Categoria: Pensieri e Parole

  • Il cancro al seno, è una cosa seria. E non roba da giochini virali.

    Il cancro al seno, è una cosa seria. E non roba da giochini virali.

    Il cancro al seno, è una cosa seria. E non roba da giochini virali. Forse, questi, serviranno pure ad attirare l’attenzione delle più giovani sul problema – ma dico FORSE:  se non si è attenti alla propria salute, nonostante tutti i casi di cui siamo circondate, perché mai dovrebbe riuscire una frase scritta nel proprio status a ricordarci che di salute ne abbiamo una sola e dobbiamo tenerne cura?

    Per questo motivo, e a quanto pare non sono la sola, non capisco il motivo di certi giochini. Io, in tutta umiltà (e senza alcuna pretesa di aver ragione su nulla), preferisco la diffusione dell’informazione. Perché la prevenzione può salvare la nostra vita. E per fare prevenzione, abbiamo, nel mese di ottobre, a disposizione la possibilità gratuita di un controllo. Basta telefonare al centro diagnostico più vicino per conoscere le modalità per fruire di questo servizio: pochi minuti, che possono – appunto – salvarci la vita. E se state pensando che tanto state bene, che non avete sintomi, e che a voi non può accadere, per favore smettete di pensarlo. Queste cose, di sintomi non ne danno: almeno, non fino a quando si è ancora in tempo per curare.

    Per cui, smettete di giocare e *pensate a stare bene*.

    Qui, nei prossimi giorni, le informazioni sulla campagna Nastro Rosa 2013.

    E magari,  se avete un blog (e se vi va), fateci un post nei vostri blog: contribuite a diffondere l’informazione che ad ottobre, abbiamo diritto di pensare  GRATIS alla nostra salute. Un’opportunità che non dobbiamo lasciarci sfuggire.

    Altro che andare in Canada per 4 mesi…

  • Cento euro per qualche caffè? Confesso, la cosa non mi indigna. Manco un poco.

    Cento euro per qualche caffè? Confesso, la cosa non mi indigna. Manco un poco.

    Uno spettro si aggira per i social networks, lo spettro di uno scontrino. Guardatelo: bianco e stropicciato ma ben chiaro nelle cifre indicate. 100 euro per 4 caffè e un po’ di musica. Dove? A Venezia, al Gran Caffé Lavena (che, confesso, non ho il piacere conoscere ma basta guardare il sito per avere un’idea che non è proprio il solito caffé sotto casa). Da giorni, questo scontrino imperversa nelle nostre home pages, facendo il pieno di commenti indignati e scandalizzati. Addirittura, mi è capitato di incrociare titoli di giornali che parlavano di “scontrino choc”.
    Ma cosa è successo esattamente?
    Ecco i fatti, almeno stando a quanto unanimamente riportato dai giornali: un gruppo di turisti romani va in questo bar, ordina quattro caffè e  al momento di pagare rischia un infarto grazie al conto.
    Uno scandalo, assolutamente, da  far conoscere al mondo. Smartphone  in mano, quindi, si scatta la foto: allo scontrino, appunto, subito condivisa su facebook.
    Ora, passi che per come vanno le cose in Italia, già il fatto che uno scontrino così sia stato emesso, mi pare deponga già a favore dell’esercente, a me onestamente verrebbe da fare un paio di domande a questi turisti.
     
    Innanzitutto: ma nel momento in cui vi siete seduti, non c’era sul tavolo un menù? E su questo menù, non c’erano i prezzi riportati, supplemento musica compreso?
     
    Capisco che possa sembrare un dettaglio da poco, questo, ma onestamente non credo che lo sia. Perché *se non c’era* male avete fatto a non chiamare i vigili (i prezzi DEVONO essere esposti, questo lo sanno anche i bambini). Ma se, come sostiene il proprietario del bar i prezzi erano esposti, che senso ha indignarsi davanti ad un conto del genere?Insomma, a me sembra di capire che delle  persone siano andate *liberamente* a   Venezia – dove si sa che è cara pure l’aria che si respira – e (sempre liberamente) abbiano scelto di sedersi in un posto di un certo livello dove, puntuale, è poi arrivato il conto. Delle due l’una, quindi: o erano ignari, e magari anche un po’ coglioni (detto affettuosamente, si intende) e quindi hanno sbagliato bar  oppure hanno voluto, complice il clima vacanziero, scegliere  di vivere un momento indimenticabile, di quelli “costi quel che costi”.

    Qualunque sia stata la causa, insomma, a me una sola cosa mi viene da chiedermi: ma ora, di cosa si lamentano? E soprattutto, di cosa mi dovrei indignare guardando quella cifra? Se c’è qualcosa che mi lascia perplessa è pensare di andare a Venezia per andarmi a sedere in un un posto del genere. Ma io, si sa, son gastrofighetta: ai sottofondi musicali dei bar, preferisco quello delle onde. E il mio caffé lo preferisco *da asporto* e magari sorseggiato mentre sto  seduta sui gradini di un ponte. Mentre guardo l’acqua e i suoi riflessi: perché anche le gondole, ormai, di tutto sanno  tranne che di autenticità.

    Ps. Insomma, per dirla tutta ,vorrei un Arfio anche per Venezia. “Turista ti educo, Venezia ti amo”. Perché a volte, più che indignazione, è di *educazione* che sento il bisogno…

  • Si dà testimonianza del rispetto per se stessi trattando gli altri con dignità. Anche solo producendo vino

    Si dà testimonianza del rispetto per se stessi trattando gli altri con dignità. Anche solo producendo vino

    “Ogni faccia è un miracolo. E’ unica. Non potrai mai trovare due facce assolutamente identiche. Non hanno importanza bellezza o bruttezza: sono cose relative. Ogni faccia è simbolo della vita, e ogni vita merita rispetto. Nessuno ha diritto di umiliare un’altra persona. Ciascuno ha diritto alla sua dignità. Con il rispetto di ciascuno si rende omaggio alla vita in tutto ciò che ha di bello, di meraviglioso, di diverso e di inatteso. Si dà testimonianza del rispetto per se stessi trattando gli altri con dignità.”
     
    Ecco, è proprio questo il punto: poche parole – di Tahar Ben Jelloun – che spiegano perché del il mio non essere razzista.  Si dà testimonianza del rispetto per se stessi trattando gli altri con dignità. E’ questo che, soprattutto mi colpisce in negativo quando vedo comportamenti razzisti oppure leggo parole intrise di disprezzo per il diverso: l’assoluta mancanza di rispetto di sé. Offendere gli altri in base alle caratteristiche fisiche (per esempio, per il colore della pelle), oppure in base ai suoi gusti sessuali,  è solo un modo di mostrare al mondo quanto poco si tenga alle caratteristiche più autentiche dell’essere umano. Come i valori, per esempio. O, più semplicemente, la capacità di pensare.
     
     
    Troppo spesso, ultimamente, questo sta accadendo verso un ministro della repubblica: Cécile Kyenge. Offesa non per quello che fa – questo, linguaggio a parte, ci potrebbe pure stare – ma per il colore della sua pelle. Dicono che assomigli ad un orango, per esempio. Ora, premesso che che l’assomigliare ad un orango non mi sembra poi questa grande offesa – rimango convinta che peggio sarebbe sentirmi dire che assomiglio a Calderoli – io onestamente di queste cose non ne posso più. Ormai mi è pure passata voglia di incazzarmi. Sarà l’età che incombe, sarà il fatto che ormai sono convinta che “a lavà ‘a capa ‘ciuccio, se perde ‘o tiempo, l’acqua e ‘o sapone ” ho deciso che d’ora in poi nella mia vita – anche virtuale – non ci sarà più posto per le persone che tanto poco rispetto dimostrano per sé.
     
    Puoi avere il migliore blog di cucina di questo mondo, ma di sicuro se scegli di offendere una persona dandole dell’orango, io e te non abbiamo nulla in comune: inutile che perda tempo a leggerti.  E poi, mi inquini la vita, costringendomi a leggere certe parole: mi regali energia negativa: e di sicuro di quella non so che farmene.
    Così come puoi produrre il miglior vino del mondo. Ma se scegli di offendere le persone scegliendo parole come Cita Kienge (che po’, mi verrebbe da dire: “Ha parlato Tarzan! Ma uno specchio in casa tua, proprio non ce lo vuoi mettere?”), Puttana Boldrini, Frocio Vendola, il tuo vino te lo puoi bere tu. 
     
    Sicuramente, una persona che non sa provare rispetto per le persone, non può assolutamente provare rispetto né per la terra né per il lavoro di cui questa ha bisogno, né per i suoi prodotti. E quindi di sicuro non produce un vino *buono*. Non buono come lo intendo io, almeno.

    E poi si sa. Io li odio i nazisti dell’Illinois.
  • La petizione per l’stituzione del registro tumori in Campania: firmate anche voi?

    La petizione per l’stituzione del registro tumori in Campania: firmate anche voi?

    E pensare che una volta la chiamavano Campania Felix!
     
    Già, una volta. Ora, lentamente, nel silenzio e nell’indifferenza della nostra classe politica, rischia di trasformarsi  in terra di veleni. Prima i fuochi: quintali di rifiuti, spesso anche tossici, bruciati sotto i cavalcavia e in mezzo alle campagne nell’indifferenza generale. E che sviluppano fumi nocivi in grado di provocare tumori nei soggetti più deboli, bambini e anziani.
    Terribile, vero? Già, ma nonostante le denunce che si sono susseguite negli ultimi anni da parte degli abitanti delle zone rovinate da queste pratiche – che non dipendono da responsabilità individuali, sia ben chiaro, ma dal controllo camorristico del territorio – il problema continua a non esistere, per lo meno per la nostra classe politica. E’ di pochi mesi fa, infatti, il commento della nostra Ministra della salute secondo cui i tumori in Campania non dipendono dal degrado da ma uno stile di vita sbagliato da parte dei suoi abitanti. Insomma, vi ammalate di cancro? Colpa vostra.  Peccato che nonostante le richieste vecchie di anni non ci sia ancora un registro tumori in Campania, in grado di valutare il terribile cambiamento in atto nella salute di zone di territorio abbandonate alla camorra, più che a loro stesse.
    Ma siccome al peggio pare continui a non esserci  limite, due giorni fa un’altra scoperta: i pozzi avvelenati. Pozzi che, ricordiamolo, sono utilizzati nella coltivazione di prodotti che tutti, indistintamente, finiamo chi più chi meno, per ritrovarci a consumare.  Sia ben chiaro: non mi interessa creare allarmismo. E lungi da me l’idea di lanciare anatemi contro i prodotti campani. Tutt’altro: la terra campana e i suoi prodotti sono un tesoro dal valore inestimabile, per la  nostra economia. Soprattutto in questi tempi di crisi: per cui non sopporto che questo tesoro sia stato – di fatto – trasformato in discarica. E soprattutto, non sopporto che il problema continui ad essere ignorato e che davanti a bambini morti ad otto anni si possa parlare impunemente di stili di vita sbagliati, come se i bambini della campagna di Caivano passassero il tempo a fumar Malboro.
    Certo non posso fare molto, come molto non possiamo fare noi blogger. Servirebbero fatti, e questi pare non ce siano in vista (come se non bastasse, per esempio, la storia degli stili di vita sbagliati è stata tirata fuori pure da Bondi, per spiegare la salute dei tarantini). Ad una cosa però non possiamo e non dobbiamo rinunciare: tentare di dare voce ai cittadini colpiti da questa tragedia.
     

    “Gentile Ministro Lorenzin,

    Sono un semplice cittadino di 21 anni, le scrivo come tale, non essendo affiliato ad alcun movimento politico o organizzazione. Come molti miei coetanei in tutta Italia, da Varese a Trapani, studio all’Università (Medicina e Chirurgia), faccio attività fisica, ho degli interessi culturali che coltivo, degli amici, dei genitori che pagano le tasse. Ma nonostante ciò, non sono ESATTAMENTE come i miei coetanei del resto d’Italia, ed il motivo è molto semplice: io vivo a San Felice a Cancello.
    Come lei di certo saprà, San Felice è l’ulteriore vertice di quel tristemente notoTriangolo della Morte che comprende Nola, Marigliano, Acerra, e paesi limitrofi (come Pomigliano d’Arco, paese già noto per altre problematiche) a cui si aggiunge la Terra dei fuochi a nord di Napoli, e la zona compresa tra Caserta e Maddaloni, dove si trova la cava Cementir.
    Fin da quando ero piccolo, nella mia famiglia ci saranno stati almeno una decina di casi di tumore, due dei quali sono stati letali, mentre gli altri sono stati fortemente debilitanti fisicamente ed emotivamente.
    Se Lei venisse qui e interpellasse delle persone a caso a Caserta, Maddaloni, San Felice o Acerra, scoprirebbe che tutti – dico sul serio: TUTTI – hanno avuto un caso di tumore in famiglia. Addirittura, due mie compagne di Liceo hanno perso i loro padri, a causa di un tumore. Sa qual è la cosa più triste? L’abitudine.
    Noi di questa terra abbiamo a che fare con talmente tanti casi di tumore ogni anno, che ormai non ce ne sorprendiamo più: vediamo a questa malattia come ad una spece di “norma”, ci rattristiamo quando veniamo a sapere di qualcuno che si ammala, ne conosciamo la gravità, ma sappiamo che vivendo qui era quasi inevitabile.
    Ministro della Salute, la prego, ci dia lo strumento per combattere questa battaglia: istituisca il Registro Tumori nella Regione Campania.
    So che Lei ha dichiarato da poco di voler affrontare la problematica iniziando a studiarne l’epidemiologia, ebbene: ci dovrebbe essere già uno strumento per questo, se non fosse che la Consulta lo dichiarasse illegittimo perché non rientrava nei piani di rientro del deficit sanitario. Ministro Lorenzin, non so cosa pensassero i Giudici della Corte Costituzionale quando hanno emesso questo verdetto; io so solo che mio cugino non ha mai potuto compiere 14 anni.”
    Ecco, io ho deciso di firmare questa petizione visto che – per quanto mi riguarda – pensare alla mia cucina senza i prodotti campani è impossibile. Spero lo facciate anche voi e che – magari – diate spazio sui vostri blog al racconto di quanto sta accandendo in Campania.
    E, soprattutto, di quanto non è ancora accaduto per provare a cambiare le cose.
  • Soddisfazioni a tre spicchi. E Pizza  al lievito fujuto

    Soddisfazioni a tre spicchi. E Pizza al lievito fujuto

    pizza al lievito fujuto
    Sì, soddisfazioni. E non solo perché tra le pizzerie che hanno ricevuto il prestigioso riconoscimento dell’assegnazione  dei *tre spicchi* del gambero rosso ci sono le pizzerie cui proprio non posso mancare ogni volta che vado a Napoli, in cui mi sento *a casa* (La Pizzeria Salvo di San Giorgio a Cremano e Gino Sorbillo di Napoli) ma anche perché in qualche modo in questo riconoscimento c’entro anche io (sia pure da molto, molto, molto, molto lontano). E la cosa non può che riempirmi di orgoglio.

    Pizza lievito fujuto

    Ma andiamo con ordine. Queste, le pizzerie premiate.

    Pizza Napoletana:
    Pepe in Grani (Caiazzo (CE)
    Da Attilio alla Pignasecca (Napoli)
    Trattoria Fresco (Napoli)
    La Notizia 1 e 2 (entrambe a Napoli)
    Sorbillo (Napoli)
    Starita (Napoli)
    Era Ora (Palma Campania (NA)
    F.lli Salvo Pizzaioli da Tre generazioni (S. Giorgio a Cremano (NA)
    Massè (Torre Annunziata (NA)

    Pizza Italiana
    Piemonte – Libery Pizza e Artigianal Beer (Torino)
    Lazio – La Gatta Mangiona, Sforno, Tonda (tutte a Roma)
    Abruzzo – La Sorgente (Guardiagrele (CH)

    Pizza Gourmet
    Piemonte – Pomodoro & Basilico (S. Mauro Torinese (TO)
    Veneto – Ottocento Simply Food (Bassano del Grappa (VI), I Tigli (S. Bonifacio (VR), Sapore (S. Martino Buonalbergo (VR)
    Emilia Romagna – O’ Malomm (Coriano (RN), O’ Fiore mio (Faenza (RA)
    Toscana – Apogeo (Pietrasanta (LU), La Spela (Greve in Chianti (LU)
    Marche – Urbino dei Laghi (Urbino)
    Lazio – La Fucina (Roma)
    Pizze a Taglio
    Veneto – Saporè (S. Martino Buonalbergo (VR)
    Toscana – Menchetti (Arezzo), Divina Pizza (Firenze)
    Lazio – Angelo e Simonetta, Pizzarium  a Roma)

    Pizza lievito fujuto

    Tra questi nomi, ne vorrei sottolineare uno in particolare: Pietro Parisi. Tempo fa, vi avevo parlato della pitta all’acqua di filatura della mozzarella di bufala campana. Un esperimento che avevo condotto grazie al consorzio che mi aveva fatto avere questo sottoprodotto della lavorazione,  introvabile lontano dalla zona di produzione. Come già raccontato diverse volte, ad una cena tra amici  raccontai a Pietro Parisi dell’esperimento e lui ne rimase incuriosito al punto da provarlo e svilupparlo fino a tirarne fuori una sua pizza, senza lievito aggiunto: la pizza al lievito fujuto.

    Bene, quella pizza oggi ha avuto questo grande riconoscimento.  E Pietro ha avuto la squisitezza di ringraziarmi in pubblico con queste parole su facebook (che riporto come sono, sgrammaticatura da utilizzo del cellulare compreso)

    “La fermentazione lattica affascina gambero rosso e ci onorano dei tre spicchi e portiamo Calma campania tra le rotte dove gustare una buona pizza , grazie ad un recupero delle acque della mozzarella di bufala abbiamo ottenuto una grande soddisfazione professionale forse la sperimentazione ci ha fatto onore un grande grazie va a  Teresa De Masi, Giustino Catalano  e Antonio Lucisano per aver aver fatto rete di idee e sopratutto un grande grazie va anche ai volti che con il loro aglio origano e pomodoro hanno reso una marinara straordinaria … grazie e adesso ci godiamo il successo domani presenteremo questa pizza a lievitazione lattica a Milano alla stampa Estera…”

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    Nonostante le parole di Pietro, che ringrazio,  io davvero non credo di avere nessun merito se non quello di avere giocato una quindicina di anni fa con la fermentazione lattica e di avere poi avuto la fortuna di continuare il gioco grazie al Consorzio. Il resto, la professionalità, l’arte del pizzaiolo, la sapienza nell’impasto e nella cottura è tutta roba di Pietro Parisi. Che con me ha solo un debito: quella di farmela assaggiare, prima o poi.
    Però confesso: la soddisfazione c’è. E grande. Come grande resta lo stimolo di continuare a condividere le cose che si scoprono e si imparano. Perché solo insieme, si cresce.
    ps. soddisfazione nella soddisfazione, questa mia foto in bianco e nero delle mani di Salvatore Salvo che ci racconta (a me e Maria) delle farine utilizzate per la sua pizza (che poi sono quelle che mi ha regalato per provare a fare il pane cafone) è stata scelta per il menù della nuova pizzeria Salvo da Tre Generazioni. Grande soddisfazione anche questa,  visto l’affetto che mi lega al – grande – lavoro di questi ragazzi.

    Le foto, sono delle pizze della pizzeria Salvo da Tre Generazioni

  • Saluterò le stelle, stanotte. Per salutare Margherita.

    Saluterò le stelle, stanotte. Per salutare Margherita.

    Non mi piacciono gli epitaffi. Sanno tanto di lacrime di coccodrillo: per questo non li amo. In genere, i più profondi e accattivanti vengono sempre dalle persone che in vita più avevano ignorato il defunto. In politica, certo (penso alle Stato presente in pompa magna ai funerali di Falcone e Borsellino, per esempio: uno stato che non solo aveva fatto di tutto perché accadesse l’irreparabile ma che a distanza di tanti anni ancora non sa dirci che fine ha fatto l’agenda rossa di Paolo, dove sicuramente potremmo leggere i perché della sua morte) ma anche in molti altri campi.

    Non mi piacciono e non ne farò  Per Margherita dirò solo che sono rimasta addolorata dalla notizia come se ad andare via fosse stata una di famiglia. Esagerato? Non credo. Provo a spiegarlo con le parole di Laura Boldrini: 

    “Contro il modello dominante di donna decorativa e muta, Margherita Hack ci ha insegnato, anche con il suo esempio, che si può sempre scegliere un’altra strada, anche se più scomoda.”

    Ciao, Margherita. Salutaci le stelle. Noi rimaste quaggiù proveremo  a continuare a peccare di curiosità, la stessa che condannò la nostra più antica progenitrice: “La colpa di Eva è stata quella di voler conoscere, sperimentare, indagare con le proprie forze le leggi che regolano l’universo, la terra, il proprio corpo, di rifiutare l’insegnamento calato dall’alto, in una parola Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede.” 

    Senza di te, però, sarà sicuramente  più dura.