Categoria: Tecniche di base

  • Come si puliscono i fiori di zucca

    Come si puliscono i fiori di zucca

    Pulire i fiori di zucca è un’operazione molto facile e veloce. Occorre però ricordarsi di prepararli entro poche ore dall’acquisto: sono molto delicati e sfioriscono in fretta, rovinandosi irrimediabilmente. Meglio quindi riporli prima possibile in un vaso, avendo cura che i loro steli siano ben coperti, e pulirli solo al momento del consumo. questo assicurerà ai fiori di zucca qualche ora di sopravvivenza in più.


    Per prima cosa, aprire delicatamente il fiore ed asportare il pistillo.

     

    Richiuderli poi delicatamente, togliere via la parte sporgente dello stelo e troncare il gambo. Procedere così per ogni fiore. Lavarli delicatamente in acqua fredda, scuoterli leggermente, e metterli e metterli ad asciugare su uno strofinaccio di cotone.


    Una volta puliti vanno usati in fretta affinché non si rovinino.
    Per esempio, per preparare delle deliziose frittelle oppure un piatto di pasta veloce e buonissimo.

  • Uso delle foto senza permesso: cosa possiamo fare per difendere il nostro lavoro di foodblogger?

    Uso delle foto senza permesso: cosa possiamo fare per difendere il nostro lavoro di foodblogger?

    Chi mi segue su facebook magari siè già accorto di una cosa che in questi giorni mi sta facendo parecchio arrabbiare: e cioè l’uso delle foto senza permesso.

    Premessa: come ho spiegato qui, le mie foto sono caricate su flickr dove c’è scritto a chiare lettere che tutti i diritti sono riservati e che le foto non vanno usate senza il mio permesso.

    Solo dopo, le uso nel mio blog: in questo modo, la prima pubblicazione è associata ad un copyright esplicito e NESSUNO potrà mai vantare date di pubblicazione anteriore alla mia (e ben visibile nei dati pubblici della foto).

    Ma niente da fare: non basta. Le mie foto continuano arricchire pagine di siti che neppure conosco e che evidentemente sono convinti che né il tempo che ho speso per imparare, né i soldi che ho speso per attrezzature fotografiche, né – tantomeno – quello per i viaggi nei luoghi in cui ho scattato valgano qualcosa.

    La cosa più bella?
    Questo disclaimer, che mi ritrovo a leggere sempre più spesso.

    Le foto riprodotte in questo sito provengono in prevalenza da Internet e sono pertanto ritenute di dominio pubblico. Gli autori delle immagini o i soggetti coinvolti possono in ogni momento chiederne la rimozione, scrivendo al nostro indirizzo di posta elettronica.

    Come sarebbe a dire? prima me le freghi e poi, se me ne accorgo, sei disposto a restituire il maltolto e magari pretendi pure di essere ringraziato? Intanto però la tua foto mi ha danneggiato, perché caricata abusivamente e senza copyright maagari è stata utilizzata anche da altri.

    Come se io andassi al bar, insomma, e mentre sto in fila in cassa iniziassi a mangiare le caramelle e i biscotti esposti – offrendone in libertà agli altri clienti – per poi rispondere, al momento di pagare, che non vedo perché dovrei farlo visto che erano in esposizione e quindi a pubblica disposizione.

    Oppure quelli che pensano di essere a posto, mettendo i credit alla foto. Ora, a parte il fatto che lo devo dire io come autrice della foto se mi bastano i credit e se voglio o no apparire sul vostro sito – che magari, perdonatemi il termine, può anche farmi schifo perché (come mi è accaduto) è un sito razzista e bufalaro – la cosa bella è magari mettono il nome senza link al blog, che in internet è peggio dell’anonimato. Oppure, foto da flickr: ma bravo, e come mai hai visto la foto e non il divieto di usarla? O, ancora, da pinterest: no caro, pinterest non ha foto sue è solo un sistema di collegamenti. E ti sarebbe bastato un click per scoprire di chi è la foto e se sia possibile o meno usarla.

    Ma vi pare possibile? Io dico di no. E aggiungo anche che su questa partita bisogna iniziare a mettere dei punti fermi. Ma fermi davvero. Perché non è vero che anche se siamo foodblogger per passione il nostro lavoro non vale nulla: vale, altrimenti non lo utilizzerebbe nessuno, e noi dobbiamo imporci per ottenerne il rispetto.

     

    MA IN CHE MODO POSSIAMO DIFENDERE IL NOSTRO LAVORO?
    Innanzitutto, iniziando a scattare in raw (il possesso del quale resta la prova incontrovertibile della proprietà della foto) e custodendo questi gelosamente.

    Iniziando poi a usare gli strumenti on line che permettano di stabilire con esattezza chi per primo abbia pubblicato una foto (e flickr è uno di questi).

    Sfruttando la tecnologia e inserendo nei meta dati in fase di scatto o di post produzione il nostro nome.

     

    E soprattutto rivolgendoci, qualora tutto questo non bastasse, ad un avvocato per il rispetto dei nostri diritti.

    Ecco, questo il punto dolente mi direte: andare da un avvocato costa, e senza certezze di ritorno economico – diventa troppo oneroso anche un semplice consulto. Poi diciamocelo: gli avvocati che ne capiscono di digitale non ci sono: sono pronta a scommettere che se dite al vostro avvocato che avete il RAW lui pensa ad una malattia infettiva, o qualcosa del genere.

    Riflettendo su questa cosa, però, mi è anche venuta in mente un’idea che può anche assomigliare ad una soluzione. Se ci riflettiamo un po’ su, appare chiara una cosa: queste vicende non hanno bisogno di consulenza, sono tutte uguali, hanno cause e soluzioni univoche. Per cui, trovando un avvocato che conoscegià questi aspetti legali, si può ridurre drasticamente il suo costo azzerando le spese di consulenza e muovendosi in modo rapido ed efficace per chiedere il rispetto della legge.

    Ecco, io l’avvocato l’ho trovato e abbiamo iniziato un lavoro in comune partendo dalle foto rubate a me che ha già dato i primi risultati concreti. Ora stiamo allargando il tiro, provando con alcuni associati di slowthinking (lo sapete già, vero, che a noi piace fare rete?) e prossimamente, se la cosa – come credo – continuerà ad offrire buoni risultati offriremo la possibilità anche ad altri blogger di avvalersi del suo aiuto, attraverso spazi dedicati: un sito web, per esempio, o una pagina web.

    Che ne dite, vi piace l’idea di iniziare a chiedere il rispetto del vostro lavoro anche sotto forma economica?

    Insomma, iniziate a raccogliere i dati sulle foto che vi hanno rubato che presto vi torneranno utili… scommettiamo?

     

     

  • Come preparare meringhe perfette (e perfettamente bianche)

    Come preparare meringhe perfette (e perfettamente bianche)

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    Se siete tra quelli che si chiedono da tempo come preparare meringhe perfette, questo post fa per voi.
    Già, perché per quanto facile sia questa preparazione in molti hanno un problema. Anzi, due. Meringhe dorate – non bianche cioè – e gom
    La meringa perfetta invece è bianca e croccante, quasi polverosa nel momento in cui si frantuma nella bocca. E ottenerla non è affatto difficile. Il segreto? piccolissimo e banale: la bassa temperatura. La meringa cioè non va cotta, ma solo asciugata per lungo tempo. Il colore leggermente ambrato è infatti dovuto ad una caramellizzazione dello zucchero: basta evitare questo per evitare ogni traccia di colore.
    Per cui, è sufficiente preparare la meringa come al solito – parliamo di meringa francese, e non di meringa svizzera o all’italiana che sono cose molto diverse – e sistemarla su una placca in un forno a temperatura di 8-100 gradi per tre o quattro ore. Oppure 50 gradi, per poi dimenticarsele lì tutta la notte. 

    Al mattino, troverete le vostre meringhe, perfettamente bianche e friabili.

    Già che ci sono, un altro consiglio: si legge spesso di aggiungere sale agli albumi da montare: questo renderebbe il loro montaggio meno faticoso. Verissimo, assolutamente: ma in gran parte superato. Le meringhe, ormai, non vengon più preparate a mano: in questo caso – quando  si usava forchetta o frusta, insomma – questa indicazione aveva un senso. Oggi, che si usano planetarie oppure fruste elettriche, meglio molto aggiungere succo di limone. Il sale, infatti, se da un lato rende più veloce la preparazione a mano, dall’altro produce una minore stabilità. Dopo un po’ la massa montata inizia a smontarsi. E questo, per le meringhe non è un bene. Il limone, invece, consente di ottenere una maggiore stabilità il che, nel caso delle meringhe, non è dettaglio da poco.

    Ultimo dettaglio: la friabilità aumenta se non usate tutto lo zucchero per montare gli albumi. Dividetelo in due parti, unendo la prima nella fase di montaggio e la seconda solo alla fine. La differenza, la sentirete nella vostra bocca!

    Ecco, questi secondo me sono i trucchi da sapere su come preparare meringhe perfette. Per cui, detti, questi, si può passare alla ricetta.

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    Come preparare meringhe perfette

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  • Bigné craquelin (choux craquelin) di Conticini

    Bigné craquelin (choux craquelin) di Conticini

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    Non so se vi sia mai capitato di vedere quei bigné resi croccanti da una crosta in superficie e se – soprattutto – vi siate chiesti come si fanno. Sono i bignè craquelin ( choux craquelin): non sono difficili, sono esattamente come tutti i bigné – anzi choux, visto che sono al forno – solo ricoperti da un impasto sottile tagliato a disco prima di essere  messi in forno. Questo si scioglierà grazie al calore e formerà quella crosta croccante e deliziosa che li rende tanto particolari.

    Quella che vi propongo in questo post è la ricetta di Conticini, che a me è piaciuta moltissimo. A questa però aggiungo un dettaglio della preparazione rubato a Genin (qui trovate la sua ricetta degli choux): il controllo della temperatura dell’impasto al momento di aggiungere le uova.

    PicMonkey Collage

    Non dimenticate poi la raccomandazione solita: l’ultimo uovo, va sbattuto e aggiunto un cucchiaio per volta. Quando fa il ciuffo, la pasta è pronta e non va aggiunto ulteriore uovo.

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    Questo, insieme appunto alla temperatura, il dettaglio che rende perfetto il bignè: se aggiungete troppe uova, correte il rischio di ottenere frittatine. Se invece ne aggiungete troppo poche, il bignè non sarà perfettamente vuoto all’iterno.

    Bigné craquelin (choux craquelin) di Conticini

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  • Ricetta di sugo di pomodoro ai profumi mediterranei: quello perfetto per la Parmigiana, insomma

    Ricetta di sugo di pomodoro ai profumi mediterranei: quello perfetto per la Parmigiana, insomma

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    Sì, lo so, è fuori stagione. Ma a parte il fatto che questa ricetta di  sugo di pomodoro ai profumi mediterranei si può fare anche con un buon pomodoro pelato in scatola, il fatto è che a suo tempo avevo fatto le foto che poi – puntualmente – non ho pubblicato ed ho finito per perdere. Ora le ho ritrovate su un vecchio pc: per cui, o le pubblico oppure le perdo di nuovo.
    Per cui, beccatevi questa ricetta di sugo di pomodoro assolutamente NON stagionale.

    ricetta di sugo di pomodoro
    Ricordate solo una cosa: è il sugo perfetto per la parmigiana di melanzane e per la pasta alla Norma. Il sugo sarà reso particolarmente aromatico dalla cipolla e dal basilico messi in cottura insieme al pomodoro, e poi passati con questo al passaverdure. Insomma, all’apparenza sarà un sugo come tutti gli altri: all’assaggio, no.
    Ottimo pure per condire la pasta in maniera semplice: io quando lo faccio abbondo sempre un po’ e faccio un modo che ne avanzi un barattolo che congelo: così nei giorni in cui Irene torna da scuola senza avere nulla di pronto, riesce in poco tempo a farsi un piatto di basta buono. Anzi, buonissimo.
    Fatta questa premessa, eccovi la ricetta. La raccomandazione, anche per vo, è una sola: abbondate!

    La preparazione è molto semplice: prima si cuocciono insieme i tre ingredienti fondamentali. Poi, una volta passati al setaccio, si aggiungono ad un soffritto dolce di aglio e si porta a cottura. Nulla di difficile, ma un risultato che non dimenticherete facilmente.

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    sugo pomodoro alla norma di gic
    sugo pomodoro alla norma di gic
  • Avete provato a post produrre le vostre foto con Lightroom ma vi siete persi? Allora, forse, questo è il post che fa per voi

    Avete provato a post produrre le vostre foto con Lightroom ma vi siete persi? Allora, forse, questo è il post che fa per voi

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    Una premessa. Questo è il primo di una serie di post dedicati ad un piccolo ma specifico progetto di lavoro che nei social potrete seguire sotto l’hashtag #slowthinking. Un progetto che si fonda anche su un’idea di  condivisione delle competenze acquisite nella nostra esperienza di blogger. 

    Anche di quelle fotografiche, quindi. E di post produzione: argomento su cui continuo a ricevere in privato richieste di aiuto ma che ho deciso di affrontare, insieme, nel blog. Aspetto quindi i vostri stimoli per capire quali argomenti toccare in futuro e vi ricordo che se avete bisogno di aiuto io sono a vostra disposizione nel forum, dove potrete chiedermi – per esempio – come poter migliorare le vostre foto sia in fase di scatto che di post produzione.

    Lightroom è uno strumento per l’ archiviazione e la post produzione molto efficiente e relativamente facile ma ha un problema che lo rende piuttosto ostico a chi vi si avvicina per la prima volta. Non funziona cioè con la sequenza tipica degli altri programmi – apri file, salva file, salva file con nome, etc. – ma mette al centro del nostro lavoro il CATALOGO FOTOGRAFICO. 

    Questo, a quanto leggo, crea non pochi problemi a chi lo utilizza da autodidatta. Fermo restando quindi il punto che magari vi conviene fare un corso – qui ne trovate on line di ben fatti che costano davvero pochissimo –  vale la pena di fermarsi un attimo  a cercare di capire le linee generali del funzionamento di questo programma.

    Facciamo finta che abbiate già iniziato ad usarlo, abbiate già creato il vostro catalogo e abbiate già importato delle foto. 
    Questa, l’interfaccia che vi si presenta. Le due  foto grandi sono le anteprime della foto,  prima e il dopo la post produzione. La fila di foto in basso, le anteprime delle foto presenti nel catalogo. Le scritte in alto (libreria, sviluppo, mappa, libro, presentazione, stampa, web) le varie possibilità di lavoro offerte dal programma.

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    Sottolineo: quelle che vedete non sono le foto ma solo delle anteprime. Quindi, ricapitolando, il catalogo di Lightroom non è l’archivio delle foto ma solo lo strumento attraverso cui si importano le foto, si completano con tutte le informazioni necessarie – nome file, tag, etichette, copyright, ecc – , si sviluppano apportando le modifiche necessarie, e –  infine – si esportano o stampano. Questo non è un dettaglio da poco perché salvare il catalogo, non significa salvare le foto originali  ma solo tutte le modifiche che avete apportato. 

    E’ molto importante quindi, per evitare errori, capire dove sono davvero le  nostre foto oppure – meglio ancora, imparare a dire a Lightroom in quale parte del disco fisso  vogliamo che siano conservate.

    Le parti fondamentali di Lightrom  sono i Moduli, quelle scritte che  si vedono in alto, che potete vedere in foto.

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    Da sinistra verso destra si incontra il modulo Libreria che è il punto di partenza del flusso di lavoro. Da Libreria si importano, si selezionano e si catalogano i propri scatti.

    Per chi è nuovo di Lightroom, la maggior parte delle difficoltà sono proprio nel modulo Libreria perché – come dicevo – obbliga a modalità di lavoro diverse rispetto a tutti gli altri programmi.

    Come procedere, quindi, per evitare confusione ed errori?

    Supponiamo di essere in un laboratorio fotografico piuttosto che al computer (del resto Lightroom vuole dire proprio camera oscura). In questa situazione, il vostro lavoro sarebbe diviso in due parti: quello sui negativi e quello sulle foto vere e proprie (la stampa)Lightroom lavora sulla base della stessa logica.

    – prima di tutto, IMPORTEREMO LE FOTO.

    – Poi, nel modulo Libreria, ci occuperemo del lavoro sui negativi (modificheremo il nome file, inseriremo tag e etichette, copyright, ecc.).

    – successivamente, nel modulo Sviluppo lavoreremo per migliore l’esposizione, contrasti, bilanciamento del bianco etc.

    – Infine, ESPORTEREMO LA FOTO. Questa, finirà quindi nel nostro archivio fotografico che è diverso – appunto – da quello dei negativi.

    Ricapitolando, quindi, attraverso il catalogo noi costruiremo almeno due archivi: quello dei negativi, e quello delle foto.

    Quindi, ricordatevi, quando salvate le vostre foto che gli  archivi sono due, contenuti in due distinte cartelle.

     

    Se avete bisogno di salvare le foto che avete scattato – le foto originali, per esempio i file RAW – voi salverete le cartelle in cui avete IMPORTATO.

    Se avete bisogno di salvare le foto da voi modificate, i JPG o i TIF, salverete le cartelle in cui avete ESPORTATO le vostre foto.

    Lo so, sembra difficile ma non preoccupatevi. Non lo è affatto. Un consiglio: regalatevi un po’ di tempo per guardare questo estratto di corso gratuito di Teacher in a box: vi chiarirà molti dubbi e vi permetterà di partire nel modo giusto.   Questi gli argomenti trattati, in modo chiaro ed esauriente. Guardateli e poi ditemi la vostra impressione. E – ripeto – se avete bisogno di aiuto per le vostre foto, ricordate che vi aspetto nel forum. Dove, quando serve, parliamo anche di fotografia.

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