Categoria: Salato

  • Le cipolle al sale di Salvatore Tassa (e due parole sulle collaborazioni)

    Le cipolle al sale di Salvatore Tassa (e due parole sulle collaborazioni)

    Cipolle al sale salvatore tassa

    Prima della ricetta delle cipolle al sale di Salvatore Tassa, due parole sulle cd. “collaborazioni”.
    Non le amo particolarmente, confesso: non mi va di legare il mio nome – oppure quello del mio blog – a marchi commerciali. Non per snobismo, ma per semplice amore di libertà e di coerenza.
    Vorrei infatti che ogni persona che legge una ricetta su questo blog, trovandovi indicazioni di marchi commerciali, non sia neanche lontanamente sfiorata dal dubbio che questi siano citati in cambio di forniture o, peggio, di soldi. Se cito, infatti, lo faccio perché convinta della qualità e per nessun altro motivo. E non ho alcun problema a dire che nel mio blog non troverete mai consigliati prodotti che non mi convincono come margarine, sottilette, oli di palma travestiti da creme di nocciola e simili. Ripeto: non per snobismo ma perchè sono convinta che l’atto di cucinare sia un regalo che facciamo a noi stessi e allora tanto vale farlo con la massima attenzione possibile ai prodotti che usiamo. Non vale la pena, cioé perdere tanto tempo e poi usare prodotti scadenti: a quel punto meglio una pasta – buona – condita con un olio degno di questo nome.

    In questo caso, però, ho fatto un’eccezione. Per due motivi: perché mi piace il sito de la Città dell’olio (se non lo conoscete, vi consiglio di farci un giro: ne vale la pena) per l’opera di divulgazione che fa a proposito di uno dei prodotti italiani  di maggiore eccellenza. E poi perchè il percorso che mi è stato proposto mi ha tentato immediatamente: un viaggio tra i sapori degli oli italiani – di cui mi sarà chiesto di testarne diversi – e la possibilità di proporli all’interno di ricette di mia scelta. Tutto questo in compagnia di altre amiche (Patty, Stefania e Fausta) che contemporaneamente a me seguiranno questo percorso tra gli oli e con cui – spero – sarà possibile un bel confronto sul tema.
    Bello, no? come potevo resistere? Ho accettato, con gioia. E qualche giorno fa ho pubblicato la mia prima ricetta: cipolla al sale di Salvatore Tassa, incontrata per caso qualche giorno fa sulla gazzetta gastronomica e  provando a reintrerpretarla in chiave mediterranea, cercando di esaltare al massimo l’incontro tra la dolcezza leggermente acidula della cipolla di Montoro ed il gusto fruttato e un po’ piccante dell’Olio. A completare il tutto, poi, la forza di un caprino lucano stagionato e reso aromatico dai semi di finocchietto selvatico. Il risultato? Delicatamente soprendente, sia per consistenza che per sapore e profumi. Morbida e cremosa, la prima. Marcati e nel contempo delicati ma sapidi gli altri due.



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    LE CIPOLLE AL SALE DI SALVATORE TASSA

    Servono: 1 cipolla a persona (meglio che siano di grandezza simile e cuocerne qualcuna in più, per precauzione, visto che durante lo svuotamento potrebbe accadere di romperle)
    2 cucchiai di Olio DOP “Terre d’Otranto, sempre a persona.
    Formaggio grattugiato (in questo caso, ho usato un formaggio caprino lucano, al finocchietto selvatico)
    Pepe nero
    2 kg di sale grosso
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    Innanzitutto, ho cosparso dell’abbondante sale in una teglia su cui ho appoggiato le cipolle che ho ricoperto con il sale residuo. Ho messo in forno, poi, a 160 gradi: ci sono volute circa due ore: il tempo – ovviamente – varia a seconda della loro grandezza. Una volta cotte (lo si capisce esercitando su di loro una leggera pressione e controllando che inizino a sembrare leggeremente “svuotate”) e leggermente raffreddate, le ho estratte dal sale e pulite delicatamente con uno strofinaccio tagliando loro la crosta con una forbice. Poi, aiutandomi con un cucchiaino, le ho svuotate della polpa che ho ridotto in crema aiutandomi con un minipimer ed emulsionandola con l’olio. Ho poi corretto di sale e, con altrettanta delicatezza, ho riempito le cipolle fino all’orlo. Poi, formaggio abbondante e ancora un filo di olio e in forno, a gratinare per circa cinque minuti. 

     

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    PS. Ovviamente, non è detto che voi abbiate in casa questi ingredienti (magari!): in questo caso, potete ottenere un risultato egualmente buono scegliendo un olio più delicato, per esempio, nel caso vogliate provarle con parmigiano. Oppure egualmente robusto, usando caciocavallo o pecorino. Insomma, provate giocando: tanto la cipolla al sale resta ottima, qualunque sia la sfumatura di sapore che sceglierete di darle!

    Cipolle al sale salvatore tassa

  • La pizza fritta meglio nota come zeppulella di pasta cresciuta (condita a “pizzella” e a “montanara ai genovesi”)

    La pizza fritta meglio nota come zeppulella di pasta cresciuta (condita a “pizzella” e a “montanara ai genovesi”)

    Pizzelle fritte, pizzella fritta, zeppullelle pasta cresciuta, lievitati napoletanit
     
    Le zeppulelle di pasta cresciuta sono un classico della friggitoria napoletana. Nate come cibo da strada, sono costituite da un impasto morbido a base di acqua e farina, leggero e ben areato,e servite semplicemente fritte, senza alcun condimento. Io ho voluto giocarci un po’ e servirle condite, prendendo spunto dalla montanara della pizzeria Salvo, di San Giorgio a Cremano (uno dei luoghi sacri della pizza e della friggitoria, assolutamente da visitare. Più prima che poi): una pizza fritta, condita con Sugo ai Genovesi* con Cipolla ramata di Montoro e scaglie di Caciocavallo di Castelfranco in Miscano.
     
     
      Montanara con sugo ai genovesi, pizzette fritte, pizzelle fritte, montanara al sugo genovese, zeppulelle di pasta cresciuta, fritti napoletani,
     
    Ho preso vergognosamente spunto, dicevo da questa, ed ho preparato in casa un sugo simile (partendo dalla mia ricetta di genovese e procedendo allo stesso modo, ma senza carne) e usando del caciocavallo campano non troppo stagionato.  Mentre la cipolla cuoceva, ho preparato un semplice sugo di pomodoro ed  ho preparato l’impasto, scegliendo di usare poco lievito e – di conseguenza – una farina in grado di reggere una lunga lievitazione (la Caputo Rossa).  

     

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    Una delizia. Da scofanarsi, come si direbbe a Napoli.
     
    pizzette fritte, pizzelle fritte, montanara al sugo genovese, zeppulelle di pasta cresciuta, fritti napoletani,
  • Il palatone, il  pane cafone con lievito madre

    Il palatone, il pane cafone con lievito madre

    Questa ricetta di Palatone, il pane cafone con lievito madre , nasce da un regalo. Un sacchetto di farina regalatami da Salvatore Salvo l’ultima volta che, insieme a Maria, siamo andate a mangiare la pizza a San Giorgio a Cremano. Farina Caputo Verde, difficile da trovare in commercio: per questo, ancora più preziosa. E me l’ha regalata perchè in pizzeria, chiacchierando di farine, mi ha detto che voleva provare a farci il pane cafone, sul tipo di quello di San Sebastiano al Vesuvio. Io non ho risposto, non ricordo di averlo fatto almeno, ma i miei occhi devono avermi tradito…

    Preparazione del Il palatone, il  pane cafone con lievito madre

    Sono partita riattivando il lievito naturale: due rinfreschi nelle precedenti 48 ore. Poi, la mattina, ancora. I rinfreschi sono stati fatti con pasta acida (e acida lo era davvero, le ho dovuto pure fare un bagnetto per farle perdere la puzza ), metà del suo peso in acqua e farina manitoba (il doppio dell’acqua).

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    Tre ore prima dell’impasto, l’ultimo rinfresco: sempre le stesse quantità, ma misurando stavolta la temperatura ambiente per poi vedere in quanto tempo la pasta sarebbe raddoppiata. Per controllare, l’ho sistemata in un recipiente di vetro. Temevo peggio, due ore son bastate.

    Prima di andare a letto, infine, ho preparato il poolish ( una pasta madre di consistenza liquida) mescolando l’impasto di prima con 100 gr di acqua a cui aggiungo 100 gr di farina. Coperto con pellicola trasparente è rimasto lì tutta la notte, a 24 gradi.

    L’indomani mattina, autolisi più primo impasto.

    Ho usato, in prima approssimazione (riservandomi di aumentare l’idratazione) 1500 gr di farina zero (caputo verde) e 1000 gr di acqua. Ho messo nell’impastatrice il poolish, ho aggiunto l’acqua e frullato brevemente. Poi ho aggiunto la farina impastando velocemente e lasciando riposare per mezz’ora.

    Poi, l’impasto finale. Aggiungendo il sale, 30 gr circa, sciolto in 60 gr di acqua. E impastando  a mano. Non a lungo. Preferisco fare qualche giro di folding.

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    Due parole sul folding. Una tecnica che uso per il pane ad alta idratazione, che mi permette di non lavorarlo troppo a lungo. Con risparmio di fatica e meno rischio di surriscaladare l’impasto rendendolo colloso. Impasto tutti gli ingredienti e li lascio nella ciotola, a maturare (dipende dalla ricetta. In questo caso, mi sono fermata all’autolisi).
    Poi, rovescio l’impasto sul piano di lavoro e faccio le operazioni riportate qui:

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    Poi, al coperto, a lievitare fino a stasera. A distanza di qualche ora l’una dall’altra, due giri di pieghe a tre. Poi, infine (dopo avere diviso la pasta in due pezzi uguali), la formatura a filone.

     

    Al momento di infornare, quando il forno ha raggiunto il massimo della sua temperatura,  aiutandomi con una pala, ho trasferito il pane nel forno, sulla pietra refrattaria ormai calda. Dopo una decina di minuti, ho abbassato a 230°, poi – sempre dopo dieci minuti – a 200°. Ho portato quindi cottura, ci sono voluti circa 60 minuti, ed ho finito la cottura tenendo le pagnotta in verticale, appoggiate alla parete del forno, per una decina di minuti circa.

    Il palatone, il pane cafone con lievito madre
    Il palatone, il pane cafone con lievito madre

    Qualche parola sulla cottura: non fidatevi delle apparenze, quando decidete che è cotto, lasciatelo cuocere almeno altri cinque minuti. Poi, bussate sulla crosta: deve fare rumore, suonando a vuoto. E poi, mettetelo di traverso a forno spento per una decina di minuti, sportello aperto.

    Un’ultima cosa: sapete qual è la prova che il vostro pane è cotto a puntino? Raffreddandosi, suona. No, non è uno scherzo: si sente il rumore sottile ma continuo di piccole rotture nella crosta.
    Ecco, quando succede… è poesia!

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  • La piegatura del tortellone

    La piegatura del tortellone

    Preparare la pasta fresca, mi piace molto. Almeno quanto preparare il pane. Amo plasmare la materia, provando a darle forma e la pasta in questo senso, mi dà molta soddisfazione. Da quando sono in Emilia, poi, ho imparato un sacco di formati nuovi: alcuni facili, altri meno. Ma tutti buonissimi.
    Come questi tortelloni
    Innanzitutto, l’impasto.
    Io non amo la dose considerata “classica” di un uovo per cento grammi di farina. Trovo che questa dose produca un tipo di pasta troppo dura: colpa dell’uovo, secondo me. Facevo anche io così, almeno fino a quando non ho imparato un trucco, da una vecchia rezdora. Ogni uovo, 120 gr di farina. Del resto, come mi fece notare PMF una volta nel forum, cento grammi di pasta per uovo è la cd. “dose contadina”. Di quando cioè le uova erano prodotte in casa dalle galline di famiglia: ed erano piccole, appunto. Ma per quelle medie, da supermercato, meglio abbondare con la farina. 120 gr, appunto.
    Si prepara la fontana e si rompono le uova al centro. Poi, si impasta. Si otterrà uno sfarinato granulare che andrà lavorato ancora, ma con le mani bagnate. In questo modo, l’impasto assorbirà la giusta quantità di acqua, non un grammo di più.
    Fatto questo, la si fa riposare almeno mezz’ora al coperto (sotto una ciotola rovesciata) in modo da far distendere il glutine. Poi si stende, e si procede al formato. In questo caso, tortelloni. La pasta è tirata con l’mperia ed ogni sfoglia tagliata a metà nel senso della lunghezza. Poi, in quello della larghezza, in modo da formare dei quadrati. Al centro di questo, il ripieno (anche semplicemente ricotta e formaggio, stupendi).
    E si procede con la chiusura. Che non so descrivere a parole. Ci provo con le foto. E vi do’ un consiglio: prima di avventurarvi con l’impasto, provate con un foglio di carta (va benissimo anche un fazzoletto). In questo modo, capirete perfettamente il modo di piegare e non avrete problemi al momento della preparazione.

    Prima, si piega a metà come nella foto qui in alto.


    Poi si alza la parte posteriore (attenzione, vedete? le punte devono rimanere separate, come nella foto) in modo da avvolgere leggermente il ripieno. Poi, infine, si uniscono le punte.

    Ultimo consiglio: se non li preparate subito, sbianchiteli: si conserveranno molto meglio.

    ps. visto che anche la preparazione dell’impasto è più facile da capire se raccontato in foto, seguirà presto post apposito. 🙂

  • Ricetta della rosetta fatta in casa

    Ricetta della rosetta fatta in casa

    ricetta della rosetta fatta in casa

     

    Dico versione 1.1 perché questa ricetta della rosetta fatta in casa è  da considerarsi un tentativo, più che un risultato definitivo
    . L’ennesimo.
     
     Ancora, non ci siamo, lo ammetto. Il buco è appena appena accennato, più che a una rosetta soffiata assomiglia ad una promessa. Ma per ora, mi accontento. Ho seguito la ricetta di Orsococca, pubblicata nel forum di gennarino.org. Se vi interessa provare le rosette, però, vi consiglio di fare un salto anche sul suo blog, dove troverete una serie di foto molto dettagliate che sicuramente vi aiuteranno moltissimo a capire come procedere. Io, ho proceduto così. Ho iniziato la sera prima, preparando la biga.
    farina 800gr (ho usato la Caputo Rossa, ma  proverò presto con una farina diversa perché gran parte del nodo credo sia qui: trovare la farina giusta)
    acqua 375gr 
    lievito 8gr (dose invernale, se di estate va dimezzata).
    Ho impastato velocemetne ed ho lasciato riposare 15 ore.  Ho poi continuato nel pomeriggio del giorno dopo, con l’impasto vero e proprio. Ho cioè aggiunto alla biga:
    farina 165gr 
    acqua 110gr 
    sale 15gr 
    malto 8gr 
    Ho spezzettato la biga ed ho aggiunto quasi tutta l’acqua, tenendone un po’ da parte per l’aggiunta del sale. Poi, ho impastato. A mano. Dopo un po’ ho aggiunto la farina – tranne un pugnetto – ed ho lavorato con il kenwood, a bassa velocità. Alla fine, ho aggiunto il resto dell’acqua e della farina. Poi un po’ di riposo, una decina di minuti, e la pasta divisa in panetti di un etto circa ognuno (16, in tutto). A questo punto, un’operazione similprofessionale: la cilindratura. Non è difficile, nonostante il nome: si tratta di passare l’impasto tra due rulli. Nei panifici, esistono macchine professionali: io, mi sono accontentata della macchina per la pasta lasciata allo spessore più alto. Quest’operazione va fatta diverse volte (ci sono ricette che dicono addirittura una ventina di volte) e poi ho formato delle palline (come per i panini al latte, appoggiando cioè la mano su ogni pezzo e roteandola esercitando una leggera pressione: la pallina, viene da sè) che ho fatto riposare circa 40 minuti (coprendo con una ciotola rovesciata a campana, per non far seccare la superficie). Più facile a farsi che a dirsi, però: allora, meglio provare a spiegarvelo con un video: Passato questo tempo, ho stampato le palline. Con un tagliamela, che dà un risultato abbastanza simile a quello delle rosette, spingendo bene quasi fino in fondo.
    ricetta della rosetta fatta in casa 
    Ho fatto lievitare quindi altri 40 minuti e nel frattempo ho fatto scaldare il forno a 250° con la piastra refrattaria. Al momento di infornare, ho creato vapore usando uno spruzzino da stiro ogni minuto ed ho ripetutto l’operazione pù volte, fino a quando le rosette erano ben gonfie. Al 10° minuto mettiamo il forno in fessura. Dopo 20 minuti scarsi.i panini erano pronti per essere sfornati.
    Il risultato? Decisamente soddisfacente, come sapore e croccantezza. Ma con il buco della soffiatura ancora non ci siamo. Poco male: l’ennesima scusa per ritentare: se no, che gusto c’è?
  • La pitta all’acqua di filatura di mozzarella di bufala

    La pitta all’acqua di filatura di mozzarella di bufala

    Una vecchia ricetta, di questo inverno, per parlare di un impasto che ultimamente sta facendo parecchio discutere: quello della pizza all’acqua di filatura della mozzarella di bufala campana. Un’impasto che lo chef Pietro Parisi ha elaborato fino ad arrivare realizzare una pizza tutta nuova, senza lievito. Nulla di miracoloso: la fermentazione lattica è nota da tempo, io stessa ne parlavo già nel 1997, ma non era mai stata applicata alla pizza con risultati tanto eccellenti. Non vi annoio con i dettagli, se vi interessano potete leggere Giustino, che lo ha raccontato meglio, forse, di come farei io.

    Dico solo che storia, ha origini lontane Molto lontane. Sono passati parecchi anni infatti dalla volta in cui, nel forum di gennarino.org, ho parlato della mia idea di provare ad impastare la pizza con il liquido di governo della mozzarella di bufala campana. Anni dopo, mi è capitato di parlare di questo impasto in un gruppo su fb, quelli di Gente del Fud, e la mia idea colpì il direttore del Consorzio della Mozzarella di Bufala Campana DOP al punto che mi propose di provare un impasto nuovo, mai provato: con l’acqua di filatura (che è uno scarto di lavorazione della mozzarella di bufala: non viene usato ed è gettato a fine produzione. E non si trova in commercio). Io, ovviamente, accolsi la proposta con gioia e questo è stato uno dei primi risultati.

    Nel caso di questa pitta però, la via seguita è di tipo tradizionale, a lievitazione diretta, ispiratami dalla pitta calabra. Un impasto ad alta idratazione, il 70 per cento circa, un po’ difficile da maneggiare ma che a me piace molto. Unica annotazione, rivolta chi ci vorrà provare e non ha a disposizione acqua di filatura, dato che non è facilmente reperibile. Usate pure il liquido di governo della mozzarella di bufala: magari, arrichendola di fermenti attraverso l’aggiunta di un cucchiaio di iogurt e, magari, il latte perduto dalla mozzarella al momento del taglio.
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    Pitta calabra all’acqua di filatura di mozzarella di bufala campana

    Ingredienti
     
    500 gr di farina, io ho usato la Caputo Blu
    10 gr di lievito di birra fresco
    1 cucchiaio raso di sale fino
    60 gr di olio

    350 gr di acqua di filatura di mozzarella di bufala campana (oppure, acqua di governo)

    Procedimento

    L’impasto va preparato in modo diretto: si impastano coè tutti gli ingredienti (tranne il sale, che è meglio aggiungere alla fine, sciolto in un po’ di acqua) e si lavora la pasta fino a quando questa non abbia preso consistenza, magari usando la tecnica dell’impasto sbattuto. Poi, si aggiunge il sale e si lavora ancora per qualche minuto.
    Lasciate lievitare, in una ciotola coperta, finchè non abbia raddoppiato il suo volume. A questo punto, rovesciate la pasta su una spianatoia infarinata e date un giro di pieghe a 3. Aspettate un’altra mezz’ora,  altro giro e lasciate lievitare fino al raddoppio. Al momento di infornare, schiacciate l’impasto con le mani, cercando di dare una forma tonda e fate un buco in mezzo.
    Infornate in forno ben caldo, acceso almeno trenta minuti prima, su pietra refrattaria sistemata a mezza altezza e con il grill acceso (che spegnerete al momento di infornare).