Categoria: Salato

  • Ravioli di seppia, ai profumi mediterranei. Il mio piatto per il premio Marietta 2014

    Ravioli di seppia, ai profumi mediterranei. Il mio piatto per il premio Marietta 2014

    ravioli seppie
    Pensando a Marietta, ho immaginato questi Ravioli di seppia, un piatto fatto di sapori semplici ma basato su una discreta manualità. Immagino così, infatti, la cucina di casa Artusi. Pellegrino, il pensatore, seduto al tavolo: che immagina le ricette racimolandole dai suoi ricordi, i suoi viaggi, i suoi racconti.  E Marietta accanto a lui, in piedi, con il grembiule attorno ai fianchi, pronta a tramutare in realtà i suoi appunti. E poi a trasformare in piatti nuovi –  ma *grati al gusto*, come ama tanto spesso ripetere il padrone di casa – gli avanzi dei cibi che hanno dato vita alle ricette più famose, quelle via via finite nella “Scienza in cucina e l’arte di mangiare bene”. 
     
    Così ho immaginato Marietta, e partendo da lei e dalla sua persona ho immaginato questo piatto: un semplice soffritto di seppie – come potrebbero essere quelle avanzate dalla preparazione della ricetta numero 500 –  utilizzate per condire dei ravioli. All’interno di questi – per una scelta di leggerezza, ho messo seppie fresche cotte al vapore (ma va da sè che potrebbero andarci anche una parte  di quelle soffritte avanzate, o semplicemente pane mescolato ad alici e capperi, come farebbe una casalinga come lei alle prese con una comune dispensa casalinga). Il tutto, mescolato a pane raffermo ammollato in acqua (io ho usato pane di Matera, bello mollicoso), profumato di limone e reso piccanti da un tocco di zenzero. Accompagnato poi da un sugo di pomodoro di pomodorini particolarmente dolci. 

     

    Un piatto insomma, di spunto sicuramente romagnolo (in onore del padrone di casa) ma “contaminato”, come si usa dire oggi, di sapori e profumi mediterranei. Perché sicuramente era curiosa Marietta, esattamente come Pellegrino. E di sicuro, di sapori e profumi nuovi doveva essere ghiotta. Altrimenti, la *loro* raccolta – intesa come primo testo di cucina *italiana* – non avrebbe mai visto la luce.

    Per la pasta all’uovo
    220 gr di farina 00
    2 uova piccole
    Per il ripieno
    1-2  seppia  fresca,   peso intorno ai 700 g

    100 gr di mollica di pane raffermo
    mezzo bicchiere di albana di romagna
    40 gr di pecorino non troppo stagionato
    buccia di limone grattugiata
    una grattatina di zenzero fresco
    albume, per legare

    pepe nero, sale

    Per il soffritto di seppia
    le seppie avanzate dal ripieno
    olio di oliva
    cipollotto fresco
    sale  grosso

     

    Per completare il piatto
    buccia di limone grattugiata al momento
    origano fresco
    olio e.v.o.
    pepe di Szechuan

    Preparazione della pasta

    Io ho usato il kenwood, ma ovviamente, si può procedere anche a mano. Nel kenwood, si mette farina e uova e si impasta con la foglia fino ad ottenere un briciolame grossolano.
    Si rovescia quindi  sul tagliere, ci si bagna le mani (l’umidità aggiunta dalle mani bagnate servira’ ad aggiungere la quantità esatta di acqua per avere un impasto sostenuto che non si attacca) e si impasta con energia fino a formare un impasto molto consistente, bagnandosi di nuovo le mani se necessario. La pasta e’ pronta dopo una decina di minuti.
    A questo punto, la metto a riposare per un’oretta sotto una ciotola capovolta prima di stenderla.

    Preparazione del ripieno

    Pulire, lasciando da parte i tentacoli che serviranno per decorare il piatto e cuocerla al vapore per qualche minuto, in modo da portarla quasi a cottura. Tagliare quindi in pezzetti piccoli e metterli in una ciotola, aggiungere la mollica di pane raffermo ammollata (ma ben strizzata) in acqua ,  il  pecorino , pepe nero, buccia di limone grattugiata, lo zenzero e un po’ di albume per legare.
    Impastare velocemente il tutto e fare un impasto di consistenza simile a quello delle polpette. Stendere quindi la pasta in modo sottile, appoggiare su metà di questa il ripieno (servendosi di un cucchiaino o di una tasca per dolci con beccuccio grande e liscio), coprire con l’altra metà e tagliare i ravioli. Io ho usato uno stampino tradizionale, di misura piuttosto grande, calcolando poi tre ravioli a porzione.
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    Preparazione del condimento per i ravioli

    Intanto, preparare il soffritto di seppie
    Fate un battuto piuttosto generoso con cipollotto fresco. Mettetelo al fuoco con olio, farlo stufare piano e a lungo, e quando avrà preso colore passatelo da un colino strizzando bene. In questo soffritto gettate le seppie tagliate a filetti e bagnatele con  vino bianco (lo stesso usato per il ripieno) a metà cottura.

     

    Preparazione dell’olio aromatizzato
    Preparare un’emulsione di olio e origano usando un minipimer e tenere da parte.

     

    Presentazione del piatto
    Al momento di servire, grattugiare sul fondo del piatto un po’ di buccia di limone,  appoggiarvi sopra i ravioli – cotti in acqua bollente e ripassati velocemente nell’olio di cottura delle seppie, sistemandovi sopra qualche tentacolo per decorare e completando il piatto con buccia di limone grattugiata al momento, pepe nero e olio aromatizzato all’origano.

  • Spaghetti alla bottarga, olio di Centonze e limone di Amalfi

    Spaghetti alla bottarga, olio di Centonze e limone di Amalfi

    spaghetti alla bottarga
    Gli spaghetti alla bottarga li amo dalla seconda volta in cui li ho assaggiati. Già, la seconda. La prima, infatti, non la apprezzai granché. Non so perché, non ne ho mai capito il motivo: forse, semplicemente non me la aspettavo così.  Ricordo ancora la delusione: una botta di sapidità tanto forte da lasciarmi sorpresa: non sentivo null’altro, solo quel sale. Poi, solo un “non mi piace”. E subito dopo, la sorpresa. Forse è stato il muovere la lingua, non saprei, oppure la salivazione innescata dal pronunciare quelle parole. Ripeto, non lo so: ricordo solo che improvvisamente, passato l’attimo fatto di sale,  avevo il mare in bocca. Ed una gran voglia di continuare.
     
    Di questo prodotto, comunque, non vi dico nulla. Se avete voglia di approfondire vi conviene andare su un dei siti dedicati, come questo. Troverete tutte le notizie di cui avete bisogno: di cosa è fatta, il metodo di lavorazione, e come accompagnarla. Da parte mia, aggiungo solo di averla accompagnata ad olio di Centonze e limone di costiera (amalfitana), preparando  per La cucina  dell’Extravergine una ricetta semplicissima ma molto adatta alla stagione calda che sta per arrivare.  Due parole sull’olio: lo avevo già testato l’anno scorso, con gli Gnocchi di patate viola al caprino e alla riduzione di Nero d’Avola  e mi era piaciuto moltissimo. Uno di quegli oli da maneggiare il meno possibile, da assaggiare a crudo su una fetta di buon pane, per poi farsi ispirare nel suo utilizzo.  Un gran sapore, perché preparato con nocellara del Belice raccolte a mano ( nei mesi di Ottobre e Novembre) per poi essere molite a freddo entro le 12 ore. Per questo il sapore resta intatto, cosi ricco di sensazioni tra l’amaro e il piccante. Perfetto, per accompagnare la sapidità della bottarga, accostata all’aroma del limone di Amalfi e alla nota speziata del Pepe di Szechuan.

    Spaghetti alla bottarga dosi per quattro persone:

    320 g di spaghettoni (io ho usato quelli del Pastificio Leonessa)
    40 g di bottarga di muggine (metà tagliata a fettine sottili e metà grattugiata al momento)
    la buccia di mezzo limone (assolutamente non trattato)
    sale grossoPer l’olio aromatizzato:
    olio extravergine di oliva di Centonze
    2 spicchi di aglio
    buccia di mezzo limone (io ho usato quelli della costiera amalfitana)
    Pepe di Szechuan, macinato al momento

    Preparazione degli spaghetti alla bottarga

    Per l’olio aromatizzato, fare andare a fuoco basso per pochi minuti qualche cucchiaio di olio con l’ aglio. Spegnere il fuoco, aggiungere metà della buccia del limone (solo la parte gialla) e lasciare raffreddare lasciando aglio e limone  in infusione, in modo da consentire il rilascio di sapori e profumi.

    Una volta che questo si sia raffreddato, tagliare metà della bottarga a fettine sottili e aggiungerle all’olio, in modo da farle insaporire ed ammorbidire.

    Mettere quindi a bollire l’acqua per la pasta, e cuocere gli spaghettoni. Una volta pronti, condire con olio aromatizzato e fettine di bottarga, completando il piatto con la restante bottarga grattugiata ed il Pepe di Szechuan.

    spaghetti alla bottarga
  • Spaghetti al pomodoro la ricetta di Alfonso Iaccarino

    Spaghetti al pomodoro la ricetta di Alfonso Iaccarino

     
     
    Gli spaghetti al pomodoro alla don Alfonso sono un piatto semplicissimo, che sa di estate, per implorare una stagione che non ne vuole sapere di arrivare. Ancora ora, mentre scrivo ascoltando il concerto del primo di maggio, sta diluviando. Tuoni fortissimi, che fanno quasi paura. E io sono fortunata: solo ieri sera, a pochi km da casa, si è sfiorata la tragedia. Una tromba d’aria: tanti danni ma per fortuna nessuna vittima. Solo che proprio nelle stesse zone, giusto un anno fa (all’anniversario mancano solo due giorni), un’ altro tornado. Per non parlare poi dell’alluvione, una ferita ancora aperta che provoca paura ad ogni rovescio un po’ più lungo ed intenso della media. E il terremoto, che ormai si avvicina al suo secondo, terribile, anniversario. Insomma, non se ne può più: piove sul bagnato, e non è solo un modo dire.
     
    E allora, forse proprio per provare ad esorcizzare un po’ di questi brutti pensieri – inevitabili, con un tempaccio come quello di ieri sera! – e per provare l’olio dell’oleificio cooperativo di Venafro ho scelto un piatto che sapesse d’estate. Come colori, il rosso del pomodoro per me *è* il colore dell’estate più di quanto lo sia l’azzurro del cielo e del mare, come profumo e – soprattutto – come sapore.  Un piatto semplicissimo, tutto affidato alla bontà delle materie prime. A cominciare dalla pasta: scegliete pure la marca che volete, purché sia a lenta essiccazione e trafilata al bronzo, la differenza la sentirete al primo assaggio. Certo, è un po’ più cara delle altre ma una coccola ogni tanto – almeno a tavola – ce la meritiamo.. o no? E poi il pomodoro: il massimo sarebbe avere quello del piennolo. Ma siccome non si può avere tutto dalla vita, ci si può accontentare anche di datterini. E poi, aglio – buono, anche questo: se poi magari è pure fresco… – basilico e soprattutto l’olio. Ce ne vuole uno saporito ma non prepotente, che consenta di esagerare un po’ con la quantità senza che il suo gusto sovrasti quello degli altri ingredienti. E all’assaggio, l’olio di Venafro si è rivelato perfetto. Del resto, è un olio famoso sin dall’antichità: Marco Terenzio Varrone (116 a.C.- 27 a.C.) nell’elencare i prodotti agricoli migliori citava l’olio di Venafro:

    M. Terenzio Varrone, Rerum rusticarum libri tres, I, 2, : ” Quod far conferam Capuano? Quod triticun Apulo? quod vinus Falernus? quod oleum Venafro?”.,
     

    E poi Catone, che  nel De Agricoltura suggerisce di vendere le olive pendenti prendendo esempio da Venafro:

    “Olea pendens hac lege venire oportet. Olea pendens in fundo venafrano venibit”

     Un olio che ancora oggi è prodotto è prodotto da sole olive del territorio (della zona della pianura di Venafro e dei rilievi circostanti), lavorate in giornata, ed esclusivamente per mezzo di procedimenti meccanici – spremitura a freddo – con macine in pietra e presse idrauliche. 

     

    L’olio perfetto, insomma, per completare un piatto fatto soprattutto di semplicità, anche se l’ispirazione – mi si perdoni tanta audacia – viene da una ricetta di Alfonso Iaccarino. Il piatto, insomma, che ho scelto per La Cucina dell’extravergine di oggi.

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    Per questi spaghetti al pomododoro (per quattro persone) ho usato:

    Ingredienti
    360 g di spaghetti artigianali trafilati in bronzo (io avevo in casa quelli del pastificio Leonessa)
    400 g di pomodorini (perfetti, sarebbero quelli del piennolo ma ormai non è stagione)
    3 spicchi di aglio
    olio di oliva extravergine, più o  meno mezzo bicchiere
    4 foglie di basilico appena staccate dalla pianta, più quattro per decorare
    sale

    Procedimento

    Ho soffritto  l’aglio in metà dell’olio,  e ho aggiunto  i pomodorini  (dopo averli schiacciati tra le dita). Ho cotto quindi per circa 5/6 minuti  a fuoco molto vivace – importante, questo dettaglio, per mantenere la consistenza dei pomodorini –  ed ho salto a fine cottura. Una volta spento, ho aggiunto basilico tagliato a julienne.

    In un’altra padella ho fatto poi soffriggere l’aglio nell’olio rimasto. Intanto, ho cotto gli spaghetti scolandoli  molto al dente (calcolando un paio di minuti di ulteriore cottura dopo la scolatura) che ho poi finiti di cuocere in padella con l’aglio e l’olio soffritti precedentemente.

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    Ho servito facendo  un nido con gli spaghetti ed adagiandoci sopra i pomodorini, decorando con le foglie di basilico.
    Pur nella loro semplicità, hanno un tocco diverso e particolare. La pasta cotta in bianco, ha il gusto ed il profumo potente di un  aglio ed olio e crea un contrasto perfetto con la dolcezza del pomodorino. Fondamentale, ripeto,  cuocere i pomodorini a fuoco vivace, dopo averli un po’ *schiattati* tra le mani. In questo modo, si ammorbidiscono senza dare il tempo alla pelle di separarsi dalla polpa e diventando quasi un morbido confit. E rendono il piatto di spaghetti al pomodoro una cosa completamente diversa dal solito: sia per il contrasto, di cui dicevo prima, e sia per la sorpresa di sapore e consistenza che sono in grado di regalare se  si mangiano  gli spaghetti avendo cura di metterci un pomodorino in mezzo.

    Questa ricetta fa parte di una raccolta di ricette bimensile, dedicate al nostro buon olio d’oliva italiano promossa dall’Associazione Città dell’Olio.

    Insieme a me ci sono anche:
    Patty con le Pappardelle con ragù di primavera e bottarga di muggine
    Sabina con il Pane carasau home-made con tartare di avocado, uovo di quaglia poche e germogli di ravanello
    Stefania, con il suo  Risotto con mousse di melanzana e pomodori di Pachino.

    Non perdetevele!!!




  • Spaghettoni alla crema di fresella di Castellammare e colatura di alici di Cetara

    Spaghettoni alla crema di fresella di Castellammare e colatura di alici di Cetara

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    Un altro piatto per il contest Leonessa. Anche questo, da preparare con pochi ingredienti ed in pochi minuti. Come è giusto che sia in barca, dove il tempo migliore lo si trascorre sul ponte, e non certo in cucina,  scrutando l’orizzonte e abbandonandosi alla brezza profumata di salsedine. In silenzio, oppure ascoltando musica. O magari leggendo parole che sanno di mare. 
    Basterebbe la fantasia di qualcuno – un padre, un amore, qualcuno.
    Lui saprebbe inventarla una strada, qui, in mezzo a questo silenzio, in questa terra che non vuole parlare.
    Strada clemente, e bella. Una strada da qui al mare.

    Un piatto che, come il primo,  racconta di due coste.

    La prima, ancora la mia terra: la Campania:  di questa terra ho immaginato di usare due prodotti particolarissimi, se non addirittura unici. Il primo, un classico accompagnato alla pasta da sempre: la colatura di alici di Cetara. Sotto certi aspetti un prodotto di scarto: eppure – soprattutto lo sa chi ha avuto la fortuna di assaggiare quella veramente artigianale – in grado di racchiudere in poche gocce il più autentico sapore delle alici sotto sale. Il secondo, le freselline di  Castellammare: qui, confesso, ho azzardato. Già, perché queste freselle non sono salate come il nome potrebbe far pensare ma semidolci. E la mia idea di partenza era quella di partire da una sorta di pesto di pane che però – attraverso appunto una nota di dolcezza – valorizzasse la salinità corposa della colatura.  E qui mi è giunta in aiuto un’altra costa: quella sicula. Ho infatti pensato al pesto di mandorle, che io preparo con una parte di mandorle amare, e mi è venuta voglia provare a realizzare una salsa simile eliminando il pomodoro usando le freselline al posto delle mandorle dolci. Il tutto, da provare a completare con la colatura di alici e con un tocco speziato che regalasse freschezza, a base di cardamomo verdePepe di Schicuan rosso.

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    Per due persone ho usato:
    2 freselline di Castellammare
    5 mandorle amare
    cardamomo verde 

    colatura di alici di cetara
    sale
    Spaghetti Leonessa 200 g
    2 spicchi di aglio
    Olio e.v.o. delle colline salernitane
    Pepe di Schicuan rosso

    Ho iniziato macinando in modo molto sottile la fresella, insieme alle mandorle e al cardamomo, fino a ridurla in polvere finissima…

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    .. che ho emulsionato con qualche cucchiaiata di olio e poi passato con un colino per evitare la presenza di grumi.
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    Intanto, sul fuoco, una pentola con acqua ed una padella con olio abbondante e qualche spicchio di aglio. Questo, lasciato soffriggere piano piano, fino quasi a candirsi.  Al momento del bollore, butto la pasta e la porto a metà cottura. Poi la finisco di cuocere in padella, a fuoco basso,  aiutandomi con l’acqua di cottura, in modo da risottarla leggermente coprendola di una sorta di cremina di amido che serva a trattenere meglio la colatura di alici.
    Una volta cotta, la completo con una dose abbondante di colatura di alici e la mescolo bene. Poi, la servo in piatti su cui ho sistemato a specchio la crema di fresella e mandorle e finisco con una generosa spolverata di pepe ed un giro di olio crudo. Si mangia dopo una leggera mescolata, che – proprio grazie all’amido rilasciato dalla cottura in padella – avvolgerà la pasta in maniera molto simile al pesto siculo. Da cui, appunto, mi era venuta l’idea.
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    Da mangiare sul ponte, anche questa, guardando verso l’orizzonte. Verso il mare.
    E’ un miracolo per me ogni ora di luce e di buio,
    è un miracolo ogni centimetro cubo di spazio,
    ogni metro della superficie terrestre è impregnato di miracolo,
    formicola di miracoli ogni centimetro del sottosuolo.
     
    Il mare è per me un miracolo senza fine,
    i pesci che nuotano – gli scogli – il moto delle onde –
    le navi che portano gli uomini,
    quali i miracoli più strani di questi ?*
    *Alessandro Baricco
    *Walt Whitman

    Con questo piatto partecipo al contest LEONESSA COAST TO COAST

  • Maruzze Leonessa in cottura passiva di acqua di governo di mozzarella di bufala campana dop, ai pomodorini confit e bottarga di muggine

    Maruzze Leonessa in cottura passiva di acqua di governo di mozzarella di bufala campana dop, ai pomodorini confit e bottarga di muggine

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    Coast to coast, in barca.
    Il sogno di una vita, mai realizzato purtroppo. Fatto della voglia di tirare su l’ancora e andare via, lontano, affidandomi alla energia silenziosa del vento e al solo aiuto delle vele. Partendo dalla costa tirrenica – quella su cui sono nata e cresciuta – e puntando verso ovest: in direzione di  quella terra invisibile ma di cui  avevo letto sin da bambina sui libri di scuola e  che sapevo essere oltre quella linea scrutata ogni sera, alla ricerca di quell’attimo esatto in cui il giorno trovava  la sua fine.
    Il Tirreno ci rendeva immuni, bambini sacri della sua acqua che era una lingua di madre lupa che ci pettinava. Conoscevamo il sole del tramonto sui muscoli usati, che ci fermava e ci addolciva il buio. Calava a mare, lo vedevamo spegnersi a fuoco viola sull’incerto orizzonte. Per questo fummo Tirrenici, perché il giorno ci finiva davanti, in faccia al mare immenso e noto a noi.*

    La stessa linea  che ho continuato a rincorrere anche una volta diventata adulta, attraverso – per esempio – la decisione di passare in Sardegna una delle  mie prime vacanze senza  famiglia. Fu allora che scoprii l’esistenza  di un prodotto particolarissimo: la bottarga di muggine. Un vero e proprio concentrato di mare, un insieme potente di gusto e sapidità, cui non posso fare a meno di pensare quando mi ritrovo – come accaduto leggendo il regolamento del contest Pasta Napoletana Leonessa e Gusto Mediterraneo  – a dover immaginare un piatto al sapore di mare. Per questo, pensando ad una ricetta che unisse sapori  coast to coast, ho pensato a lei. Ed ho pensato di accostarla al sapore di tre dei prodotti della costa tirrenica cui sono più affezionata: pomodoro, mozzarella di bufala campana dop e limone di costiera.
    mozzarella di bufala

    I primi li ho preparati in anticipo, in confit (con più  olio però rispetto al solito perché mi servivano cremosiall’interno, non secchi, per condire la pasta). Cosí come farei in barca insomma, dove cercherei di arrivare con una piccola scorta di preparazioni già pronte. La seconda, idem o quasi. Nel senso che l’ho tagliata a fettine sottili e messa sotto olio insieme ad abbondante buccia di limone grattugiata che doveva, nella mia testa, costituire il filo di unione a livello di gusto tra la dolcezza dei pomodorini e la sapidità della bottarga. E poi via, in un vasetto, come se stessi preparandomi ad un viaggio in mare.

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    Il seguito della ricetta, poi, è quasi tutta nel riciclo dell’acqua di governo della mozzarella di bufala campana. Non viene buttata via, ma utilizzata per cuocere la pasta: non nel modo classico però ma con la tecnica della  cottura passiva. Per diversi motivi: primo, perché questa tecnica ben si presta alle maruzze Leonessa che mi piace gustare bene al dente (al chiodo, direbbe qualcuno) e senza che la loro forma – bellissima! – venga anche solo minimamente intaccata dalla classica bollitura. E poi perché è un metodo di cottura perfetto per la barca: innanzitutto, consuma pochissimo gas. E poi non riempie  di vapore lo spazio angusto della cucina: fastidioso, molto fastidioso, vista la ristrettezza degli spazi destinata in barca a questo scopo. Infine, perché pensare di cuocere la pasta nel liquido di governo mi fa pensare all’inventiva tutta italiana – e napoletana in particolare – che ha contribuito a rendere grande la cucina italiana, anche quella più povera. Come gli spaghetti alle vongole fujute, dove di vongole non c’era traccia e il sapore di mare era dato dalla bollitura di sassi raccolti tra gli scogli mescolati a qualche paguro.
    Come si esegue la cottura passiva? semplice, come per la cottura classica: solo, il fuoco rimane acceso per due minuti. Poi, viene spento ed il tegame viene coperto lasciando la pasta in infusione per il resto del tempo richiesto dalla cottura. Tutto qui.

    Premesso tutto questo, spiegare la ricetta è un attimo.

    Ingredienti
    Bottarga di muggine, tagliata in fette sottilissime e conservata sotto olio e.v.o. di tipo fruttato leggero, aromatizzato con buccia di limone
    Mozzarella di bufala campana dop, 100 g (tenete da parte il suo liquido di governo)
    latte intero caldo 120 g (sarebbe meglio di bufala ma non si può avere tutto dalla vita)
    Pepe di Szechuan
    Buccia grattugiata di due limoni di costiera
     
    Si versa il liquido di governo in una pentola (controllandone la quantità ed aggiungendo, se necessario, un po’ di acqua: come spiegato da Innovidea,  per questo metodo sono infatti necessari 5l di acqua per circa 200 g di pasta in modo da avere una massa di acqua sufficiente a mantenere per i 9 minuti di infusione successiva il calore ad almeno 70-75°C)  e si porta a bollore.  Quindi, si butta la pasta e – una volta che il bollore sia ripreso – si lascia sul fuoco per due minuti. Passato questo tempo, si spegne e si copre la pentola con un coperchio.
    Intanto, si prepara la crema di bufala, frullando la mozzarella con il latte,con un buon frullatore ad immersione, fino a quando non diventi abbastanza cremosa, e la si sistema a specchio sul fondo dei piatti in cui verrà servita la pasta.
    Una volta pronta la pasta, la si scola e la si condisce con l’olio di cottura dei pomodorini. Poi si sistema la pasta sulla crema di bufala e la si cosparge di pomodorini  sgocciolati e fettine di bottarga. Infine, un giro di olio di marinatura della bottarga, una spolverata di pepe macinato di fresco e di buccia di limone grattugiato.

    E la si serve sul ponte, per mangiarla guardando l’orizzonte…

    Lei è all’orizzonte. […] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare.*
    *Erri De Luca
    Eduardo  Galeano
    Con questo piatto partecipo al contest LEONESSA COAST TO COAST

     

  • Ragù di braciole

    Ragù di braciole

    ragù di braciole
    Il ragù di braciole è una preparazione tipicamente campana. Era da un po’ di giorni che avevo voglia di un ragù napoletano. La temperatura improvvisamente primaverile però mi aveva fatto desistere. Poi, improvvisamente, grazie al post di Antonia, mi è tornata in mente questa preparazione. Ricca come un ragù ma decisamente meno pesante di quello più classico,  grazie al tipo di carne utilizzato e al ripieno stuzzicante che lo contraddistingue. 
    Poi, in più, proprio negli stessi giorni mi è capitato di assaggiare l’olio extravergine di oliva dell’azienda agricola Terzini: cultivar Toccolana, un gusto non troppo prepotente – con note che richiamano la mandorla, mi è parso – che ben si intonano ad un sugo dal gusto forte ma non pesante come questo.
    Perfetto sia in cottura, il minimo indispensabile, che a crudo sul piatto finale. Per non parlare poi della nota di sapore aggiunta alla carne, necessariamente stracotta, che ho cosparso in abbondanza. Insomma, perfetto per sapori *di terra* come questo piatto ma altrettanto adatto a completare di una nota saporita e vivace anche preparazioni a base di pesce.
    Servono:
    Una fetta di carne non troppo magra che regga bene la lunga cottura (chiedete consiglio al vostro macellaio) del peso di 6-7 etti, almeno
    pecorino romano non troppo stagionato, 50 g (almeno)
    lardo o pancetta tagliata sottile
    mollica di pane raffermo sbriciolata, q. b.
    Prezzemolo
    uvetta e pinoli q.b.
    aglio, sale e pepe nero
    350 g di ziti spezzati spezzati a mano (e non buttate via i rottamini, mi raccomando!)
    Per il sugo:
    1 kg (almeno) passata di pomodoro
    3 cucchiai di triplo concentrato (ci vorrebbe la conserva napoletana, introvabile ormai)
    2 cipolle ramate
    Olio Extra Vergine  di oliva dell’aziend agricola TERZINI
    sale
    Parmigiano stagionato, o altro formaggio, per completare il piatto
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    Innanzitutto, va preparata la braciola sistemando sulla fetta di carne tutti gli ingredienti : pancetta e formaggio andranno tagliati a fette sottili, il resto tritato fine. Poi, la carne andrà arrotolata su se stessa e quindi legata con dello spago.
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    Poi si procede al soffritto: prima la cipolla e poi la carne. Una volta che questa sia ben rosolata, aggiungere la passata ed il concentrato di pomodoro sciolto in un po’ di acqua bollente e fare cuocere a fiamma bassissima per diverse ore. La carne dovrà risultare tenera se infilata con una forchetta e la salsa  dovrà assumere quel tipico colore tendete al marrone. Se la carne dovesse apparirvi pronta ma il sugo ancora no, tirarla via e metterla da parte e portare a cottura solo questo fino a quando non appare cremoso al punto giusto e l’olio non sarà completamente affiorato in superficie.

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    A fine cottura mettere di nuovo la braciola nel tegame e farle cuocere qualche minuto per riportarle alla stessa temperatura del sugo.
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    Lessare quindi la pasta, scolarla e ripassarla velocemente in padella in modo da fare asciugare l’acqua di cottura, aggiungere un paio di mestoli di sugo e  mescolare a fuoco spento. Servire quindi, completando con altro sugo e abbondante parmigiano grattugiato o altro formaggio di vostro gradimento, purché  ben stagionato. 
     
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    Questa ricetta fa parte dell’appuntamento bisettimanale con l’Associazione Città dell’Olio

    Ed ecco le mie amiche dell’olio
    Patty di Andante con Gusto, con Garmugia 
    Sabina di Cook’n’Book , con Minestra di arzilla e broccoli
    Stefania di Cardamomo&co, con “Pesto” di foglie di carote