di mozzarella di bufala campana

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    Questa Focaccia morbida è una ricetta nata mentre impastavo il pane all’acqua di filatura della mozzarella di bufala- Anzi, la pitta calabra (altra storia, maggiore idratazione e impasto più simile alla pizza che al pane): mi sono resa conto che di acqua ne avevo scongelata un po’ troppa. Ne avevo utilizzata giusto la metà: che fare, allora? Di buttarla via, non se ne parlava neppure. Meglio inventarmi qualcos’altro. Magari per cena.
    Magari, una focaccia morbida
    L’impasto? Diretto e veloce, lo stesso della pitta: ad alta  idratazione, il 70 per cento circa. Un po’ difficile da maneggiare ma di grande soddisfazione. Voi usate pure il liquido di governo della mozzarella, quando vi capita di comprarne: è talmente buono che merita di non essere buttato.
    Focaccia ai pomodorini all’acqua di filatura di mozzarella di bufala campana.
    Ingredienti
    500 gr di farina, io ho usato la Caputo Blu
    10 gr di lievito di birra fresco
    1 cucchiaio raso di sale fino
    60 gr di olio
    350 gr di acqua di filatura di mozzarella di bufala campana (voi potrete sostituirla con il liquido di governo a cui potete aggiungere il latte perduto dalla mozzarella al momento del taglio)

    300 gr di fior di latte
    300 gr di pomodorini
    origano
    olio e.v.o. (un po’ di questo, serve anche per condire la teglia)

    Procedimento

    L’impasto va preparato in modo diretto: si impastano coè tutti gli ingredienti (tranne il sale, che è meglio aggiungere alla fine, sciolto in un po’ di acqua) e si lavora la pasta fino a quando questa non abbia preso consistenza, magari usando la tecnica dell’impasto sbattuto. Poi, si aggiunge il sale e si lavora ancora per qualche minuto. 
    Lasciate lievitare, in una ciotola coperta, finchè non abbia raddoppiato il suo volume. A questo punto,  rovesciate la pasta  su una spianatoia infarinata  e date un giro di pieghe a 3. Aspettate un’altra mezz’ora, e altro giro.

    A questo punto, prendete la vostra teglia (mai la leccarda, pessimo conduttore di calore, per nulla adatto alla cottura) e ungetene bene il fondo con un paio di cucchiai (o più) di olio. Prendete l’impasto e date un folding veloce come fa Glutine in questo video:

    Appoggiatela quindi nella teglia e fatela riposare per una ventina di minuti e poi stendetela, sarà semplicissimo, fino a ricoprire tutta la superficie della teglia e conditela come più vi aggrada. Io ho usato pomodorini, fior di latte e origano. E, ovviamente, altro olio.

    Tutto qui. La vostra focaccia morbida è pronta.

  • Ricetta del pesce al sale al profumo di limone

    Ricetta del pesce al sale al profumo di limone

    Questa pesce al sale al profumo di limone va di diritto tra le ricette da dieta energizzante.
     
    Sì, perché qui si persevera. Con qualche eccezione, ovviamente  (tipo ieri, pranzo al cibus a Parma, ospite del Consorzio della mozzarella di bufala campana: Mozzarella di bufala e tequila:, il connubio tra le Dop dei due mondi di cui magari vi racconterò con le foto che ho scattato agli splendidi piatti che ho avuto la fortuna di assaggiare) ma si persevera. Ed ogni tanto ci si illude di cucinare in maniera almeno un po’ creativa. 
     
    Come in questo caso: la solita vecchia crosta di sale. Con un tocco nuovo, però: la crosta è gialla e aromatica, ottenuta così grazie all’impiego di buccia di limone. Il profumo che si è sprigionato in cottura era assolutamente splendido: nella carne, confesso ne è rimasto poco (la prossima volta aggiungerò un po’ di buccia grattugiata anche all’interno del pesce ed aumenterò la quantità di buccia utilizzata nel sale, per vedere cosa succede ed in che modo cambia la ricetta) ma il morale ne ha goduto. E tanto, visto che la spigola al sale è uno dei miei piatti di pesce preferiti.

    La ricetta del pesce al sale al profumo di limone è talmente facile che quasi mi vergogno a scriverla. Sale e pesce, questi gli ingredienti. E limone (natuale? certo che sì… perché, ne esistono forse altri?)

     
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    Una volta sfornato, io lo sfiletto: mi piace servirlo così, pulito e crudo, condito solo con un filo di olio. Se proprio voglio esagerare, invece, lo accompagno con  una salsina come quella della foto: a base di olive e acciughe. Il tutto, emulsionato con il mio olio preferito: pugliese, di fontanadelcavallo.com.

    spigola al sale al profumo di limone 

  • Orata all’acqua pazza, tentando di consolarsi in tempo di dieta.

    Orata all’acqua pazza, tentando di consolarsi in tempo di dieta.

     orata all'acqua pazza
    Un’orata all’acqua pazza: un pranzo ricco, anche se leggero. Ogni tanto ci vuole: cerca di cucinare qualcosa che assomigli ad un piatto un po’ elaborato per cercare di illudersi di non stare patendo la fame. Perché è vero che con la Dukan si mangia a volontà, ma è anche vero che mangiare sempre uova sode, tacchino e pollo al vapore, formaggio magro e poco altro, rischia di far venire due scatole abnormi – per non dir di peggio – soprattutto se, come succede a me, manca il gesto del “cucinare”. E allora cerco di farmi venire in mente soluzioni – leggere, se non dietetiche – che cerchino di riempire questo vuoto. 
    Come questa. 
    Ricetta originale dei pescatori di Ponza, venuta di moda a Capri all’epoca di Totò imperatore di Capri…., da riscoprire. Un’avvertenza: la freschezza del pesce è elemento fondamentale della ricetta, proprio per la sua semplicità! Quindi: o vivete sulla costa, o avete una pescheria metropoliatana veramente fidata, oppure aspettate l’estate quando siete al mare e scatenatevi.”
    Per cinque-sei persone: 
    3 orate da mezzo kg. cadauna 
    2 spicchi d’aglio 
    un litro e mezzo d’acqua 
    3-4 pomodori freschi (oppure pelati, in inverno, ben sgocciolati), schiacciati grossolanamente
    olio e.v.o 
    peperoncino forte, se vi va 
    origano, sale. 
    Ovviamente, si parte eviscerando e pulendo bene il pesce. Poi, si mette a bollire in un grosso tegame ovale, che possa poi contenere anche il pesce, tutti gli ingredienti tranne le orate. Si porta a bollore l’acqua pazza e la si fa continuare a cuocere, per stringere un po’, per ca. 15/20 minuti dalle prime bolle. Si aggiunge poi il pesce e e si cuoce per un altro quarto d’ora (girando, se necessario, a metà cottura).

    Togliete quindi le orate, fatele a filetti se vi va, e sistematele in un piatto si servizio. Poi,  ricopritele con l’acqua di cottura caldissima.

    Con bruschetta da intingere nell’acqua pazza e Verdicchio ben freddo è una vera libidine. Ma io, ovviamente, questa nota finale devo far finta di non averla mai scritta… 

  • La ricetta della pasta alla colatura di alici di Cetara

    La ricetta della pasta alla colatura di alici di Cetara

    pasta alla colatura di alici

    La ricetta della pasta alla colatura di alici, per raccontare il ricordo che ho di Cetara.
    Premetto che sono stata fortunata, ci vivevo a pochi passi e ci capitavo spesso, a non tutti è stato dato di viverla come ho potuto io,  nel modo più autentico. D’inverno, per esempio, a gelare di freddo sul molo del vecchio porto (distrutto poi da una mareggiata) a pesca di gronchi. Si gelava dal freddo, le mani in tasca in cerca di un po’ di calore e gli occhi puntati sulle canne appoggiate agli scogli, persi nell’attesa inutile di un piccolo movimento. Non si pescava niente, mica ne eravamo capaci, ma la pesca era solo una scusa per respirare la salsedine. E per raccogliere i propri pensieri immersi nell’abbraccio del vento di mare.
     

    Era diversa da oggi, Cetara: la piazzetta non esisteva: sotto le case rivolte verso il mare non c’erano auto e neppure il selciato dell’isola pedonale. C’erano solo barche: perché Cetara questo era: un villaggio di pescatori. E lo si capiva subito, appena oltrepassata la torre normanna, la soglia vera del paese per noi che arrivavamo dalla città. Lo si capiva dal suo odore, che avvolgeva l’intero paese. Quello delle alici in salamoia, che faceva di Cetara il paese delle alici.  Lo stesso profumo che ho ritrovato stappando un’ampolla di colatura di alici, incredibilmente trovata in mercato a Modena. E che mi ha, con commozione autentica e anche un po’ dolorosa, riportato indietro di trent’anni. E ad un piatto di pasta allora praticamente sconosciuto lontano da quel piccolo paese di pescatori. Splendido, nella sua semplicità.

    Preparazione della pasta alla colatura di alici

      
    Ingredienti per 4 persone:
    400 g di spaghetti o vermicelli o linguine o altro formato lungo
    4 cucchiai di colatura di alici di Cetara
    1 spicchio di aglio
    olio extravergine di oliva
    pepe nero macinato al momento
    prezzemolo tritato

    Mettete in una tazza – rigorosamente a crudo – l’olio, l’aglio  schiacciato e il pepe macinato e lasciate insaporire insieme il tutto per almeno un’ora.  Al momento di cuocere i vermicelli, tirare via l’aglio, aggiungere la colatura e sbattere con una forchetta in modo da ottenere un’emulsione tra questa e l’olio.  Due, le avvertenze fondamentali, per questo piatto. La prima, i vermicelli vanno cotti con pochissimo sale. La seconda, condire la pasta in una zuppiera calda:   al momento di scolare, appoggiate un colapasta in una capace zuppiera e scolate la pasta  facendo in modo che la zuppiera si riempia con l’acqua di cottura. Pazientate una decina di secondi , svuotatela – stando attenti a non scottarvi! – e conditeci la pasta con l’emulsione di olio e colatura.  Se vi piace, aggiungete pure il prezzemolo, oppure fate come me – che non lo amo particolarmente – e sistematelo sul fondo del piatto prima di appoggiarvi la pasta. In questo modo, ne sfrutterete solo il profumo, che per me resta la parte migliore.

     

  • Focaccine al gorgonzola, miele al tartufo e olio di Spello

    Focaccine al gorgonzola, miele al tartufo e olio di Spello

    Focaccine gorgonzola miele tartufo

    L’olio di questa settimana, per la serie “Ricette per la Città dell’Olio?”? Un olio umbro, Extravergine di Spello, dal gusto piccante e particolare, corposo ed aromatico, con un finale che mi ha ricordato la mandorla amara. Probilmente proprio per questo all’assaggio  mi è venuta immediatamente voglia di accostarlo ad un sapore dolce ed altrettanto aromatico, sia pure in modo diverso, come quello di un miele particolare. Aggiungendo la cremosità, aromatica anche questa, di un gorgonzola sciolto dal calore di una focaccia in cottura. Avevo voglia di lievitati, da un po’ che non impastavo, ed ero indecisa tra un primo di pasta, magari con fave fresche di stagione, ed un lievitato. Alla fine, probabilmente, ha vinto la nostalgia. E lievitato è stato. Questo.

    550gr di farina caputo blu,
    3 uova,
    100 gr di miele di arancio,
    10 gr di lievito di birra,
    100 di olio DOP UMBRIA DEL FRANTOIO DI SPELLO
    100 gr di acqua
    10  di sale disciolti in venti gr di acqua

    200 gr di gorgonzola cremoso
    30 gr di miele al tartufo (ovviamente, in sostituzione, potete utilizzare quello che preferite)

    Focaccine gorgonzola miele tartufo

    La lavorazione, molto semplice, ad impasto diretto. Nella ciotola della planetaria, 500 gr di farina, il miele e il lievito sbriciolato (ho lasciato da parte 50 gr ca. per usarli alla fine, nel caso in cui l’impasto fosse troppo idratato e facesse fatica ad incordare. Ho avviato la macchina a bassa velocità e ho aggiunto le uova, una per volta, e poi l’acqua. Una volta che l’impasto ha preso corpo, ho aggiunto l’olio a filo e  – quando l’impasto mi è sembrato ben incordato – il sale disciolto nell’acqua.
    Ho interrrotto quindi la lievitazione, coprendo la ciotola con una pellicola, e ho lasciato lievitare sino al raddoppio. A questo punto, ho proceduto come per i panini al latte: rovesciando cioè l’impasto sulla spianatoia e schiacciandolo, senza reimpastare: ho diviso in porzioni uguali – ca. 40 gr ognuno – e ho formato i panini. Ho lasciato lievitare ancora per un’ora circa ed ho schiacciato le palline in modo da formare un buco al centro, in cui ho posato qualche pezzetto di gorgonzola e abbondante olio. Ho passato in forno molto caldo fino a cottura e, al momento dell’estrazione dal forno (quando cioè le focaccine erano ancora ben calde) ho cosparso di miele di tartufo.

    Focaccine gorgonzola miele tartufo

    Le altre ricette di oggi, per la Città dell’Olio:

    Biscotti all’avena e sciroppo d’acero da Fausta Caffè col Cioccolato
    Costolette d’agnello alla senape da Stefania Cardamomo and co
    Pici con patè aromatico di olive e pomodorini verdi da Sabina Cook’n book
    Cacio e pepe ai carciofi, di Patty Andante con Gusto.