Tag: Cucina veloce

  • Pomodori ammullicati: la ricetta dei pomodori ripieni di mollica

    Pomodori ammullicati: la ricetta dei pomodori ripieni di mollica

    Sì, ammullicati: overossia pomodori ripieni di mollica. Anche se in questo caso di tratta di un falso, lo ammetto  prima che si scateni la bagarre con annessa accusa di lesa maestà per una preparazione tipica regionale (campana? pugliese? sicula? boh…). Non avevo mollica ed ho usato il pangrattato: ottimo risultato, ma diverso da quello che avrei ottenuto usando mollica rafferma grattugiata. Meno morbido e più croccante, quasi sabbioso. Ma ottimo uguale, garantisco. Se non li conoscete, son assolutamente da provare (potete anche aggiungere qualche tocco di sapidità diverso dal formaggio: capperi, per esempio. O acciughe. Insomma, fate voi). Unica raccomandazione, preparateli in anticipo: come molte preparazioni a base di verdura, sono migliori dopo il riposo.

    LA RICETTA DEI POMODORI RIPIENI DI MOLLICA

     
    Servono:
    10 pomodori grossi rotondi (io però ho usato i piccolini)
    gr 100 di pangrattato
    gr 70 di formaggio pecorino grattugiato
    2 spicchi d’aglio, 
    alcune foglie di menta, di origano fresco e alcune foglie di basilico,
    olio extravergine di oliva, sale, pepe.
    Innanzitutto, lavo e asciugo i pomodori, quindi li taglio a metà in senso orizzontale e li svuoto dei semi  (che raccolto in una ciotola). Poi, li metto a  a sgocciolare con la parte tagliata rivolta verso il basso, in modo che perdano buona parte dell’acqua di vegetazione (che raccolgo, pure questa, e aggiungo ai semi). 
    pomodori con riso alla romana
    Frullo quindi con un minipimer i semi e l’acqua che ho raccolto, l’aglio e le erbe aromatiche. Poi, vi aggiungo  il pangrattato, il formaggio grattugiato,  un pizzico di sale e una manciata di pepe. Amalgamo il tutto con l’olio necessario ad ottenere un impasto denso.

    Con un cucchiaino, distribuisco il composto nei mezzi pomodori e li dispongo in una teglia. Poi, inforno  a 180° per circa mezz’ora. 

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    Il difficile è poi aspettare che si raffreddano, prima di mangiarli…

     

    Ps. Serviti in pirottini singoli, sono anche perfetti in un buffet salato come finger food!

     

  • Una parmigiana di melanzane leggera : Melanzane pizzaiole all’uovo, fior di latte e pomodoro al forno

    Una parmigiana di melanzane leggera : Melanzane pizzaiole all’uovo, fior di latte e pomodoro al forno

    Non so se si è capito: amo le melanzane:in tutti i modi, in tutte le salse. E la parmigiana è uno dei miei piatti preferiti. Ma non posso permettermela più di una volta l’anno: troppo pesante e calorica Per cui, sono incuriosita da ogni modo alternativo alla frittura di preparare le melanzane. E questo, come risultato si avvicina davvero parecchio ad una parmigiana. Sono melanazane al forno: velocissime e strabuone. Il suggerimento mi è venuto da una ricetta di Primavera inserita nel forum l’anno scorso. Non le avevo mai provate, non so il perché: e male feci. Sono di una facilità unica: prima del passaggio in forno, non vengono cotte, in nessun modo. Solo tagliate e spolverate di sale grosso per far perdere un po’ della loro acqua. E poi  sistemate e condite su una placca. Tutto qui. Poi, occorre solo avere la pazienza di farle raffreddare nel forno, in questo modo saranno morbidissime. E una volta sistemate nel piatto, faranno gola esattamente come una parmigiana *vera* e fritta.
     
    parmigiana di melanzane leggera

    Qui, la ricetta di Primavera. Che io ho eseguito con qualche modifica.

    Melanzane pizzaiole (per 4 persone)

    2 melanzane (700 gr circa)
    400 gr di  fior di latte
    1 barattolo di pelati da 400 gr,
    2 uova,
    5 cucchiai di pecorino,
    pangrattato,
    olio d’oliva extravergine,
    basilico e aglio fresco
    sale e pepe

    Lavate le melanzane, tagliatela a fette regolari (importante che lo spessore sia uguale) e non troppo sottili e mettetele a strati in uno scolapasta alternate a una spolverata di sale grosso. Coprite e lasciatele riposare per 1 ora. Trascorso il tempo indicato, sciacquate le melanzane sotto l’acqua e poi asciugatele con uno strofinaccio non trattato con ammorbidenti (o carta da cucina) premendo le fette tra le mani come per appiattirle.
     
    parmigiana di melanzane leggera
     
     
    In una teglia versate quindi  un filo di olio d’oliva, fatelo roteare per ungere uniformemente il fondo e poi cospargete di pangrattato. Sbattete le uova con una forchetta dopo averle salate e pepate e intingetevi una alla volta le fette di melanzana; scolatele per eliminare l’uovo in eccesso e recuperatelo per le prossime fette. Sistemate quindi le fette così preparate nella teglia fino a formare un unico strato di base; sistemate su ognuna un tocchetto di mozzarella, 1 cucchiaino di pomodoro (frullato con un minipimer), sale e pepe. Terminate con una spolverizzata di pecorino su ogni fetta e un giro d’olio. Infornate a 200°C per 20 minuti. Al momento di spegnere il forno, appoggiatevi sopra una foglia di basilico.

    Lasciatele raffreddare in forno spento e servite le melanzane tiepide.Magari, sistemate *a parmigiana* come ho fatto io.

     
  • Come si prepara il roast beef, di Marco MagnifiCat

    Come si prepara il roast beef, di Marco MagnifiCat

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    Chi mi conosce da tempo lo sa: ho imparato a cucinare su Internet. Frequentando per anni un newsgroup di cucina. Quando i forum ancora non esistevano, per non parlar dei blog. Era il 1997 quando, per caso, finii in it.hobby.cucina. E non ne uscii più. Mi piacquero subito le persone, che poi finii per conoscere davvero (cosa impensabile in quegli anni), ma mi piacque subito soprattutto il rigore con cui, tra uno scherzo e l’altro si parlava di cucina. Un newsgroup talebano, dicevano di noi. Non so se fosse vero, a me non sembrava. So solo che in quel gruppo ho imparato un sacco di cose.

    E, soprattutto, che senza quell’esperienza non sarebbe mai nato Gennarino,

    Tra le tante cose, ho scoperto come si prepara il roast beef. Da una ricetta di Marco Gatti, che vi ripropongo esattamente come fu scritta allora (scusandomi per la lunghezza, ma i ricordi non si possono certo tagliare).
     
    Partiamo da Simpson’s.
    Si tratta di uno dei piu’ antichi ristoranti londinesi (e del mondo), situato al primo piano in un palazzo dello Strand. Ci mangiava gia’ Dickens, per dire. Salito lo scalone, vi accoglie una specie di maggiordomo che vi fa accomodare in salotto su immense poltrone di pelle che un tempo dovevano essere verdi e li’ vi fa servire l’aperitivo. Poi, con tutta calma, vi introduce nell’immensa dinner room, tutta velluti, legni e vecchia pelle. La specialita’ -quasi inutile dirlo- e’ il Roastbeef. Il cameriere arriva con un enorme carrello con sopra un pezzo di carne gigantesco coperto da un gran cappello di rame. Vi chiede se lo volete al sangue o ben cotto e solo a quel punto arriva il “carver”. E’ una mitica figura, in genere un allampanato e contegnosissimo signore ben sopra ai 70 anni, che per deformazione professionale cammina ad angolo perfettamente retto. Il suo esclusivo compito e’ quello di star chino e ricavare le fette dal pezzo di carne, che lui solo e’ autorizzato a toccare col mungo coltello. Questo signore, una volta depositate le fette sui piatti, fa un impercettibile inchino e se ne va, lasciando al cameriere il compito di servirvi. Curioso il fatto che il termine “carver” derivi da “to carve”, che significa “scolpire”, oltre che “scalcare”: per dire quanto alto sia il rispetto e la stima dei buoni inglesi per il lavoro dello scalco.
     
    Ovviamente consiglio a tutti una visita a Simpson’s, suggerendo di prendere per antipasto il salmone scozzese, appena affumicato fresco da loro stessi: il prezzo della cena e’ altino (40-50 sterline), ma la visita a questo monumento della vecchia Gran Bretagna mi pare una tappa culturale obbligata nella vita.
     
    Ovviamente in casa e’ impossibile cuocere un roasbeef come quello, tratto da un pezzo lungo quasi mezzo metro. Di conseguenza, io mi regolo cosi’, con eccellenti risultati (meglio di Simpson’s? Ebbene si’, lo dico: meglio di Simpson’s!).
     
     

    Ingredienti

    Chiedi al tuo macellaio di fiducia il pezzo giusto. Inutile che ti dica il nome, dato che i pezzi di carne si chiamano in maniere differenti in ogni regione. In ogni caso lui, se sa fare il suo mestiere, sa benissimo qual e’: il pezzo sara’ magrissimo all’interno e avvolto nella parte inferiore da uno straterello di grasso molto consistente. Il peso dovra’ essere di almeno 8 etti.
    Due bicchieri di vino rosso (uno per il cuoco)
    Fiocchetti di burro
    Sale
     

    Procedimento

    Prendi una pentola di alluminio spesso con i bordi alti, di dimensioni tali per cui la carne ci stia giusta giusta.
    Mettici dell’olio extravergine e fai scaldare bene badando di non raggiungere il punto di fumo.
    Butta la carne con la parte grassa verso il basso, lasciando il fuoco medio/alto. Sentirai sfrigolare molto, dalla pentola partiranno skizzi roventi, sarai convinta di star bruciando tutto: fottitene, va benissimo cosi’. NON muoverla per 4 o 5 minuti, proprio come si fa con le bistecche. Con una paletta di legno e un altro attrezzo (NO FORCHETTA, vietato bucare la carne in cottura), gira il pezzo e fai andare nello stesso modo per altrettanto tempo.
    Sala poco la superficie e gira il pezzo su un fianco. Stesso procedimento e tempi di cui sopra.
    Gira infine sul quarto fianco e fai andare per i soliti 5 minuti. A questo punto, se vuoi l’interno al sangue, ci siamo. Altrimenti, copri la pentola, abbassa un poco il fuoco e lascia andare per altri 10 minuti. (Personalmente sono contrarissimo).
     
    Fatto, dici? Macche’!
     

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    Tira fuori la carne, sempre senza bucarla, e lasciala riposare su un piatto coperta da un foglio d’alluuminio per un quarto d’ora, in modo che le fibre stressate dal calore abbiano modo di ridistendersi e i succhi, spinti tutti al centro, tornino pian piano verso la superficie. Nel frattempo butta il grasso di cottura e deglassa il fondo della pentola con un bicchiere di vino rosso (fuoco acceso, vino rosso, gratta bene il fondo della pentola con la solita spatola di legno e sciogli il tutto). Riduci a meta’ il liquido, aggiungi fiocchetti di burro e sbatti forte. Se il tutto lega poco, puoi metterci un cucchiaino di maizena (amido di mais). Farina bianca VIETATA.
     
    Spegni il gas, aggiungi alla salsina il liquido che certamente si sara’ raccolto nel piatto dove avrai messo a riposare la carne, amalgama, versa la salsina in una salsiera, affetta il roastbeef per il verso giusto (senza MAI bucarlo con stupidi forchettoni) et voila’!

    Marco (il Magnificat) E ora che è pronto, che ne direste di preparare un po’ di patate arrosto per accompagnarlo?

  • Spaghetti al pesto alla  trapanese

    Spaghetti al pesto alla trapanese

    pesto trapanese

    Il pesto alla trapanese è un pesto semplicissimo, e di pochi ingredienti: Pomodoro, mandorle dolci, basilico, canestrato siciliano e, soprattutto, mandorle amare che regalano un tocco inconfondibile. Lo assaggiai a Lampedusa, anni fa, e fu subito amore.

    PESTO ALLA TRAPANESE

    INGREDIENTI
    Spaghetti g 350
    2 pomodori maturi ma sodi
    30 gr di mandorle dolci
    5 mandorle amare
    uno spicchio di aglio
    una decina di foglie di basilico già pulite
    due-tre cucchiai colmi di canestrato siciliano grattugiato
    olio extra-vergine d’oliva
    sale grosso
    Innanzitutto i pomodori. Due, rossi, tondi e sodi. Pelati a freddo e svuotati dai semi. Poi, salati e lasciati li’ mezz’ora a perdere l’acqua. La prima volta non lo avevo fatto, la ricetta che mi avevano dato non lo prevedeva. Conseguenza: un sugo troppo acquoso e troppo pecorino per
    asciugare. Appiattimento del sapore.
    Poi il lavoro. Mortaio, non minipimer: su questo, non riesco a transigere: la granulosità leggera ottenuta usando il mortaio vale assolutamente quei pochi minutii di fatica necessari per prepararlo. Un pugnetto di mandorle dolci e pelate, cinque-sei mandorle amare, ed uno spicchio di aglio. L’odore che si sprigiona dal pestello mentre schiaccio e’, di per sè, assolutamente straordinario. Non ci provo a descrivervelo, non ci riuscirei.
    Poi un po’ di sale grosso e qualche foglia di basilico appena colta dal vaso in balcone. Goccio d’olio – poco, che’ non copra -, i pomodori e quattro cucchiaini di formaggio grattugiato. Ci ho condito degli spaghetti bagnandoli appena con un po’ di acqua di cottura della pasta. Risultato: quelle poche mandorle amare sono riuscite a regalarmi uno stupore.
  • Spaghetti alla carbonara, in preda alla nostalgia di un we a Roma

    Spaghetti alla carbonara, in preda alla nostalgia di un we a Roma

    Nostalgia di un we a Roma, purtroppo già finito. Fatto di passeggiate sotto il sole rovente e di scoperte di nuovi pezzi di Roma riemersi all’improvviso dai sotterranei di Palazzo Valentini, a due passi da piazza Venezia e di sguardi gettati sul Tevere, a caccia di riflessi*.
    Ovvio, quindi che mi venga voglia di Carbonara.
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    Gli spaghetti alla carbonara sono un piatto molto semplice a condizione di avere gli ingredienti giusti e di rispettare poche ma fondamentali regole nella sua realizzazione.
    L’uovo: innanzitutto. Non deve assolutamente cuocere. Sbagliatissimo, in questo caso, il ripasso della pasta in padella sul fuoco. Sono sufficienti il calore della pasta e del guanciale: al più, per regalargli una maggiore cremosità, si può – come suggerito più avanti – sfruttare il vapore dell’acqua che bolle oppure ripassarla velocemente nella padella ancora calda ma A FIAMMA SPENTA.
    Poi, la pasta: il massimo sarebbe scolarla bene SENZA usare il colapasta, in modo da mantenerla impregnata di un po’ della sua acqua di cottura.
    Il guanciale: non deve diventare troppo croccante. Almeno, non troppo presto. Il fuoco deve essere piuttosto dolce: deve solo scaldarlo lentamente, aiutandolo così a fondersi il più possibile.
    Infine, il pepe: abbondantissimo, come se piovesse. Non per caso, è proprio il nero di questa spezia a richiamare lo sporco del carbone che dà il nome a questo piatto.
    INGREDIENTI
    400 g di spaghetti
    150 g di guanciale ripulito dalla cotenna
    poco olio extravergine di oliva
    2 uova intere e due tuorli
    pecorino romano
    abbondante pepe nero macinato al momento.
    PROCEDIMENTO
    Tagliare il guanciale a dadini a cubetti di 1 cm di lato. Rompere le uova nella terrina che conterra’ la pasta: aggiungere il pecorino e il pepe nero, sbattendo il tutto con la forchetta. Poggiare per mezzo minuto a mo’ di coperchio della pentola la terrina con dentro uovo continuando a sbattere, in modo da dare cremosità al composto
    Mettere a scaldare in un padella – possibilmente di ferro – il guanciale nell’olio e lasciarlo soffriggere a fuoco lento, in modo da farlo *sudare* il più possibile. Una volta dorato, tirarlo via e mantenerlo in caldo.
    Cuocere nel frattempo la pasta e scolarla avendo l’accortezza di non sgocciolarla completamente e conservando un po’ della sua acqua di cottura. Metterla poi nella terrina, aggiungere il pecorino già grattugiato e mescolare velocemente. Unire  il suo fondo di cottura: mescolare ancora, in modo da fare rapprendere e – se necessario – aggiungere un po’ dell’acqua di cottura tenuta da parte. Sistemare nei piatti ed aggiungere il guanciale e, a piacere, ancora pecorino grattugiato.
    * Un piccolo racconto dei riflessi che amo cercare. Nelle onde del Tevere ma anche in semplici pozzanghere.
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