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  • Sapore di liquirizia, sapore di Saila

    Sapore di liquirizia, sapore di Saila

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    Esistono sapori che ti accompagnano da una vita. Di cui non puoi fare a meno, e che nel tempo diventano quasi una presenza affettiva capace di consolarti quando le cose non vanno come devono oppure di aiutarti a sorridere di più quando invece tutto va per il meglio.

    Uno di questi è il sapore di caramella alla liquirizia. Avete presente quei cilindretti neri dal sapore fresco e pieno conservate in quei bellissimi scatolini di metallo? Ecco proprio loro: le Saila Pura Liquirizia Extravergine. Impossibile, non averne una confezione in borsa per rinfrescarmi l’alito con una caramella o semplicemente coccolarmi con un po’ di intensa freschezza nei momenti più pesanti della giornata.

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    Una caramella minuscola, ma preparata con le migliori radici di liquirizia italiana e racchiusa in una scatola preziosa per una intensa esperienza di gusto. Le radici vengono lavorate secondo un metodo naturale per mantenerne integri i principi attivi.Se non siete amanti della liquirizia come me, ricordate prò che Saila ci permette di scegliere tra una grande varietà di sapori e consistenze diverse, in grado di soddisfare tutti i gusti: caramelle dure, tenere oppure – novità assoluta – le Jelly alla liquirizia, perfette per chi desidere una caramella croccante fuori e morbida dentro, disponibile anche nella busta da 75 grammi.

    Se poi siete a dieta e amate i dolcificanti naturali, provate le caramelle Saila senza zucchero e dolcificate con Stevia, sia nella variante menta che nella variante liquirizia. Ma non è finita qui: la vasta gamma Saila comprende anche le caramelle dure extra forti al gusto menta e il classico tronchetto alla liquirizia per chi ama i sapori forti e decisi.

    E voi, tra tutte queste, quale caramella Saila preferite?

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  • Alla scoperta di Napoli: il mercato della Pignasecca

    Alla scoperta di Napoli: il mercato della Pignasecca

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    Forse vi è capitato di leggerlo: sono tra i vincitori del Food Blog Awards 2016 e – grazie a questa vittoria – ho avuto modo di passare alcuni giorni indimenticabili alla scoperta della città di Napoli – e della sua cucina – e del Sannio. Per cui, preparatevi: inizio da oggi un racconto fotografico di questa esperienza, che ho deciso di separare in diversi post tematici in modo da poter pubblicare tutte – o quasi – le foto che ho scattato.

    La prima puntata è stato un giro in uno dei mercati storici della città: la Pignasecca. Un mercato antico, di cui parlava già Matilde Serao.

    “Tutto il quartiere della Pigna Secca, dal largo della Carità, sino ai Ventaglieri, passando per Montesanto, é ostruito da un mercato continuo, vi sono botteghe, ma tutto si vende nella via; i marciapiedi sono scomparsi, chi li ha mai visti? I maccheroni, gli erbaggi, i generi coloniali, la frutta, i salami ed i formaggi, tutto, tutto in strada, al sole, alle nuvole, alla pioggia; le casse, il banco, le bilance, le vetrine, tutto nella via.” 

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    Da allora, da queste parole,  per fortuna poco è cambiato. Certo,  ci sono le macchine e gli scooter, ma nel complesso l’atmosfera vivace del mercato è rimasta intatta. E fare un giro nelle sue strade, significa immergersi per un attimo in una atmosfera unica e tipicamente napoletana.

     

    La storia della Pignasecca – del suo nome, almeno – è fatta di un bosco, di gazze ladre e di un arcivescovo iracondo dalla scomunica facile.

    Era il 1500 e nella zona della Pignasecca c’era l’antico bosco di Biancomangiare (ebbene sì,  si chiamava proprio come il dolce che già  all’epoca era molto apprezzato).  Questo bosco fu espropriato e raso al suolo  per procedere all’apertura della strada di Toledo e di tutta la foresta non restò che un pino. Su questo, nidificò una colonia di gazze che, come loro abitudine, si infilavano negli appartamenti per rubare oggetti preziosi e tutto quanto fosse in grado di attirare la loro attenzione.
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    L’arcivescovo, stanco delle proteste dei cittadini continuamente derubati, lanciò una scomunica contro gli ignoti ladri. Un giorno però fu scoperta la verità e  la refurtiva fu rinvenuta dalla forza sul pino: l’arcivescovo quindi   fece appendere questo cartello sul tronco dell’albero.

    “In nome di Dio, per la grave responsabilità che mi fu affidata in terra, nella qualità di vicario di Cristo, io, Vescovo di Napoli e delle sue province, scomunico, d’ora innanzi, tutte le gazze di questo quartiere, anzi… tutte le gazze di questa città”. 

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    Dopo poco, quel pino (pigna) seccò e da quel momento il popolo cominciò a chiamare quella che era stata il Biancomangiare con il nome di Pignasecca, nome rimasto ancora oggi. Come le gazze, i cui fantasmi secondo gli abitanti del quartiere si possono sentire ancora oggi  di primo mattino. 

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    Io non ho avuto la fortuna di sentirle (siamo arrivate lì alle 9.30 del mattino), ma attraverso questa visita ho potuto respirare parte dell’anima di questa città. Viva e generosa di sé, nonostante tutti i problemi che giorno dopo giorno si trova a dover affrontare.  E di cui vi racconterò ancora nei prossimi post.

    E in cui ho voglia di tornare presto: anzi, già che ci siamo, ditemi… cosa non perdere assolutamente a Napoli? Attendo i vostri consigli!

    ps. pubblicata la seconda puntata: dalla Pignasecca a Scaturchio.

     

     

     

  • L’importanza delle analisi chimiche degli alimenti per il mangiar sano

    L’importanza delle analisi chimiche degli alimenti per il mangiar sano

    La cucina, per gli appassionati come me, è sicuramente una attività divertente. Questo non vuol dire però che sia un gioco, che vada cioè trattata con superficialità. Esiste in fatti una branca di questa dedicata alla sicurezza, che assolutamente deve essere considerata punto di partenza per chi voglia cucinare per altri, siano questi semplici familiari, amici o clienti. Mi riferisco alla sicurezza alimentare che si occupa di come prevenire i problemi derivanti da un uso errato di tecniche o ingredienti.

    Un esempio? Il pollo: nella maggior parte delle case si continua a lavarlo, senza sapere che questa operazione è non solo inutile ma persino pericolosa dato che facilita la diffusione di batteri spesso – purtroppo – presenti nella carne del pollo.

    Faraona al Vin Santo e Uva

    Oppure ancora: il pesce crudo. Per consumarlo in tranquillità occorre seguire delle regole ben precise ma quanti ancora pensano – sbagliando – che il pesce freschissimo non sia pericoloso anche se mangiato crudo?

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    CONSUMARE ALIMENTI IN SICUREZZA: L’IMPORTANZA DELLE ANALISI CHIMICHE

    Insomma, per cucinare in sicurezza ci sono dettagli che non vanno trascurati: per fortuna, ci sono diversi siti che possono aiutarci ad approfondire il tema della sicurezza alimentare in cui temi come questo del pesce crudo sono trattati in modo esauriente.

    Uno di questi, che ho scoperto di recente, è il sito del Gruppo Maurizi, grazie al quale ho potuto approfondire tema dell’importanza delle analisi chimiche su bevande ed alimenti. Certo, messa questi termini sembra questione noiosa e complessa, ma non è così. Solo approfondendo questo tema si capisce come problemi come quelli di cui accennavo prima possono essere affrontati e risolti in piena sicurezza.

    Per esempio, se fate un giro sulla pagina dedicata all”Anisakis, vi accorgerete subito che sul sito  è spiegato con molta chiarezza e in modo comprensibilissimo che l’Anisakis è un parassita che assomiglia ad un piccolo verme dall’aria inoffensiva presente all’interno delle viscere dei pesci (soprattutto pesce azzurro) e che si diffonde nelle sue carni se non viene pulito immediatamente dopo la pesca. Se ingerito vivo, è estremamente pericoloso, perché può provocare gravi fenomeni infiammatori ed emorragici.
    Per evitare rischi, il pesce va eviscerato subito per evitare la migrazione delle larve nella carne. Queste, comunque, vengono uccise dalla cottura: il consumo di pesce cotto, quindi, non provoca alcun tipo di rischio. Nel caso del pesce crudo, invece, le larve di questi parassiti vengono devitalizzate se il pesce viene congelato oppure posto a – 20 gradi per almeno 24 ore o a -18°C per almeno 96 ore in congelatore domestico.

    Insomma, la sezione relativa alle analisi chimiche di Gruppo Maurizi mi pare un punto di riferimento importante, da salvare tra i propri segnalibri (come ho appena fatto io). Perché se vogliamo cucinare in tranquillità, il tema della sicurezza alimentare e quindi anche quello delle analisi chimiche per alimenti è importantissimo e da seguire sempre con il massimo dell’attenzione.

  • Light Painting che cos’è  un tutorial di Giovanna Griffo

    Light Painting che cos’è un tutorial di Giovanna Griffo

    Innanzitutto: il Light Painting che cos’è?

    Per capirlo, basta tradurre: lo dice  la parola stessa: Light Painting vuol dire “Dipingere con la luce“, ed è una tecnica fotografica che usa la luce di una torcia – muovendo questa come  fosse un pennello – per illuminare il soggetto scattando in un ambiente buio.
    Serve ad ottenere foto simili a dipinti: sia per la nitidezza dei dettagli che per i giochi di luci ed ombre.
    Guardate questa foto, di  Giovanna Griffo. Non vi viene in mente  un dipinto di Caravaggio?

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    Per ottenere questo tipo di immagini non servono attrezzature particolari, ma quelle solite, possedute da  ogni appassionato di fotografia. 

    E cioè: 

    – una fotocamera che consenta di utilizzare la posa B (o Bulb: cioè che consente l’impostazione di un tempo di esposizione personale, particolarmente lungo) 
    – un cavalletto;
    – una torcia, o un’altra sorgente di luce abbastanza leggera in modo da essere usata con una mano (come se fosse un pennello, appunto)
    – un telecomando per scattare a distanza (in alternativa si può usare l’autoscatto).

    Detto questo, vi mostro una foto, sempre di Giovanna Griffo, realizzata con questa tecnica in cui sono indicati con chiarezza i dati di scatto, per darvi un’idea di partenza sul lavoro da fare.

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    Poi, se questa tecnica vi tenta, vi invito alla lettura di un suo tutorial in cui questa tecnica è spiegata nel dettaglio. Io, di mio, non aggiungo altro. Se non la speranza di potere presto seguire Giovanna in un suo corso.

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    Se volete ricevere questo ed altri tutorial, iscrivetevi alla sua newsletter: non ve ne pentirete!

    Giovanna Griffo è fotografa specializzata in tecniche di post-produzione digitale, promotore e docente di eventi culturali legati al mondo dell’arte e della formazione fotografica
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    Il Portale



  • 7 storie per sette chef, 7 video da non perdere

     

     

    7 storie (raccontate da 7 chef)  a base di immagini, sapori, sensazioni.

    Partner d’eccellenza dei professionisti della ristorazione, METRO racconta l’avanguardia del cooking in Italia attraverso un’originalissima serie di pillole monografiche in cui 7 chef si raccontano: Top Dinner.

    La prima pillola comparsa questa settimana su Dplay.it e sulla pagina FB METRO Academy mi ha totalmente stupida. Sono rimasta affascinata dalla realizzazione di questa ricetta “Tris di Cobia” di Micaela Di Cola,  non solo per la tecnica utilizzata, ma anche per il modo di “impiattare” che ha reso la pietanza un capolavoro. Il piatto diventa come una tela, in cui ingredienti di qualità assumono una disposizione quasi “pittorica” in grado di raccontare la bontà attraverso un solo sguardo.

    Ovviamente, perché questo accada i prodotti devono essere di elevata qualità: e METRO, sotto questo aspetto, è una sicurezza. Da sempre gli addetti ai lavori sanno che METRO  si distingue per varietà e quantità di articoli proposti. Ed il racconto di questa qualità è proprio il tema di 7 pillole, (in onda su Dplay.it e sulla pagina Facebook di METRO Academy), raccontate dai  7 chef  migliori che hanno partecipato a Top Chef (andato in onda sul canale Nove), create per raccontare l’avanguardia del cooking in Italia attraverso la serie originale Top Dinner.

    Insomma, 7 storie che piaceranno non solo ai professionisti della ristorazione  (HORECA) ma anche e soprattutto food lovers di ogni genere. Quelli come me, insomma, che spesso proprio grazie a METRO sono riusciti a risolvere il problema di trovare ingredienti difficilmente reperibili per non professionisti – ma anche ispirazioni, tecniche, attrezzature – a pochi passi da casa e a prezzi convenienti.

    Chiunque ci sia stato almeno una volta sa che METRO offre non solo il meglio in termini di prodotti ma soprattutto  mette a disposizione dei Clienti una grande competenza, grazie al fatto di essere – da sempre –   partner d’eccezione dei professionisti della ristorazione.

    Ma torniamo alla cucina: guardate il video in cui la chef Micaela Di Cola presenta il suo piatto a base di cobia in tre varianti: millefoglie, mattonella e profiteroles

     

    E ditemi voi: non vi viene voglia di provarci subito? Certo, non è semplice trovare il cobia, non nel negozietto sotto casa. Ma per questo, per fortuna c’è METRO.

    Non vedo l’ora di scoprire le nuove ricette! Alla prossima pillola di #topdinner!

  • “Olio sotto zero”, una giornata alla scoperta dell’olio

    “Olio sotto zero”, una giornata alla scoperta dell’olio

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    Di solito non accetto inviti ad eventi da parte di grandi marchi: trovo che questi abbiano troppo spesso abbiano un taglio più pubblicitario che informativo e per questo tendo a declinarli quasi tutti. Quando ho saputo di  “Olio Sotto Zero”, l’evento organizzato da Sagra e  dedicato interamente all’olio extra vergine d’oliva, ho invece accettato al volo.

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    (foto di Le Farfalle nello stomaco)

    In questo caso, il programma prevedeva un minicorso sull’assaggio dell’extravergine e siccome questo è uno dei miei sogni ancora irrealizzati, ho accolto con gioia l’invito e non me ne sono pentita. Anzi.  
    Nel corso della prima parte della giornata siamo stati accompagnati da Daniele Piacenti, master blender di Sagra , alla scoperta delle caratteristiche dell’extravergine. Un prodotto di eccellenza non solo italiano, ma di tutta l’aera del bacino del mediterraneo

    La stessa storia del Mediterraneo, infatti, coincide sotto molti aspetti con la storia dell’olio di oliva: le prime olive coltivate risalgono a 6000 anni fa in Medio Oriente. In seguito, la sua coltivazione si è diffusa in tutta l’area mediterranea grazie prima ai greci e in seguito ai Romani fino ad arrivare a vedere nel 1400 Italia diventare il maggior produttore europeo – e quindi, vista la data, del mondo – di olive.

    Ancora oggi l’85% della coltivazione mondiale è nel bacino del Mediterraneo (Spagna per il 65%, Italia per il 13% Grecia per il 12% ) anche se ultimamente si stanno affermando anche nuovi produttori extraeuropei.

    A parte questa breve introduzione storico-geografica, la parte sicuramente più interessante della breve relazione è stata sicuramente quella relativa alla qualità del prodotto finale: grazie alla sua illustrazione ho infatti scoperto cose davvero nuove ed interessanti per me. Per esempio, io non sapevo che quello che caratterizza davvero la produzione non è tanto il tipo di olivo, quanto il fattore ambientale come – per esempio il clima – e le modalità di raccolta. Questa è la fase più critica per l’ottenimento di un buon olio. In passato veniva eseguita esclusivamente a mano mentre oggi, grazie alle nuove tecnologie, è stata meccanizzata, permettendo così di ottenere un considerevole risparmio di tempo dalla raccolta alla spremitura ed una migliore qualità del prodotto finale .

    Ma soprattutto Daniele Piacenti ci ha fatto una breve ma intensa ed interessante lezione su come si assaggia un olio. Tre oli, anzi:  uno italiano – pugliese – , uno spagnolo ed uno greco.

    Se volete provarci, e ve lo consiglio vivamente, armatevi di un bicchiere – meglio se non trasparente, meglio ancora se blu – e seguite le indicazioni che trovate qui. Magari non riuscirete al primo assaggio a cogliere le sfumature di sapore più particolari – o a riconoscere cultivar o zona di produzione – sicuramente però imparerete ad riconoscere dettagli di sapore che vi aiuteranno sicuramente in futuro a scegliere il vostro olio con maggiore consapevolezza.

    Un esempio di queste, sempre per mantenerci il più possibile nel vivo dell’esperienza totale a base di extravergine, l’abbiamo avuta nel pomeriggio.

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    Un corso sul gelato, tenuto da Vetulio Bondi, maestro gelatiere e presidente dell’Ass. Gelatieri Artigiani Fiorentini  che ci ha mostrato come si preparano il sorbetto e il gelato all’extravergine.

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    Vetulio – oltre che simpaticissimo maestro di selfie – è un grande professionista che ci ha regalato il suo tempo per raccontarci il suo punto di vista sul gelato. Che può essere riassunto in una sola parola: QUALITA’. Le macchine, certo, sono e restano importanti perché aiutano il lavoro riducendo i tempi ma secondo lui non c’è assolutamente bisogno di addensanti, stabilizzanti, insaporitori etc etc. Per fare un buon gelato basta usare prodotti di qualità e dosarli nel modo giusto. 
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    Infine, come se tutto questo non bastasse: la sorpresa finale. Un regalo a base di olio di oliva: i prodotti dell’Erbario Toscano, assolutamente una sorpresa per me. 
    Insomma, una giornata piacevolissima. Da cui sono tornata più ricca: di sapori e profumi, certo, ma soprattutto  di conoscenza in materia di extravergine.

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