Categoria: Cucinando

  • Ischia, un sogno lungo tre giorni

    Ischia, un sogno lungo tre giorni

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    Quale voce viene sul suono delle onde
    che non sia la voce del mare?
    È la voce di qualcuno che ci parla,
    ma che se ascoltiamo tace,
    proprio per esserci messi ad ascoltare.

    Incredibile ma vero: io, che quando avevo letto del concorso organizzato da Malvarosa edizioni e finalizzato alla consegna dei Food Blog Awards avevo rinunciato in partenza (pensando che *tanto, figurarsi, chissà quante persone più brave di me parteciperanno e quindi che speranze mai posso avere?*) non solo ho deciso negli ultimi giorni di partecipare ma ho addirittura vinto. Già, vinto. Nella sezione food photography. E  grazie a questa vittoria, mi sono ritrovata, all’improvviso, catapultata ad Ischia, dove da sempre sognavo di andare senza mai riuscirci.

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    Superata l’incredulità, e non è stato facile abituarmi all’idea che stesse accadendo proprio a me, ho iniziato a vivere l’isola. Con una passeggiata solitaria (sono stata la prima ad arrivare) lungo le strade del paese. Che però solitaria non è rimasta a lungo:  grazie ad uno di quei miracoli che solo grazie ad internet possono accadere, mentre passeggiavo lungo il mare mi sono vista sorridere da lei, Lucia. Mi aveva riconosciuto, sapevo che ero nella *sua* isola, e mi è venuta incontro. Senza sapere in quale punto dell’isola fossi, è uscita e si è diretta esattamente dove ero io. Sentiva che mi avrebbe incontrato, mi ha detto, e mi ha accompagnato  con il suo sorriso a conoscere angoli ed aspetti del paese che da sola non avrei potuto scoprire. Come la struttura della via principale di Ischia Ponte, divisa a metà: da una parte i palazzi nobiliari – qualcuno fatiscente, qualcun altro in via di recupero, ma tutti assolutamente stupendi – dall’architettura tipicamente seicentesca e dall’altra case piccole e modeste, caratterizzate spesso da un portone ad arco che altro non era che il vecchio ricovero della barca “di famiglia”.

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    E grazie alla sua presenza, è stato facile parlare un po’ con qualche isolano vero. Come quel signore, che nella sua bottega stava lì a riordinare le sue carte, e che ha acconsentito alla mia richiesta di fotografare il luogo, senza immaginare che in realtà stavo fotografando lui.

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    Grazie a lei, ho potuto apprezzare e fotografare una spiaggia che, da sola, non avrei mai scoperto.

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    Spiaggia di mare vero, profumo di salsedine,  e come unici abitanti dei  pescatori in barca  e dei ragazzi che giocavano con un pallone.

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    E sempre grazie a lei – soprattutto – ho saputo del fatto che al mattino  lungo il molo sarebbe stato possibile assistere al rientro delle barche e alla vendita diretta del pesce. Tentazione cui non sono riuscita a resistere, ed ho fatto bene: perché grazie a quella levataccia (che ho diviso con Marianna, Elisa e Rosalia) ho potuto scoprire la luce più autentica dell’isola.

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    Sì, la luce: perché – e qui forse è la fotografa che è in me che parlaogni luogo fisico ha una *sua* luce. Che dipende certo dall’esposizione e che brilla in tutto il suo splendore una sola volta al giorno. Per Ischia Ponte, questo momento è al mattino: ed è un momento magico, fatto di luce e riflessi dorati che ti circondano fino ad abbracciarti, fino a farti sentire in qualche modo parte di quel  luogo.

    E solo se mezzo addormentati,
    udiamo senza sapere che udiamo,
    essa ci parla della speranza
    verso la quale, come un bambino
    che dorme, dormendo sorridiamo.

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    E anche qui, profumo di salsedine. E sensazione di essere *a casa* : al punto da mettermi a chiacchierare, tra uno scatto e l’altro,  con un pescatore che mi aveva colpito per la sua posa in controluce, ai piedi del Castello Aragonese (e che mi ha ritrovato via mail, tramite sua figlia, per chiedermi di vedere che cosa avevo combinato con la mia macchina fotografica. Desiderio, questo, che realizzerò prestissimo).

    Poi via, verso quell’altura fatta di pietra e muri: da dove, si intuisce, si potrà spalancare lo sguardo su qualcosa che assomiglia all’infinito.

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    Si sale in ascensore e si percorrono scale e sentieri alla scoperta di ogni sua parte: alcuna fatta di luce e di splendore (come quella che si affaccia su Procida), altre – invece – di buio e dell’orrore della storia di donne rinchiuse tra quelle mura non per vocazione ma per questioni dinastiche. E costrette a rinunciare al proprio corpo non solo in vita, ma persino dopo la morte: “Le monache defunte, infatti, non venivano propriamente seppellite, ma messe in posizione seduta su sedili di pietra che, al centro, erano dotati di un buco con sotto un vaso d’argilla: erano detti “scolatoi” e servivano a raccogliere i liquami prodotti dalla decomposizione dei corpi. Ogni giorno le suore vive si recavano a far visita alle consorelle; la vista dei corpi consumati e in decomposizione doveva servire loro per meditare sulla fragilità della carne e sulla pochezza della vita terrena.” 

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    Finita la  perlustrazione del castello, è iniziata quella dell’aspetto meno turistica dell’isola con la visita alla cantina Pietratorcia (e la visita al Fosso dei conigli, la passeggiata nella vigna panoramica e la visita alla cantina dei legni del 1700). Il tutto accompagnato da un ottimo pranzo e dall’ottima compagnia di Valentina, che da allora in poi ci ha accompagnato anche lei nella scoperta dell’isola, e suo padre che ci ha raccontato della sua vigna, delle sue botti e dei suoi vini.

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    E poi, dopo il pranzo, il paesaggio cambia di nuovo: si torna al mare e all’azzurro con un giro dell’isola alla scoperta degli angoli più suggestivi. Come la Chiesa del Soccorso, dove è sin troppo facile immaginare quanto dolore abbia visto quel piazzale nel corso dei secoli, e quante urla di donna siano risuonate in direzione di quel mare, tanto amato e tanto maledetto dalle donne dei pescatori.

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    E poi la passeggiata al borgo di Sant’Angelo. Con sosta preliminare dall’*acquafrescaio* del  luogo. Che non solo ci ha dissetato con una splendida spremuta, ma ci ha anche intrattenuto  a lungo con la sua teatralità tutta partenopea.

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    A Sant’Angelo, altra luce: quella del tramonto. Calda e viva, al nostro arrivo…

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    … avvolgente, cupa e al tempo stesso vivissima, mentre stiamo per andare via.

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    L’indomani mattina, invece, la realizzazione del sogno più grande ed inatteso: le cucine del Mosaico, e lo chef Nino Di Costanzo. Giuro: se avessi mai dovuto esprimere un desiderio su Ischia, sarebbe stato quello (e Valentina me ne è testimone) ed incredibilmente quel giorno ho scoperto che anche desideri come questi possono realizzarsi: io e le altre vincitrici saremmo state ospiti dello chef per realizzare, con lui e con il suo staff, alcuni piatti da servire poi ai nostri accompagnatori.

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    Un sogno, dicevo, che ho vissuto al punto di non avere voglia di rischiare di interromperlo. Per questo, ho saltato la visita al Negombo, di cui mi avevano detto meraviglie  ma che comunque ho scelto di non visitare: troppe emozioni in poche ore, troppa stanchezza, e la sensazione che due ore non mi sarebbero bastate per vivere “davvero”  un luogo del genere. Per cui, non ci sono andata: scegliendo cosi’, come faccio di solito in ogni luogo che visitando finisco per amare, di mettere da parte un motivo per tornare.

    E a Ischia, appunto, voglio e devo tornare.

    Sono isole fortunate,
    sono terre che non hanno luogo,
    dove il Re vive aspettando.
    Ma, se vi andiamo destando
    tace la voce e solo c’è il mare.

     

     

     

    Ps. le foto che ho scattato  a Ischia, in formato originale (e in numero superiore a quelle inserite in questo post) sono qui, su Flickr.

  • La brioche francese ricetta di Felder

    La brioche francese ricetta di Felder

    La brioche francese, ricetta di Felder
    A volte, le ricette capitano per caso, come questa brioche francese ricetta di Felder. Perdendo tempo su facebook, magari; ed incrociando la realizzazione di una ricetta da parte di una persona che conosci. Una brioche di Felder alle noci pecan e cannella (che io  non usato, per pura dimenticanza). Il nome ovviamente, è una garanzia: eppure, guardando la realizzazione di Alessandra noti qualcosa che non ti convince nell’alveolatura. E da lì, chiacchierando del più e del meno ed accennando come avresti fatto tu, la decisione arriva da sola. La rifaccio, per provare a spiegare come incordare al meglio un impasto da brioche particolarmente ricco di burro e che non utilizza manitoba ma una zero normale.
    Lo so che il rischio di apparire presuntuosi è dietro la porta – del resto, se mi chiamano la “signora sotuttoio” qualche motivo ci sarà! – eppure il modo in cui è spiegata la realizzazione tecnica nel libro di Felder (Pâtisserie, il titolo) non mi convince.  Magari un non principiante può farcela senza avere problemi, ma io – che dilettante sono e dilettante resto – preferisco ricorrere all’aiuto di uno strumento da niente eppure essenziale. Un termometro digitale, anche da pochi euro: ma non rinunciate a possederne uno e – soprattutto –  ad utilizzarlo.
     
    Ma bando alle ciance e passiamo alla ricetta. Perfetta, secondo me, dal punto di vista degli ingredienti.

    La brioche francese ricetta di Felder

    250 gr di farina 0 W 230
    30 gr di zucchero
    2 cucchiai di latte
    10 gr di lievito di birra fresco
    150 gr di uova
    165 gr di burro morbido
    1 cucchiaino di sale
    Un uovo ed altro burro per spennellare prima di infornare

    (Nota: ho iniziato alle 11.15 ed ho sfornato intorno alle 20)

    Ho iniziato setacciando la farina e mettendola nella ciotola dell’impastatrice insieme a 10 gr di lievito di birra fresco. Poi  ho pesato peso 150 gr di uova, senza guscio, cui ho aggiunto (dopo averne messo da parte un cucchiaio ca.) i 30 gr di zucchero mescolando bene in modo da farlo sciogliere.

    Ho impastato con un cucchiaio di legno aggiungendo – piano piano, a filo –  la metà delle uova. Quando questa prima parte dell’impasto si è amalgamata,  ho avviato  l’impastatrice a bassa velocità ed ho  aggiunto il resto delle uova – sempre  un po’ per volta.

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    Quando l’impasto ha inziato a prendere corda, ho  rovesciato  su un piano di lavoro e  l’ho lavorato con la tecnica dello slap and folding, dandogli un centinaio di battute circa.

    Dopo questo trattamento, si presentava così.

    brioche francese ricetta di Felder

    Ho rimesso quindi in  ciotola ed ho  aggiunto  il burro (maneggiato tra le dita per ammorbidirlo) un po’ per volta e il sale sciolto nell’uovo lasciato da parte.

    Ho iniziato qundi ad impastare con il gancio, fermandomi ogni tanto per raccogliere con un leccapentola l’impasto attaccato sul fondo  controllando ad intervalli regolari  con un termometro che la temperatura non superasse i 24 gradi. Quando questo accadeva, interrompevo staccando il gancio e riponendo tutto in frigo per una decina di minuti. In tutto sono stati necessari circa 45 minuti e tre soste da 10 in frigo.
    Ecco, come si presentava l’impasto alla fine di queste operazioni.
    brioche francese ricetta di Felder

    A questo punto, l’ho sistemato in una ciotola abbastanza capiente ed ho eseguito un folding un po’ serrato…

    brioche francese ricetta di Felder
    brioche francese ricetta di Felder

    … ed ho fatto lievitare (coprendo con pellicola traparente) per 90 minuti a temperatura ambiente (20 gradi ca.). Passato questo tempo, altro giro di folding e riposo in frigo per 2 ore (sempre con pellicola).

    Nota: l’impasto non ha cambiato colore: purtroppo, intanto, è arrivato il buio ed ho dovuto accendere la luce e questo ha dato all’impasto un tono più giallo)

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    A questo punto ho diviso l’impasto in otto pezzi uguali che ho formato –  ungendo sia mani che piano di lavoro con burro – come per i panini al latte  e li ho sistemati in uno stampo imburrato.

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    Ho coperto quindi con pellicola trasparente ed ho fatto lievitare a temperatura ambiente fino al raddoppio.

    brioche francese ricetta di Felder

    A questo punto ho spennellato con uovo sbattuto ed ho infornato, sulla parte bassa del forno e su pietra refrattaria a 180 gradi per una 30 di minuti.

    La brioche francese, ricetta di Felder

    E questo è il risultato. Che mi pare presenti il tipo aspetto “filante” della pasta brioche. Almeno, quella che piace a me.

    La brioche francese, ricetta di Felder

    Ps, se vi va di provare, e avete bisogno di aiuto, vi aspetto qui!

  • Pasta e patate, ricetta di Peppe Guida,  all’olio di Trevi

    Pasta e patate, ricetta di Peppe Guida, all’olio di Trevi

    pasta e patate

     

    E riprende oggi il cammino dell’extravergine. Quello iniziato ormai da quasi due anni in compagnia di  Stefania, Patrizia, Fausta e Sabina. Un percorso fatto di sapore, attraverso vari e diversi frantoi italiana, cui ho la fortuna di partecipare grazie alla Città dell’olio. Un cammino fatto di scoperte continue, perché – e chi lo ha seguito sinora sui nostri blog già lo sa –  parlare di olio di oliva in generale è fuorviante. In italia  non esiste UN olio solo, ne esistono tantissimi ed ognuno di loro è ricco di sfumature di sapore che lo rende completamente diverso da tanti altri. Certo, capisco che sia impossibile in una casa normale dotarsi di una *cantina* di olio , ma il problema vero – secondo me  – è che nonostante la nostra ricchezza olearia sono ancora pochi – troppo pochi – i locali che propongono oli diversi a seconda dei piatti preparati.  Ne parlavo proprio ieri, del resto, di un locale che  – sotto questo aspetto – costituisce un eccezione enorme: Francesco e Salvatore Salvo, di questo hanno infatti fatto un fiore all’occhiello della loro pizzeria. E questa, credo, dovrebbe essere la via che – spero – seguiranno in tanti al più presto.

    Città dell'olio
    Città dell’olio

    Tornando a noi, l’olio di oggi è  l’olio Trevi DOP della Società Agricola Trevi il Frantoio, un fruttato dolce, gradevolissimo  prodotto da una cooperativa di produttori che offre tre  selezioni diverse di olio che presentano note di amaro e piccante di intensità decrescente, a seconda delle cultivar utilizzate e del periodo di raccolta delle olive. All’inizio della raccolta le olivesi ottiene  un olio dal gusto più intenso. A mano a mano che ci si avvicina a dicembre, queste caratteristiche cederanno il posto ad una maggiore delicatezza e dolcezza.

    Ho scelto di usarlo con un piatto semplicissimo: una pasta e patate. Ma non la versione normale, classica: ho preferito una ricetta dello chef Peppe Guida che mi ha immediatamente conquistato all’assaggio. E in cui l’olio è davvero protagonista. Le patate infatti sono cotte fino a ridursi in crema e poi emulsionate con olio: in questo modo ne catturano il sapore, esaltandolo. E avvolgono la pasta regalandole un finale fatto delle note di sapore dell’ olio assolutamente entusiasmante.

    Per questo piatto servono (per una porzione)
    Patate, meglio se vecchie , 1 un po’ grande
    Guanciale, 30 g
    80 grammi di pasta, anche questa di ottima qualità. Perfette, le calle del Pastificio dei Campi
    olio Trevi Dop, mezzo bicchiere piccolo

    Ho tagliato le patate a cubbetti piccoli  e le ho lessate portandole a 3/4 di cottura. Le  ho scolate e messe da parte. Poi,  ho fatto un fondo di guanciale tagliato striscioline,  con poco olio,   e appena ha cominciato a cambiare colore l’ho bagnato con un mestolo di acqua della pasta e ho aggiunto  quindi un bel po’ di basilico.

    Ho messo quindi a cuocere la pasta : un paio di minuti prima che fosse pronta,  ho aggiunto le patate e  portato tutto a cottura. Ho quindi  scolato  e aggiunto al fondo di guanciale,  mantecando il tutto.
    Infine,   ho tolto dal fuoco e aggiunto altro basilico,  una bella manciata di pecorino,  pepe nero macinato al momento  e TUTTO l’lio,  amalgamando bene il tutto prima di servire.
    La cremina sono le patate che iniziano a disfarsi e il lucido e l’olio a crudo

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  • Pane fatto in casa di semola di grano duro

    Pane fatto in casa di semola di grano duro

    Pane fatto in casa di semola di grano duro

    Preparo spesso il pane fatto in casa di semola di grano duro, e da un po’ di tempo avevo in casa questa farina, ma non avevo mai avuto tempo. Soprattutto il trasloco mi aveva allontanato dalla voglia di impastare: non è semplice, infatti, trovare la voglia di farlo vivendo in mezzo agli scatoloni. E non volevo correre il rischio di sprecarla con un insuccesso: ho preferito attendere, quindi, e trovare il momento giusto. E questo, pur con i suoi tempi, è arrivato l’altro giorno. Complice la neve, e la chiusura delle scuole, che ci ha tenute in casa nostro malgrado, e complice una ricetta del Maestro Giorilli, ho deciso di preparare questa pagnotta. Premetto, non è di difficile realizzazione: occorre solo molto tempo. Per cui, prima di partire, meglio preparare una tabella di marcia, in modo da non trovarsi spiazzati in corso d’opera.
    Innanzitutto, preparare la biga con cui faremo lievitare il nostro pane fatto in casa con semola di grano duro.

    Biga
    300 gr di acqua
    5 gr di lievito di birra
     
     
    Ho impastato velocemente, ottenendo questo risultato:
     
     

    pane semola grano duro

     

     

    Ho messo a lievitare e dopo circa 15 ore a 16 ° era diventata così.

    Pane fatto in casa di semola di grano duro

     
    Allora, ho provveduto all’impasto vero e proprio, aggiungendo alla biga:
     
    500 gr di farina di semola rimacinata
    350 gr di acqua
    22 gr di sale
    2 gr di lievito di birra
    1 cucchiaino di miele, visto che non avevo malto in casa.
     
    Impasto vero e proprio
    Ho impastato la biga con la semola, il miele, il lievito e 250 gr di acqua. Dopo che l’impasto aveva preso corda, ho aggiunto la restante acqua, un po’ per volta e alla fine il sale, dopo averlo sciolto nell’ultima acqua rimasta. Ho fatto riposare l’impasto per circa un’ora (con temperatura intorno ai 18°) e poi ho fatto un giro di folding.
     
     
     
     
     
     
     
    Ho lasciato riposare ancora, sempre un’ora ca., ed ho provveduto ad un secondo giro.
     

    Pane fatto in casa di semola di grano duro

     

     
    Ho formato quindi la pagnotta, chiudendo a palla ed ho messo a lievitare al coperto (ho usato una scatola di plastica trasparente IKEA, capovolta) a 28° per un’ora circa. 

    Ecco come si presentava a fine lievitazione. 

    pane semola grano duro

    Al momento di infornare, quando il forno aveva raggiunto il massimo della sua temperatura, ho fatto un taglio non troppo profondo in superficie, disegnando un semicerchio e – aiutandomi con una pala, ho trasferito il pane nel forno, sulla pietra refrattaria ormai calda. Dopo una decina di minuti, ho abbassato a 230°, poi – sempre dopo dieci minuti – a 200°. Ho portato quindi cottura, ci sono voluti circa 60 minuti, ed ho terminato tenendo la pagnotta in verticale, appoggiata alla parete del forno, per una decina di minuti circa.

     

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  • Napoli, New York e la Franciacorta… Ciro Salvo maestro della pizza napoletana

    Napoli, New York e la Franciacorta… Ciro Salvo maestro della pizza napoletana

    Ciro Salvo

    Il New York Times gli ha appena dedicato un ampio servizio monografico elogiando le tecniche di impasto e la scelta rigorosa delle materie prime. Contadi Castaldi, cantina leader del Franciacorta, lo ha voluto per festeggiare in cantina il Festival del Franciacorta che si inaugura sabato 20 settembre; l’Associazione Verace Pizza Napoletana lo ha inserito nei top 100 fotografati da Oliviero Toscani: è Ciro Salvo, pizzaiolo e anima di 50 Kalò la pizzeria inaugurata a febbraio 2014 a Napoli in piazza Sannazaro.

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    Classe 1977, Ciro Salvo è indiscutibilmente nell’olimpo dei maestri della pizza napoletana. Figlio d’arte (tre generazioni di pizzaioli), molti anni di studio e un’attenzione quasi maniacale all’impasto. Il risultato sono pizze soffici, leggere e molto digeribili che hanno conquistato il pubblico e il palato dei più severi critici gourmand. Docente nei master del Gambero Rosso, è considerato uno dei maestri dove poter imparare a fare la pizza: dal Messico e dal Giappone vengono da lui per conoscere i segreti dell’impasto perfetto.

    50 Kalò, nel gergo non scritto usato da secoli dai pizzaioli, vuol dire “impasto buono”. I pizzaioli usano infatti dire kalò per indicare qualcosa di buono e skatà per dire cattivo; parole di origine greca (kalos in greco significa bello, buono) che nel corso dei secoli hanno incontrato le infinite sfumature di suoni e parole del dialetto partenopeo. Il 50 infatti nella cabala e nella smorfia partenopea è il pane e i pizzaioli sono maestri dell’arte bianca, si sa. 50 kalò è dunque l’impasto, il panetto buono, da cui nasce una pizza buona, condita con i migliori ingredienti.

     

    Ciro Salvo a Le Strade della Mozzarella 2014
    Ciro Salvo a Le Strade della Mozzarella 2014

    Le foto sono state scattate alle Strade della Mozzarella 2014

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  • Un panino da Re, a base di prosciutto di Parma, in piazza a Langhirano

    Il mio "Panino da Re", con pane allo zafferano e pepe nero e pecorino, crema di latte di bufala e provolone, prosciutto, fichi al profumo di limone.
    Il mio “Panino da Re”, con pane allo zafferano e pepe nero e pecorino, crema di latte di bufala e provolone, prosciutto, fichi al profumo di limone.

    E’ stato domenica scorsa, 7 settembre. Inviata speciale per conto delle Bloggalline, insieme a Rosalia Imperato, a raccontare il mio panino da Re in piazza a Langhirano (nel corso del Festival del Prosciutto di Parma),  preparazione promossa in tutto il mondo dal magazine online INformaCIBO nell’ambito della più ampia kermesse internazionale La Cucina Italiana nel Mondo, patrocinata dall’Expo 2015.

    Un’esperienza molto particolare, per me che non avevo mai vissuto eventi dal vivo di questo tipo. Arricchita poi dal giro mattutino al Rural Festival (altra grande esperienza che consiglio davvero a tutti): ero terrorizzata ma poi è filato tutto liscio. Grazie alla presenza costante ma discreta degli organizzatori che ci hanno seguito e aiutato ad organizzarci in una situazione non semplicissima (nell’androne del palazzo comunale, tanto per dire, con tanto di sindaco a due passi che ha fatto il discorso intrdodutivo: non chiedetemi però cosa ha detto che tanto ero in tilt dall’agitazione e non mi ricordo nulla).

    Panino da Re, Consorzio Prosciutto di Parma

    In ogni caso, è andata.  E datosi che sono sopravvissuta posso raccontare del mio panino che – visto periodo ed ingredienti – ho chiamato “Dolcezze settembrine”.

    Ho preparato anche il pane a casa, scegliendo come base una specie di brioche allo zafferano, pecorino e pepe nero che ho scelto di preparare con la Multicereali del Mulino Grassi. Una farina che mi piace molto, sia  per il tocco leggermente rustico capace di arricchire le preparazioni sia per la sua capacità di reggere ad elevate idratazioni (caratteristica necessaria, per dare morbidezza al risultato finale). E poi è prodotta a  Parma, esattamente come il prosciutto: il che, mi è sembrato non guastasse affatto visto l’argomento.

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    Ho poi preparato il giorno prima una crema di provolone al latte di bufala (fattibilissima , come ho ripetuto in piazza per non spaventare chi ci voleva provare anche con la panna invece del latte) e una riduzione di miele e passito. Tutti qui, gli ingredienti necessari.

    A questo punto, in piazza, è stato sufficiente montare il panino: una leggera spalmata di crema di provolone,  una quantità generosa di prosciuto (il massimo sarebbe tagliato a coltello), fichi tagliati a fettine non troppo sottili e  – sopra a tutto – un filo di riduzione al miele e una grattata di buccia di limone.

    Beh, io ero tanto sotto pressione che non ho osato neanche assaggiarlo. Ma mi sembra sia piaciuto. Oppure, chissà, lo avranno detto per pietà.:)

     

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    Foto di Raffaele D’Angelo e Enrico Lucarini