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  • La ricetta del Torrone fatto in casa, alle mandorle e cedro candito

    La ricetta del Torrone fatto in casa, alle mandorle e cedro candito

    ricetta del torrone morbido fatto in casa
     
    Con questa ricetta del torrone fatto in casa, non potete sbagliare… scommettiamo?

    Non ho mai amato la pasticceria calabrese 
    quando ero piccola, lo confesso: troppo pesante e mielosa, pensavo, e poco dolce. E poi ero abituata malissimo: vivendo a Salerno, avevo ampia scelta di pasticceria Napoletana, babà, sciù, cassatine e zuppette (tanto per fare qualche nome tra i miei dolci preferiti) e pensavo che quei dolci tanto rustici e pesanti  cui  avevano inutilmente tentato d abituarmi i miei parenti durante le visite natalizie proprio non potessero reggere il confronto.  Unica eccezione, il torrone: che era tradizione preparare nel paese di mio padre (Soriano Calabro, il paese dei mostaccioli) e di cui  andavo matta.  Mi piaceva perché era morbido, dolce ed aromatico, e spesso ricoperto di glassa al cioccolato bianca o nera. Ne avrei mangiati quintali, e di quintali ne mangerei ancora oggi, se solo la bilancia me lo permettesse.

    Ovvio quindi che, prima o poi, tentassi di rifarlo. E la staffetta di compagni di blogger dedicata ai dolci del Natale mi ha offerto la giusta occasione. Visto che ai dolci di Natale tipici della Campania infatti ci hanno pensato Antonia e Maria ( con i raffioli a cassata e gli struffoli): ho approfittato ed ho scelto la Calabria inventandomi quindi una scusa perfetta per provare a fare il torrone morbido.  
     
     
    Ho cercato un po’ in giro per chiarirmi le idee e poi ho scelto una ricetta che mi è sembrata affidabile: quella di Loretta Fanella di cui in rete sono anche disponibili video interessanti sul tema. E grazie a questa ricetta del torrone fatto in casa, prepararlo non è stato difficile, lo ammetto. Non quanto temessi, almeno (avevo sempre avuto un timore reverenziale verso questa ricetta ma davvero, preparandolo, ho capito che è molto semplice). Unica condizione assolutamente da rispettare: usare un termometro per misurare la temperatura. Senza questo, sarebbe davvero troppo rischioso e troppo facile commettere errori. Per il resto, non è affatto complicato: non lo è stato per me, almeno, che magari ho solo avuto la fortuna di beccare la ricetta giusta, che però ho un po’ modificato aggiungendo i canditi ed usando solo mandorle.
     
     
     
     

    ricetta del torrone morbido fatto in casa

    Ma bando alle ciance e passiamo alla ricetta del torrone fatto in casa

    Ingredienti per un kg di torrone fatto in casa

    250 g di miele di arancio
    100 ml di acqua con 410 di zucchero
    40 g di albume
    600 g di mandorle
    100 g di cedro candito, tagliato in pezzettini piccoli e regolari.
    buccia di un’arancia grattugiata
    vaniglia in polvere
    1 foglio di ostia (non indispensabile, se non la trovate fatene pure a meno)

    Procedimento

    Si inizia tostando le mandorle in forno a 180° fino a che non avranno raggiunto un aspetto dorato (inizierete a questo punto anche a sentirne il profumo).
    Intanto (importante che le due cose vengano fatte contemporaneamente, in modo da poter usare le mandorle ancora calde) mettere il miele in un pentolino e portarlo alla temperatura di 120° e – pure questo contemporaneamente – montare gli albumi (collocati in una ciotola piuttosto grande). Una volta pronto il miele, allontanarlo dal fuoco e mescolarlo per un paio di minuti in modo da fare abbassare un po’ la temperatura. Aggiungerlo poi  a filo all’albume montato, continuando a fare andare le fruste per circa 5 minuti.

    Ora, lo zucchero: va messo in un tegamino con l’acqua e portato a 147° , versandolo poi  a  filo nella meringa. Continuare quindi  a montare, e aggiungere la buccia grattugiata e la vaniglia. Un po’ per volta, inizierà ad indurirsi, quindi è bene tenerlo d’occhio in modo da passare, al momento opportuno, all’uso di un cucchiaio di legno oppure al gancio per impastare (se stiamo usando una planetaria casalinga). A questo punto, aggiungere la mandorle e, una volta incorporate queste,  i canditi. Continuare a impastare ancora per qualche minuto.

    Prendere quindi un foglio di ostia e dividerlo a metà, posizionandone una sul tavolo. Rovesciare quindi il torrone – ora morbido e colloso, anche se consistente – e schiacciarlo con le mani bagnate in modo da livellarlo. Volendo fare un lavoro perfetto, si può fare come per stendere la frolla, usando due bacchette laterali di riferimento. Coprire quindi con l’altra ostia e, con l’aiuto di un mattarello, stendere in modo regolare fino ad uno spessore di un centimetro e mezzo ca.

    Lasciarlo quindi raffreddare per un’ora circa e tagliarlo in pezzi nella grandezza desiderata.

    ricetta del torrone morbido fatto in casa

    E quale vino? Ancora una volta, su questo, la parola a Luciano Pignataro: “Obbligato l’abbinamento con il Moscato di Saracena, scegliete voi se Viola o feudi di Sanseverino, in una regione che mostra di credere sempre più nel vino dolce”.

    Nota mia: qui lo dico e qui lo nego ma non credo che l’ostia sia indispensabile. Anzi, la prossima volta lo farò  glassato al cioccolato, sia bianco che scuro, e non la userò. Per cui, se volete provarci, ma rinunciate per il fatto che non riuscite a procurarvi l’ostia, sappiate che potete farne a meno. In questo caso, stendetelo tra due fogli di carta forno, magari leggermente unta con un olio non di oliva, e livellatelo. Una volta freddo e duro, togliete la carta e tagliate in pezzi della dimensione che desiderate.

  • Pancotto ai ceci neri

    Pancotto ai ceci neri

    Pan cotto ai ceci neri
    Pochi prodotti sanno raccontare della terra in cui sono nati come il pane di Matera. Attraverso il colore, per esempio, marrone macchiato di nero, come i campi dopo la bruciatura delle stoppe. O tramite i solchi che ne attraversano la superficie, irregolari e profondi come quelli delle gravine. Oppure nei profumi, che mescolano  grano e  legno di ulivo.  La stessa terra che mi è tornata in mente con  prepotenza all’assaggio dell’olio di questa settimana: il Sarolo, a base di ogliarola del Vulture. “Si assomigliano”, ho pensato: la stessa robustezza di gusto, lo stesso sapore intenso, lo stesso profumo capace di catturare. Sì, meritavano di finire insieme: di pane,  per fortuna, ne avevo ancora un po’ da parte,  avanzato e fatto seccare. E poi avevo dei ceci neri della Murgia, che non è Lucania ma se esiste una parentela tra terre, beh, direi che quella che intercorre tra di loro è stretta assai. Per cui ho pensato  ad una minestra di ceci neri, profumata di olio ed immersa nella morbidezza di un pancotto di Matera.
     
    A me è piaciuto molto: un piatto povero ma particolarissimo. Da  mangiare con calma, a cucchiaiate, gustandone i contrasti. Di consistenza, tra il pane morbido, morbidissimo – tanto più morbido quanto più a lungo lo avremo cotto – e i ceci, tenaci e consistenti nonostante le lunghe ore sul fuoco. E, soprattuto, di sapore.
    Per 4 persone servono:
    pane raffermo, un pezzo da 300 gr ca.
    ceci neri, un paio di pugnetti
    una crosta di formaggio
    sale
    olio Sarolo
    Innanzitutto i ceci. Vanno messi a bagno 48 ore prima. Sì, avete letto bene: servon almeno due giorni per ammorbirli al punto giusto per avviare la cottura. Poi, tegame di coccio e fuoco basso, il più basso possibile. Come tutti i legumi, il segreto della loro morbidezza è la cottura lunga e a bassa temperatura. Questi hanno cotto per 4 ore: no, non sono troppe, fidatevi. Nonostante tutto questo tempo, infatti, sono rimasti quasi croccanti
    Intanto, il pane. Lo si mette in acqua fredda e si aspetta che assorba l’acqua, si gonfi fino a diventare morbido. A questo punto, lo si mette nel tegame per la cottura insieme alla crosta di parmigiano. E si cuoce a lungo, mescolando spesso ed aggiungendo altra acqua se necessario. Anche questa cottura, più a lungo dura e meglio è. Una volta pronto, lo si versa nel piatto per farlo intiepidire e non lo si tocca fino a quando non si noterà in superficie una leggera crosticina. Ecco, è il momento dei ceci: vanno aggiunti piano, in modo che restino bene in superficie, e resi brillanti da un vortice di olio. Perché questo è uno di quei piatti in cui l’olio ha un ruolo essenziale. Senza, non sarebbe assolutamente la stessa cosa.Ps. non perdetevi le altre ricette di oggi scritte da Andante con gusto, Di Cardamomo&Co e di Caffè col cioccolato per La Città dell’olio.

  • Seppia con puré al suo nero, olio alla vaniglia e zenzero candito

    Seppia con puré al suo nero, olio alla vaniglia e zenzero candito

    nero di seppia-4


    Una ricetta un po’ particolare, quella di oggi, di cui non ho trovato tracce in rete – e non capisco come mai, dato che non mi è sembrato nulla di trascendentale – e che mi  capitato di immaginare lontano dalla cucina, mentre stavo pensando a tutt’altro.  Semplicemente, stavo respirando il profumo della salsedine in riva al mare e chiedendomi di   quali altri profumi potessero essere avvolte le rive tropicali. E’ stato in quel momento che mi è arrivata questa idea, quando ho pensato alla vaniglia. Che ho immaginato di istinto immersa nella salsedine e – quindi – profumata di mare e di pesce.

    Per 4 persone servono
    4 seppie fresche, con il loro nero
    patate vecchie 500 g
    olio alla vaniglia*
    zenzero candito
    sale
    La difficoltà maggiore è nell’organizzazione dei tempi di preparazione: è necessario fare in modo che la seppia sia servita immediatamente, senza che si raffreddi (perderebbe di morbidezza). Per cui, tenete pronto un cestello per la cottura a vapore sull’acqua in ebollizione e a quindici minuti dalla fine della preparazione del purè ( preparati tutti gli altri ingredienti) mettettevi a cuocere le seppie.
    Detto questo, parliamo del purè. Che poi non è esattamente un purè ma una crema di patate. Ho eliminato il burro: terrona sono e terrona resto, infatti, e difficilmente lo uso preparando il pesce.  Per questo, non ha l’aspetto montato di un purè fatto come si deve. Ma è buono uguale, ed il nero di seppia gli dà un tocco – anche dal punto di vista cromatico – particolarissimo. E non è poi neanche difficile: tutt’altro.

    nero di seppia

    Innanzitutto, pulite le seppia stando attenti a non rompere il sacchetto del nero e mettetele a cuocere a vapore. Il tempo di cottura varierà a seconda delle dimensioni delle bestiole: l’importante è fermarsi non appena la carne inizia a mostrare morbidezza (si può verificare infilzando con una forchetta) altrimenti la seppia rischia di diventare dura e stopposa, se cotta troppo a lungo.

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    Le patate vanno messe in acqua  e lessate fino a quando non si infilzano bene con una forchetta. Vanno quindi pelate e passate allo schiacciapatate – non fatevi tentare dal mixer: otterreste un ottima colla da utilizzare per la preparazione del presepe! – facendo ricadere i fiocchi in un tegame.  Si rimettono quindi sul fuoco e le si fanno asciugare un po, mescolando con un cucchiaio di legno. Si continua cosi, unendo 100 gr ca. di acqua calda e continuando a mescolare (regolare quindi di sale ed aggiungere il nero della seppia, dell’olio di oliva dal gusto non troppo robusto, 40 gr ca. Una volta pronto, spegnere e passare al cinese (non spaventatevi: non vi serve un aiutante dagli occhi a mandorla ma solo un colino di forma conica).

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    Una volta pronte sia le patate che il purè servitele velocemente, versando sul fondo di un piatto un mestolo di purè e appoggiandovi sopra la seppia. Poi, un filo di olio e dello zenzero candito (io l’ho tagliato a pezzetti, ma con il senno di poi dico che è meglio grattugiato).
    “E che cosa ci bevo su?”A questa domanda, come d’abitudine, risponde Luciano Pignataro: “Una ricetta che gioca sulle consistente e le variazione olfattive molto fini e interessanti. Un piatto ricco di personalità a cui abbiniamo un solido Trebbiano d’Abruzzo, segnatamente il Vigna di Capestrano di Valle Reale a Popoli, bella azienda biologica. Bianco dai tempi lunghi, di montagna, fresco e strutturato.”


    Questa la mia proposta all’interno del nostro menù per le feste  ma non perdetevi le altre di oggi, e cioè:

    – Cappone ripieno, di Sara 

    – Bocconcini di baccalà fritti con insalata di rinforzo, di Maria

    *dell’olio alla vaniglia non do ricetta, dato che si tratta solo di dimenticare per qualche settimana una bacca di vaniglia in un’ampolla di olio di oliva, scelto ovviamente di gusto leggero.
  • Gnocchi alla sorrentina. Anzi, alla Tramontina

    Gnocchi alla sorrentina. Anzi, alla Tramontina

    Gnocchi alla sorrentina
     
    Questi Gnocchi alla Sorrentina sono il frutto della seconda puntata di ricette assaggio a base di prodotti de La Tramontina. Oggi, è toccato alla mozzarella. Bella, grossa e soda, nonostante  i due giorni che le è toccato pazientare prima di essere mangiata. E soprattutto piena di sapore “vero”. Un vero sacrilegio, questa attesa, ma avevo da far fuori la vellutata di bufala ed i bocconcini – con cui ho litigato cercando di realizzare un filoscio (una tipica frittata napoletana ). 

    gnocchi alla sorrentina

    Seconda puntata, dicevo: con scuse annesse. Già, perché ho preparato questi gnocchi domenica – lavorando contemporaneamente  al mio piatto per il menù della staffetta natalizia di compagni di blogger (la seppia al purè al nero, con olio di vaniglia e zenzero candito) e alla fine della giornata (inframezzata anche da noiosissimi lavori di casa), quando finalmente gli gnocchi erano pronti… HO DIMENTICATO DI FOTOGRAFARLI!!!  Per cui, chiedo scusa: ma tant’è. Ma del resto, è un blog di cucina questo: per cui una ricetta buona, preparata con prodotti OTTIMI, ho deciso che merita comunque di essere raccontata.Niente di difficile, serve solo un po’ di dimestichezza con gli gnocchi (che trovate spiegati qui, con foto passo a passo).


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    Gnocchi alla sorrentina. Anzi, alla Tramontina

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    P.s.: sulla cottura, un consiglio: se riuscite ad organizzarvi dividetela in due tempi: verranno molto più buoni e senza l’acquetta fastidiosa sul fondo. Infornateli, insomma, portateli a cottura e spegnete. Lasciate riposare una mezz’oretta e poi, prima di servirli, ripassateli in forno per una botta di calore finale. Per la ricetta del sugo di pomodoro, potete leggere qui.

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  • Pasta e Fagioli alla napoletana

    Pasta e Fagioli alla napoletana

     
     

    pasta e fagioli


    La pasta e fagioli alla napoletana è un piatto buonissimo e perfetto per ogni stagione. Ottimo di inverno, infatti, con dei buoni fagioli in scatola, ma anche d’estate con dei fagioli freschi.
     
    Condita poi  con l’olio nuovo, è una favola.  Un miracolo che si ripete, anno dopo anno.
    Il colore, è quello che ti colpisce per primo: un verde chiaro e caldo, lo stesso di un prato immerso nel  sole pieno di un pomeriggio di inizio estate. Poi, il profumo: fragrante ed avvolgente, che regala il racconto di note leggermente piccanti ed  intense. E davanti a tutto questo, ogni volta,  lo stesso rammarico: non essere mai riuscita ad imparare ad assaggiare come si deve l’olio nuovo, rinunciando  a spargerlo sul pane. Un cucchiaio, cioè, versato in un bicchiere per poi  pazientare il tempo necessario per  farlo abituare un po’ al calore delle mani, ed aiutarlo così a sprigionare il suo profumo. Solo a questo punto, la bocca e l’assaggio vero e proprio: un goccio o poco più, da spargere sulla lingua per  poi aspettare ancora, muovendolo piano piano contro il palato  e  iniziando – lentamente – ad inspirare per assaporarlo al meglio.
     
    Non ho mai imparato, dicevo, perché ogni volta  non riesco a resistere alla tentazione di  assaggiarlo accompagnandolo con un pezzo di pane. Abitudine che mi riporta indietro nel tempo, agli anni della mia infanzia, a quando pane e olio era la mia merenda preferita. E a quando, nella cucina di mamma, il gusto dell’olio aveva un ruolo da protagonista. Come  quando era aggiunto a crudo alla pasta e fagioli, che a casa mia si preparava alla napoletana: cuocendola cioè direttamente insieme ai fagioli – cannellini, piccoli e morbidi, che quasi si disfacevano in cottura –  invece che essere cotta in acqua  prima di essere aggiunta ai legumi.
     
     
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    Patty, di Andante con gusto che oggi vi racconta della sua  Insalata calda e fredda di patate vitellotte e carciofi violetti con petali di parmigiano
     

    e Stefania e il suo Capone e zucca in agrodolce per un olio marchigiano

  • Vermicelli alla vellutata di bufala e al pomodorino del piennolo.

    Vermicelli alla vellutata di bufala e al pomodorino del piennolo.


    pasta ricotta

    Un post  scritto in fretta, molto in fretta. Innanzitutto, perdonate la foto: alle otto di sera di inverno, in casa, difficile fare di meglio. Ma non potevo rinviare a domani: la ricotta, si sa, è delicata. Non che domani non sarebbe stata più  buona, sia chiaro, semplicemente non sarebbe stata la stessa di oggi. Questa è appena arrivata: “vellutata” di ricotta, un insieme di ricotta e latte dalla consistenza setosissima, spedita freschissima dal caseificio la Tramontina e giunta a Modena stasera. L’ho deciso appena l’ho vista, aprendo il pacco: il resto avrebbe aspettato ma lei no. E quando l’ho assaggiata, ne ho avuto la certezza. Cremosissima e delicatissima, nonostante il gusto “pieno” di bufala. E l’ho immaginata così come la vedete nella foto: sulla pasta (vermicelli Garofalo, in questo caso) condita con un soffritto di olio, pomodori del piennolo e aglio. La semplicità assoluta, quella delle ricette che preferisco.

    Per 2 persone ho usato:
    140 gr di vermicelli
    100 gr circa di vellutata di bufala
    4 pomodorini del piennolo
    Olio e.v.o.
    uno spicchio di aglio
    pepe nero macinato al momento
    pecorino romano grattugiato
    sale grosso
    Ho messo su l’acqua e intanto ho soffritto dolcemente uno spicchio di aglio e 4 pomodorini del piennolo in olio (sono stata avara, me ne sono accorta solo dopo: ce ne sarebbe stato bene qualcuno in più). Intanto ho sciolto la ricotta con un po’ di acqua di cottura per renderla più cremosa. Una volta cotta la pasta l’ ho scolatao e mescolata a alla ricotta, completando poi con il soffritto di pomodori, il pecorino e il pepe nero.
    Tutto qua.
    E non riesco, in questo momento, ad immaginare nulla di più facile e di più buono.