Anno: 2015

  • La carbonara di Pipero al Rex a LSDM Paris

    La carbonara di Pipero al Rex a LSDM Paris

    carbonara di Pipero al Rex

     

     

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    carbonara di Pipero al Rex
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    l quattro dicembre, protagonista indiscussa è stata la carbonara. Non una una qualsiasi, ma la Carbonara di  Pipero al Rex: la più famosa, e più buona, carbonara di Roma. Raccontata dalla viva voce di Luciano Monosilio che ha mostrato i passaggi fondamentali per la riuscita di questo piatto.
    Innanzitutto, la crema di uovo. Preparata a parte, solo tuorli, mescolando insieme formaggio (o formaggi, se si preferisce mescolare pecorino e parmigiano reggiano) e uova. Già in questa fase la diversità con le carbonare *comuni* salta immediatamente all’occhio: il formaggio è tanto, tantissimo, fino a rendere la crema quasi solida. In questo modo, nel piatto non ci saranno tracce di uovo crudo ma solo cremosità.

    Questa crema viene mescolata benissimo – quasi montata – prima nella ciotola e poi appoggiando questa  sulla pentola in ebollizione. In questo modo l’uovo si addenserà ulteriormente, senza cuocere. E regalando ulteriore cremosità al piatto.

    Poi, il guanciale. Attenzione: non pancetta, non bacon ma guanciale. Questo va reso croccante e asciutto: per fare questo lo si fa “sudare” in una padella di ferro (o antiaderente) in modo da far fondere il grasso. Questo lo si raccoglie e lo si aggiunge all’uovo al momento di condire la pasta. Attenzione, deve essere ben caldo: per cui, cercate di sincronizzare i tempi: partite con il buttare la pasta e poi proseguite con la preparazione degli altri ingredienti.

    Fatte queste doverose premesse, che poi racchiudono le fasi davvero cruciali nella preparazione di questo piatto, eccovi la ricetta della Carbonara di Pipero al Rex.

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    Se poi volete vedere la Carbonara di Pipero al Rex prepepata personalmente da  Luciano Monosilio, vi segnalo questo video.

  • A proposito delle ricette facili e veloci. E dell’articolo della Dunn

    A proposito delle ricette facili e veloci. E dell’articolo della Dunn

    ricette facili e veloci

    Da un po’ di giorni,  mi ricapita di vedere condiviso a manetta un post secondo cui *le ricette facili e veloci  e anche buone non esistono.

    Mi riferisco a questo articolo: Contro il mito delle “ricette facili”, pubblicato da Il Post.

    Secondo quanto scritto in questo articolo, Quella storia dei “piatti ottimi e pronti in dieci minuti” in realtà non esiste, spiega su The Atlantic una scrittrice che ne sa qualcosa. 

    Ovviamente, vi invito a leggere l’articolo originale. Qui mi limito a dire che la scrittrice si chiama Elizabeth Dunn e ha pubblicato un articolo su The Atlantic sul “mito della cucina facile” – Secondo l’articolo del  Post – super condiviso su Facebook con pareri contrastanti –  “Secondo Dunn l’unico modo per avere a casa dei piatti di qualità in poco tempo è ordinarli e farseli portare: ci sono servizi appositi che fanno quello che fanno le pizzerie a domicilio ma con tutto il resto.

    Onestamente sono rimasta spiazzata da questa cosa. Messa così non mi ha trovato assolutamente d’accordo: secondo me  le ricette facili e veloci esistono eccome e nascono da un ingrediente fondamentale e irrinunciabile: la conoscenza della materia che si sta usando e dalla padronanza, almeno minima,  della tecnica di esecuzione.  Se si padroneggiano questi due aspetti,  – per cultura, per abitudine, per tradizione familiare oppure del luogo – tutto è semplice. E persino veloce. Tanto che ieri  invitavo in un mio status su Facebook: collezioniamo meno ricette e affermazioni di principio ma dedichiamoci un po’ di più alla curiosità su ciò che ci passa per le mani. Magari non ne guadagneremo in bravura, ma in felicità sicuramente sì.

    Visto che però sono curiosa, e visto che di solito non mi accontento di pareri riportati,  sono andata a cercare l’articolo originale in inglese. E ho scoperto che la signora Dunn, non dice affatto che non esistano piatti buoni e veloci, ma che non esistono  ricette che possano insegnare a cucinare così. Nel senso che cucinare in modo veloce e buono è possibile, ma semplicemente non possono essere i libri ad insegnarlo. E  infatti conclude dicendo:

    Quick cooking rarely comes from a recipe so much as it does from intuition built over the course of hours and hours mucking around in a kitchen. It requires parents to expend some real effort in involving their children in meal preparation, and maybe even home economics curricula returning to schools to teach kids the basics.

    Insomma, se davvero volete imparare a cucinare in modo rapido lasciate perdere i libri che vi promettono – inutilmente – di insegnarvi a farlo e investite piuttosto del tempo nell’imparare. Che siano corsi, che siano frequentazioni con persone che sanno farlo, che sia tempo passato in cucina con i vostri genitori non fa differenza. Investite tempo, e non soldi per libri pieni di false promesse: quelli sì, sono soldi buttati.

    E voi, che ne pensate? Secondo voi è possibile cucinare bene in poco tempo? E se sì, come ci si può riuscire? Diteci la vostra, su.

    Ps, se avete difficoltà con l’inglese, usate la traduzione di google. Molto, molto meglio questa, di quella spacciata dall’articolo del Post.

     

     

     

  • Come si conservano i tortellini in modo perfetto

    Come si conservano i tortellini in modo perfetto

    Come si preparano i tortellini
    Come si preparano i tortellini

    Avete deciso di preparare in anticipo i vostri tortellini per il pranzo di Natale ma ora non sapete come conservarli. Niente paura, ora provo a spiegarvi come si conservano i tortellini in modo perfetto, per averli pronti da cuocere al momento del vostro pranzo.

    Innanzitutto, una volta pronti (avete seguito questa ricetta, vero?) metteteli in fila sul vostro tagliere di legno e fateli asciugare bene. La durata di questa operazione non può essere indicata con precisione: dipende dalla temperatura ambiente e, soprattutto, dal grado di umidità. Magari, evitate di farlo mentre lavate i piatti, o fate altre cose che diffondano umidità nell’aria. Diciamo che saranno necessari dai 30 ai 60 minuti. La pasta (a proposito, avete letto la mia  ricetta della pasta fresca emiliana?)dovrà essere leggermente secca, mentre il ripieno no. Nel dubbio, assaggiatene uno: se l’esterno è leggermente croccante mentre il ripieno è ancora cremoso ci siete. Sono pronti.

    Ora prendete un vassoio da pasticceria – ne avete qualcuno in casa, vero? sono comodissimi per questa operazione – e sistemateci sopra i tortellini. Poi passateli in freezer e lasciateli per il tempo necessario per il congelamento. Infine, quando sono ben duri, sistemateli in sacchetti e riponeteli in freezer fino al momento di tuffarli nel brodo bollente.

    Se invece dovete conservare dei tortelloni o dei ravioli, procedete in questo modo.

  • Come si prepara il risotto. Qualche appunto su quello che ho capito io su questa preparazione

    Come si prepara il risotto. Qualche appunto su quello che ho capito io su questa preparazione

    risotto

    Ultimamente, amo molto preparare risotti. Per cui ho deciso di fermarmi un attimo per provare a mettere in fila quello che ho capito io su come si prepara il  risotto.
    Consentitemi però di partire dalla critica del luogo comune secondo cui il riso non è cosa per meridionali. A sud si mangia pasta, il riso – almeno  secondo questo teorema – sarebbe roba da  nordici. Se non altro, in virtù del fatto che è a nord che si coltiva. Ecco, questo è falso. Non è vero che i meridionali con il riso non abbiano confidenza: Vi dicono niente, le arancine di riso siciliane, per esempio? Non sono solo un ottimo cibo da strada ma la testimonianza di un passato siciliano fatto di coltivazioni di riso: fin oltre la metà dell’Ottocento il riso era coltivato in quasi tutte le pianure fluviali della Sicilia e preparazioni a base di riso erano presenti anche nella cucina napoletana – il sartù e le palle di riso.
    Detto questo, passiamo al riepilogo di quello che ho capito io su come si prepara il risotto.

    Primo punto, la scelta del riso

    Non è un dettaglio da poco, questo: il riso – meglio se a grana corta – deve essere ad alto contenuto di amido. Questo consentirà la cremosità finale tipica di un risotto perfetto. Deve poi tenere la cottura ma senza diventare colloso: io preferisco il carnaroli ma anche l’arborio e il vialone nano sono  adatti allo scopo. E – quando posso – non mi accontento di riso del supermercato. Per un gran risotto, ci vuole un gran riso: In questo caso, per esempio,  ho usato il Carnaroli di Zaccaria

    Secondo punto, il brodo

    Scrivo brodo per semplificare ma non è detto che il liquido di cottura debba essere necessariamente brodo (inteso nel senso di brodo di carne).  Nel caso di risotti di verdura, per esempio, io preferisco fare un brodo rovesciato veloce con gli scarti di questa: per esempio, per un risotto ai carciofi, utilizzo la parte interna del gambo, dopo averla ripulita dalla parte esterna e fibrosa.  Lo stesso per quasi tutti i risotti – ovviamente, il risotto di pesce rappresenta un modo a parte e il brodo varia a seconda del pesce, o mollusco, utilizzato.

    Terzo, il soffritto

    Io sono della scuola “soffritto a parte” anche per il risotto e non solo per il ragù. Questo perché mi piace soffriggere a lungo le verdure, a fuoco basso: passaggio necessario se si usa il burro a questo scopo. Se non è chiarificato, che sarebbe il massimo, infatti, il burro fatto andare a fuoco vivace  finisce per prendere quel sentore di bruciato non sempre gradevole. Per cui, soffriggo la cipolla (o altro, dipende ovviamente dalla ricetta) e  poi la tiro via, tenendola al caldo. Tosto quindi il riso, a fuoco vivace, e poi  la riaggiungo, prima di aggiungere il vino. Trovo che in questo modo la cipolla acquisti una cremosità particolare, che la fa confondere con la cremosità finale.  Regalando sapore, quindi, ma in modo sempre discreto.

    Quarto, il vino

    Su questo, leggo pareri quasi unanimi: vino secco. Anche qui, non è detto: la risposta giusta alla domanda su quale sia il vino più adatto nella preparazione del risotto è: DIPENDE. Per esempio, un risotto al taleggio o gorgonzola: berreste mai un vino secco mangiando questi formaggi? No, vero? E allora, perché mai dovreste aggiungerlo al vostro risotto? Per quanto mi riguarda, io sfumo il risotto con lo stesso vino che ci berrei sopra. Scegliendo persino a volte di non sfumare affatto e di accompagnarlo ad una riduzione (ma qui, Oldani docet).

    Sesto, mescolare o non mescolare durante la cottura?

    Ecco, la discussione qui spesso si incendia. Io, lapidatemi pure, ma non ho trovato molte differenze tra un riso mescolato durante tutta la cottura ed uno non mescolato. Dal mio punto di vista, è importante la quantità del brodo  e l’intensità del calore proveniente dal fornello. Se il fuoco è giusto, e si ha l’accortezza di aggiungere brodo bollente alla bisogna  (oppure se si è abbastanza bravi da indovinare sin da subito la quantità necessaria), si può fare a meno di mescolare continuamente (cosa che io trovo addirittura dannosa, visto che rischia di trasformare il risotto in un pappone inconsistente). Basterà una mescolatina di controllo ogni tanto, giusto per sorvegliare la quantità di brodo e il grado di cottura.

    E quando è pronto?

    Per quanto mi riguarda, il riso è cotto quando è ben al dente. Questo,  per un motivo semplicissimo: continuerà a cuocere durante la mantecatura, anche se questa avviene a fuoco spento. Una volta messo nel piatto, deve essere fluido e cremoso: se inclinate il piatto, il risotto deve muoversi nel suo insieme scivolando verso il basso. Deve fare l’onda, insomma: e per ottenere questo risultato occorre imparare a dosare il brodo nella fase finale della cottura.

    Il gran finale: la mantecatura

    Ecco, qualunque sia il risotto che state facendo, la mantecatura è il passaggio fondamentale che distingue un risotto vero da un normale piatto di riso. Si aggiunge il burro (e altro, per esempio il formaggio – se previsto dalla ricetta – e si  rimescola freneticamente per ALMENO un minuto: questo  serve a montare il burro e al tempo stesso a rompere la cuticola dei chicchi in modo da creare, grazie alla fuoriuscita dell’amido, quella  consistenza cremosa tipica di un vero risotto.

    E parlando di mantecatura mi viene in mente un dettaglio che avevo trascurato: quale pentola?

    Partendo dal presupposto che  che l’acciaio in cucina non è mai granché, e che il meglio restano rame e alluminio, non è tanto il materiale a fare la differenza, quanto – piuttosto – la forma.  Meglio lasciar perdere padelle o teghami larghi: per una manatecatura efficace, sicuraemnte meglio un tegame dal fondo stretto ma dalle pareti un po’ alte. Giusto per non ritorvarsi a raccogliare in riso sul piano di cottura, insomma. sapori si omogeneizzino.

  • Voglio a’zuppa e’latte!

    Voglio a’zuppa e’latte!

    La zuppa di latte, fino a qualche anno fa, era sicuramente la colazione più diffusa. Semplicemente, pane raffermo spezzettato e sistemato in una tazza. Poi, uno o due cucchiai di zucchero – non si badava al risparmio di questo, allora – e  il latte: questo poteva essere bianco o macchiato di caffè o orzo. Tutto qui, le merendine ed i biscotti erano ancora lontani da venire.

    Diciamolo pure, non era granché: a me, per esempio, non era mai piaciuta. Sognavo le fette biscottate – biscotti della salute, li chiamavamo allora – e non sopportavo quella colazione fatta di riciclo. Forse, semplicemente, perché sottolineava comunque le differenze tra quella che era la nostra vita – famiglia operaia e monoreddito, e tanti figli da mandare a scuola oltre che da sfamare – e quella che iniziavamo a intravedere come un sogno nei caroselli pubblicitari dell’epoca.

    Nonostante questo, la zuppa di latte restava il rito del mattino.  Comunque ci si rifiutava di alzarsi prima che fosse pronta.

    “Voglio a’zuppa e’ latte!”

    Probabilmente, questa era la frase più diffusa in quegli anni al risveglio di un’intera generazione. Era comunque la voglia di farsi coccolare, di rimanere in qualche modo “piccoli” e parte della famiglia nonostante le ribellioni adolescenziali che avrebbero presto portato a quelle di piazza, fatte di capelli lunghe e barricate.

    “Voglio a zuppa e’latte!”

    Senza di questa, non ci si svegliava. Nonostante fossero le nove e nonostante la voce delle nostre madri ripetesse nelle nostre orecchie che era tardi, che era ora di alzarci.
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    Anche per questo, abbiamo amato Luca. Per amore di quella zuppa di latte e  di quel presepe che allora non avremmo mai ammesso. 

    E che, soprattutto stamattina,  ci mancano come non mai. 

    La foto di Luca è di Alberto Roveri

  • La ricetta della pizza fatta in casa

    La ricetta della pizza fatta in casa

    ricetta della pizza fatta in casa

    Questa è la ricetta della pizza fatta in casa che preparo più spesso.  Sono decisamente abbastanza soddisfatta del risultato – ovviamente,  va sottolineato il fatto che uso un normalissimo forno elettrico casalingo, non ventilato – e credo che questo dipenda da pochi, semplicissimi, fattori.

    Innanzitutto la farina. Nella mia ricetta della pizza fatta in casa uso una farina specifica per pizza. La mia preferita resta la Caputo, difficile da trovare se non all’ingrosso. Ma potete usare tranquillamente una di quelle in vendita al supermercato.

    Quando posso, poi,  preparo l’impasto  la sera prima, oppure la mattina. La bontà del risultato è infatti direttamente proporzionale alla durata della lievitazione e inversamente proporzionale alla quantità di lievito utilizzata.  Questo per un motivo: l’impasto, oltre a lievitare, MATURA: questo fa sì che il risultato sia leggero e di facile lievitazione. Usando grandi quantità di lievito, infatti, sicuramente  la pasta lieviterà prima ma il risultato sarà – oltre che  una pizza meno buona – anche una pizza di difficile digestione.

    Altro dettaglio, la tecnica di impasto, che è quella tipica della pizza napoletana. Ve la mostro in un video, spiegata dalla viva voce di Salvatore Salvo: un grande pizzaiolo, che ho la fortuna di conoscere.

    Infine, la cottura su pietra refrattaria. Questa giace nel mio forno da più di dieci anni, ormai: ne è diventata parte integrante. Se non serve per cuocerci direttamente – come nel caso del pane e dei lievitati – aiuta ad evitare dispersioni di calore, il che male non fa.

    Per la pizza, aiuta ad alzare la temperatura di cottura: si accende il forno e la si colloca in alto, ad una decina di cm dal grill. Si accende anche questo e si porta il forno al massimo: poi si inforna la pizza  che è cotta in pochi minuti.

    Detto questo, ecco la mia ricetta della pizza fatta in casa

    Ingredienti per 6-8 pizze al piatto, impastate al mattino e pronte per la cena

    1100 g di farina per pizza 
    670 g acqua
    5 g lievito di birra fresco
    35 g sale

    Ore 9.00
    Sciogliere il lievito nell’acqua ed iniziare ad impastare aggiungendo la farina poco per volta, a metà incorporare il sale. Impastare fino ad ottenere un impasto morbido ma non appiccicoso. Sistemare in una ciotola unta di olio e fare lievitare coprendo con un telo umido. 

    Ore 15.00
    Senza lavorare nuovamente, rovesciare l’impasto e spezzare in parti di circa 220 gr ciascuna.
    Formare delle palline ben tese e lisce tirando la pasta verso il basso, pizzicando sotto per sigillare.
    Disporle in contenitori ermetici o ben coperte.

    Ore 20.00
    Stendere le pizze in modo da dare una forma tonda. Si schiacciano cioè senza impastare, lasciando i bordi un po’ più alti in modo da formare il cornicione.ricetta della pizza fatta in casaCondire le pizze al momento di cuocerle e sitemarle  su pietra alla massima temperatura del forno (posizione alta grill acceso).

    ricetta della pizza fatta in casa