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  • Ed ecco a voi il logo ed  il primo dei premi del contest *Terra di Fuoco*…

    Ed ecco a voi il logo ed il primo dei premi del contest *Terra di Fuoco*…

    Attenzione però: ho scritto il primo dei premi e NON *il primo premio*. Per due motivi: perché – innanzitutto – siamo solo all’inizio della fase del contest dedicata ai produttori (che durerà fino al primo di maggio). Poi, perché ne abbiamo altri già pronti per essere raccontati ma preferiamo farlo un po’ per volta, per farvi apprezzare al meglio la qualità dei prodotti campani di cui racconteremo. Ma soprattutto per il fatto che il fiore all’occhiello del nostro concorso non sono certo i premi materiali – che pure ci auguriamo che siano tanti, tantissimi – ma la conoscenza delle eccellenze campane che vogliamo provare a seminare con questo contest, facendo incontrare produttori e appassionati (non solo blogger: anche chi non ha un blog potrà partecipare con una propria ricetta, pubblicandola sul forum di gennarino.org nelle modalità che in seguito illustreremo). Un esempio? il 16 di maggio lo storico pastificio dei Campi (che mette in palio questo assortimento di pasta) aprirà le sue porte a 15 blogger che saranno ospitati in azienda, accolti da Giuseppe Di Martino in persona e assisteranno  al ciclo di produzione di una pasta di eccellenza.


    Per iscrivervi, dovete INVIARE UNA MAIL a contesterradifuoco@gmail.com

    Ma questa, non sarà l’unica esperienza offerta dal pastificio: per ora però non vi anticipiamo nulla. Chi è su facebook potrà tenersi costantemente aggiornato seguendo il gruppo Terra di Fuoco. Se invece su fb non ci siete, mi dispiace ma vi toccherà seguire questo blog, magari aggiungendolo alla vostra blogroll!

    Detto questo, il contenuto del pacco: praticamente, na confezione perfetta per chi vuole conoscere la produzione della pasta di Gragnano IGP del Pastificio dei Campi e ama provare molti formati differenti.

     
    Il Maxicubo del Pastificio dei Campi è una selezione di  10 formati, una scelta fatta per soddisfare le esigenze dei consumatori più curiosi.
     
    All’interno di ogni cubo, potrete trovare 10 differenti formati, tutti confezionati  in pratici ed eleganti astucci da  500g.

    Ripeto, è solo il primo di una lunga serie di premi, per cui non distraetevi.

    Infine, da oggi Terra di fuoco ha un logo. Eccolo.

    Se vi riconoscete in questo progetto, se sentite di farne parte, se volete aiutarci a raccontarlo in rete e – ultimo ma non meno importante – se intendete partecipare al contest con il vostro blog, vi chiediamo di inserirlo nella barra laterale del vostro blog con il link al post di presentazione del contest 
    Per parlare della Campania in modo diverso, abbiamo bisogno di essere in tanti.  Abbiamo bisogno del vostro aiuto… vi aspettiamo!

     

  • Ricetta della colomba pasquale di Giovanni Pina, nuova lavorazione (metodo Massari)

    Ricetta della colomba pasquale di Giovanni Pina, nuova lavorazione (metodo Massari)

    ricetta colomba pasquale
     
    Questa ricetta della colomba pasquale è indentica a quella dell’anno scorso, del Maestro Giovanni Pina. Con due  differenze: la prima, la farina usata (come per i panettoni ho usato la panettone Z del Mulino Dallagiovanna) e poi ho applicato la sequenza di inserimento degli ingredienti del panettone di MassariNell’altra ricetta infatti avevo seguito la sequenza di inserimento degli ingredienti che seguo di solito con impastatrici casalinghe. Mai sale e burro da soli ma sempre idratati,  e burro solo alla fine (ad incordatura avvenuta). In questa invece, che avevo letto per la prima volta in un pdf (che trovate nel mio sito sul pane fatto in casa, che sto rifacendo) firmato dallo stesso Massari,  il burro è stranamente inserito all’inizio. 
    Ovviamente, restano inalterate le premesse sulla messa in forza del lievito madre che trovate qui, e l’invito a non trascurare il controllo della temperatura dell’impasto anche se per questa “nuova” modalità non ce ne sarebbe manco bisogno, visto che alla fine è risultata più semplice e veloce dell’altra. Insomma, leggete il post precedente: troverete tutte le indicazioni preliminari e relativi video. Non saltateli per pigrizia, o ve ne pentirete.
     

    Per la frutta candita, inoltre, mi sono affidata al fai da te, usando le scorze preparate con la ricetta pubblicata nei giorni scorsi, senza cottura e senza glucosio. Ho fatto da me anche per la pasta aromatica, utilizzando il confit d’orange preparato tempo fa: semplice ed aromatico.

    Ultima cosa: la colomba non è semplicissima da preparare ma neanche impossibile. Se avete bisogno di aiuto, per quel po’ che posso vi aiuterò volentieri. Vi chiedo solo una cortesia: contattatemi nel forum di gennarino.org, dove potrete anche inserire foto dei vostri successi (o, ma non ve lo auguro) fallimenti.

    Queste, ricetta e tabella di marcia
    Il giorno prima: preparazione della glassa
    Farina di mandorle dolci 55 g
    Farina di mandorle amare 25 g
    Zucchero 200 g
    Farina gialla 4 g
    Farina 4 g
    Albumi 80 g
     
    Per ottenere la farina, frullate (lentamente, ad intermittenza) le mandorle con lo zucchero, utilizzando un macinacaffè. Poi, aggiungete le farine e incorporate lentamente gli albumi. Mettete quindi in frigo fino al giorno dopo.
     
    Primo impasto, intorno alle ore 14
     
    Farina  240 g
    Lievito naturale 80 g
    Tuorli 60 g
    Zucchero semolato 68 g
    Acqua 95 g
    Burro 80 g
    Utilizzando il gancio, impastare la farina, lo zucchero sciolto nell’acqua, il burro morbido e 1/3 dei tuorli fino ad ottenere una prima incordatura dell’impasto. Aggiungere il lievito madre a piccoli pezzi e poi il resto dei tuorli, un po’ per volta. Io, li ho sbattutti e aggiunti a filo, come l’olio per la maionese, insomma.
     
    ricetta colomba pasqualericetta colomba pasquale
     
    Lavorare la pasta fino ad ottenere un composto liscio, ma non eccessivamente lucido. Controllare durante questa fase la temperatura. Per due motivi: per non superare mai i 26 gradi e per chiudere a questa temperatura l’impasto finale, in modo da consentire un avvio veloce della lievitazione.
     
    Mettere a lievitare a 26/28° fino a che non sia triplicato di volume.
    Nota. Per non commettere errori, è bene prepararsi un sistema di controllo delle lievitazioni, su una piccola quantità di impasto. Prima delle due lievitazioni, prelevare un po’ di impasto, pirlarlo e metterlo in un contenitore trasparente graduato (o in un bicchiere contrassegnando il livello con un elastico): questo servirà come spia di lievitazione per valutare la crescita durante la prima lievitazione. Come in questa foto. Ovviamente, l’elastico segna il livello di partenza.
     
    ricetta colomba pasquale
     
    Attenzione: se il primo impasto non è sufficientemente lievitato, farà ritardare la successiva lievitazione pari ad un tempo uguale a tre volte la mancanza di tempo sottratto all’impasto precedente.
     
    Una volta che il primo impasto è triplicato, e solo dopo che sia accaduto questo, si procede al secondo impasto.

    2° impasto
    Farina  90 g
    Zucchero 60 g
    Tuorli 60 g
    Sale 4 gr
    Miele d’acacia 15 g
    Acqua 30 g
    Burro 100 g
    Arancia candita frullata e ridotta in crema 16 g
    Arancia candita a cubetti 240 g

    Prima di riprendere l’impasto, riporlo per un po’ a bassa temperatura. Questo faciliterà la lavorazione successiva: almeno così mi è sembrato (io l’ho messo in terrazzo mentre fuori c’erano circa 4 gradi). Intanto, organizzare gli ingredienti per il secondo impasto.
     
     panettone a lievitazione naturale, con pasta madre su ricetta di Iginio massari
     
     
    Reimpastare l’impasto lievitato (se si usa una planetaria sempre a velocità bassa) e aggiungere la farina e il miele. Lavorare fino ad ottenere un composto liscio. Aggiungere quindi lo zucchero leggermente sbattuto con 1/3 dei tuorli mantenendo sempre l’impasto liscio, aggiungere il sale e di nuovo un terzo dei tuorli (sempre dopo averli sbattuti, a filo). Quando la pasta è di nuovo bella elastica ed omogenea incorporare il burro morbido ei tuorli residui. Impastare aggiungendo a filo l’acqua. Lavorare quindi fino a quando l’impasto non si presenta ben elastico (deve fare il velo)
    ricetta colomba pasquale

    Versare nell’impasto il burro fuso, riportato a temperatura ambiente,  la frutta  e  impastare a velocità bassissima fino a che siano ben distribuiti.

    ricetta colomba pasquale
     
    Rovesciare quindi l’impasto su un piano di lavoro imburrato e  lasciare  puntare per un’ora circa (importante per la formazione della pelle) . Pirlare l’impasto e lasciare riposare, sempre all’aria, per trenta minuti.
    ricetta colomba pasquale
    Ripetere per tre volte,  tagliare quindi la pasta in 4 pezzi  e sistemarli nel pirottino. Mettere  quindi a lievitare, in forno spento come al solito, coprendo con pellicola.
     
    ricetta colomba pasquale
     

    Una volta che appaia a ben lievitata, togliere la pellicola e lasciare all’aria per circa 30 minuti (serve a fare la pelle)  e procedere alla glassatura (nota: no ho messo mandorle e granella, non perché non mi piacciano, ma perché distratta come sono me le sono scordate).

    ricetta colomba pasquale

    Passare quindi in forno caldo, io cuocio  su refrattaria poggiata in basso, a 175°C . Dopo circa 40 minuti misurare la temperatura al cuore: quando questa è arrivata ad 87 ca gradi spegnere il forno, lasciandolo socchiuso e lasciare le colombe per cinque minuti.

    Passato questo tempo, sfornare mettendo a raffreddare le colombe capovolte (per le foto, guardare la ricetta di Pina) , appoggiate con dei ferri da calza su una pentola.

    Il giorno dopo, imbustare in saccheti per alimenti. E non osate assaggiarla subito: come per tutti i dolci a lievitazione naturale, non è al meglio appena cotta ma lo diventa dopo un minimo di maturazione. Per cui, cercate di resistere, e non assaggiatela prima di 3-4 giorni.

    ricetta colomba pasquale
  • Scorze di arancia candite senza glucosio

    Scorze di arancia candite senza glucosio

    scorze candite
    Una nuova ricetta di scorze di arancia candite, la differenza rispetto all’altra è l’assenza di glucosio, e – nonostante questo – senza rischi di caramellizzazione. Infatti le scorze – ovviamente di sicura provenienza naturale e ben lavate-  non vengono cotte come nella preparazione più classica, ma vengono candite attraverso una prolungata macerazione in sciroppo scaldato tre volte al giorno.  Questa, l’unica difficoltà: necessitano di pazienza. Tanta, perché l’ingrediente principale di questa preparazione è il tempo.
    E di tempo ne serve già all’inizio: nessuna bollitura, infatti. Solo riposo in acqua fredda per tre giorni, cambiandola due volte al giorno. In questo modo, l’amaro si attenua senza che gli oli essenziali vadano sprecati.
    Finita questa fase, inizia quella della canditura vera e propria.
    Si inizia pesando le bucce e pesando una pari quantità di acqua e il doppio di zucchero.  Si mescola il tutto e si mette sul fuoco, facendo bollire fino a quando non assume una densità sciropposa. A questo punto, dopo avere sistemato le bucce in una ciotola, rovesciatevi sopra lo sciroppo, in modo da coprirle completamente, e lasciate riposare.  Dopo dodici ore, mettete di nuovo lo sciroppo in una pentola e riportate a bollitura.  Rovesciate di  nuovo lo sciroppo sulle bucce e fate riposare ancora. Ripetete qeusta operazione per diversi giorni (a me, ne sono serviti sette) finché non saranno diventate trasparenti e traslucide.  A questo punto sono pronte.
    E non buttate via lo sciroppo, mi raccomando: è un ottima bagna per dolci, profumata naturalmente!
    Scorze di arance candite senza glucosio
    Scorze di arance candite senza glucosio
  • Ragù di braciole

    Ragù di braciole

    ragù di braciole
    Il ragù di braciole è una preparazione tipicamente campana. Era da un po’ di giorni che avevo voglia di un ragù napoletano. La temperatura improvvisamente primaverile però mi aveva fatto desistere. Poi, improvvisamente, grazie al post di Antonia, mi è tornata in mente questa preparazione. Ricca come un ragù ma decisamente meno pesante di quello più classico,  grazie al tipo di carne utilizzato e al ripieno stuzzicante che lo contraddistingue. 
    Poi, in più, proprio negli stessi giorni mi è capitato di assaggiare l’olio extravergine di oliva dell’azienda agricola Terzini: cultivar Toccolana, un gusto non troppo prepotente – con note che richiamano la mandorla, mi è parso – che ben si intonano ad un sugo dal gusto forte ma non pesante come questo.
    Perfetto sia in cottura, il minimo indispensabile, che a crudo sul piatto finale. Per non parlare poi della nota di sapore aggiunta alla carne, necessariamente stracotta, che ho cosparso in abbondanza. Insomma, perfetto per sapori *di terra* come questo piatto ma altrettanto adatto a completare di una nota saporita e vivace anche preparazioni a base di pesce.
    Servono:
    Una fetta di carne non troppo magra che regga bene la lunga cottura (chiedete consiglio al vostro macellaio) del peso di 6-7 etti, almeno
    pecorino romano non troppo stagionato, 50 g (almeno)
    lardo o pancetta tagliata sottile
    mollica di pane raffermo sbriciolata, q. b.
    Prezzemolo
    uvetta e pinoli q.b.
    aglio, sale e pepe nero
    350 g di ziti spezzati spezzati a mano (e non buttate via i rottamini, mi raccomando!)
    Per il sugo:
    1 kg (almeno) passata di pomodoro
    3 cucchiai di triplo concentrato (ci vorrebbe la conserva napoletana, introvabile ormai)
    2 cipolle ramate
    Olio Extra Vergine  di oliva dell’aziend agricola TERZINI
    sale
    Parmigiano stagionato, o altro formaggio, per completare il piatto
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    Innanzitutto, va preparata la braciola sistemando sulla fetta di carne tutti gli ingredienti : pancetta e formaggio andranno tagliati a fette sottili, il resto tritato fine. Poi, la carne andrà arrotolata su se stessa e quindi legata con dello spago.
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    Poi si procede al soffritto: prima la cipolla e poi la carne. Una volta che questa sia ben rosolata, aggiungere la passata ed il concentrato di pomodoro sciolto in un po’ di acqua bollente e fare cuocere a fiamma bassissima per diverse ore. La carne dovrà risultare tenera se infilata con una forchetta e la salsa  dovrà assumere quel tipico colore tendete al marrone. Se la carne dovesse apparirvi pronta ma il sugo ancora no, tirarla via e metterla da parte e portare a cottura solo questo fino a quando non appare cremoso al punto giusto e l’olio non sarà completamente affiorato in superficie.

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    A fine cottura mettere di nuovo la braciola nel tegame e farle cuocere qualche minuto per riportarle alla stessa temperatura del sugo.
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    Lessare quindi la pasta, scolarla e ripassarla velocemente in padella in modo da fare asciugare l’acqua di cottura, aggiungere un paio di mestoli di sugo e  mescolare a fuoco spento. Servire quindi, completando con altro sugo e abbondante parmigiano grattugiato o altro formaggio di vostro gradimento, purché  ben stagionato. 
     
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    Questa ricetta fa parte dell’appuntamento bisettimanale con l’Associazione Città dell’Olio

    Ed ecco le mie amiche dell’olio
    Patty di Andante con Gusto, con Garmugia 
    Sabina di Cook’n’Book , con Minestra di arzilla e broccoli
    Stefania di Cardamomo&co, con “Pesto” di foglie di carote

     
     
     

     

  • In arrivo un nuovo contest, per raccontare un’altra storia: fatta di un’altra Campania

    In arrivo un nuovo contest, per raccontare un’altra storia: fatta di un’altra Campania

    No, non siamo d’accordo. Non è come ora vogliono farci credere: la  Campania non è solo Terra dei Fuochi: è la regione in cui è nata la Dieta Mediterranea, per esempio. E dove vengono  prodotti la Mozzarella di Bufala Campana DOP, la pasta di Gragnano, il pomodoro San Marzano, per citare solo tre tra i prodotti che più ci rappresentano nel panorama enogastronomico mondiale.

    Un territorio che oggi rischia di essere distrutto: questo sia grazie ai danni ambientali derivanti da smaltimento illecito dei rifiuti ma anche dalla cattiva fama che la tragedia che quelle zone stanno vivendo sta regalando ai suoi prodotti. Cattiva fama spesso immeritata: come dimostrano, per esempio, i controlli cui si sottopongono i produttori (esempio, quelli cui all’estero si è sottoposta la Mozzarella di Bufala Campana DOP) e la prima mappatura delle zone inquinate. Un territorio che va quindi tutelato attraverso un’azione di denuncia ma anche e soprattutto  con nuove modalità di difesa e valorizzazione  che devono riportare  questo terra  ad essere protagonista di un modello agricolo virtuoso.

    filatura mozzarella di bufala
    E per parlare di Campania anche tra i blogger, abbiamo pensato ad un contest teso a creare un filo diretto tra produttori di eccellenze, blogger e appassionati. In palio, infatti vorremmo mettere non solo prodotti campani –  di eccellenza, ovviamente, e che raccoglieremo chiedendo un’adesione direttamente ai produttori – ma anche la possibilità per i partecipanti di andare a conoscere di persona quelle realtà produttive. Per raccontarle magari in prima persona, attraverso le loro foto e le loro parole.

    Ai blogger, chiederemo di prendere a cuore  un prodotto e di “adottarlo“: valorizzandolo in un loro piatto, collegandolo alla sua storia e contribuendo così a costruire per lui un nuovo futuro.

    Cipolla ramata di Montoro
    Ai produttori (e non solo a loro ma anche a chiunque, sia pure in modo diverso, lavora ogni giorno con i prodotti di questa terra, chiediamo di mettere a disposizione come premio un po’ del suo prodotto e – soprattutto della sua sapienza e del suo lavoro quotidiano – per aiutarci , attraverso un prodotto di questa terra, a raccontare  un’altra storia e – soprattutto –   un’altra Campania,
    Un filo diretto che, servendosi anche di un gruppo appositamente creato su fb per favorire questo scambio, serva a costruire un percorso fatto  di ricette, certo, ma anche di ricordi, immagini e sensazioni che raccontino di una bellezza che rischia di essere distrutta. Perché il cibo non è solo sapore, ma anche passione. E la passione, si sa, è fuoco. E se vi è capitato di provare passione per questa terra e per i suoi prodotti, ecco, ora vorremmo che provaste a raccontarcela.

    Perché non si può e non si deve parlare di Campania solo come Terra dei fuochi.

    Perché il rapporto che questa terra ha avuto col fuoco è stato un contrasto continuo tra distruzione e creazione.

    I popoli campani hanno imparato a forgiare il fuoco, estraendo da esso la passione creatrice  di nuovi mondi. La Campania con il fuoco ha creato grande agricoltura e meravigliosa cucina. Dalla lava e dalle ceneri son sgorgati nettari e scrigni di bontà.  Ed oggi noi, nel nostro piccolo, vogliamo contribuire a sconfiggere i mostri che hanno usato il fuoco per produrre veleni, attraverso la capacità di dominio del fuoco che è nella nostra sapienza antica e ogni giorno, ognuno di noi nel suo piccolo, usa e domina nelle sue cucine.
    E, soprattutto, attraverso la passione e l’amore  verso una terra: la nostra.

    Il nostro contest si svolgerà in due fasi entrambe lunghe 45 giorni.
    La prima, rivolta ai produttori che vorranno offrire non solo i loro prodotti ma anche il racconto in prima persona del loro prodotto in tutti i suoi aspetti: la stagionalità, processi di crescita, raccolta, i possibili usi dei prodotti in cucina. E la disponibilità ad aprire le porte delle loro aziende, i recinti dei loro campi. Per mostrare, dal vivo, come e dove i loro prodotti prendono vita.
    La seconda sarà rivolta ai blogger, agli appassionati e ai loro piatti. A loro chiederemo di adottare un prodotto, e di provare a raccontarlo: attraverso una ricetta, certo, ma anche attraverso suggestioni e sensazioni: per esempio, quando e come lo hanno conosciuto? Ricorda loro posti, persone avvenimenti? Quando e come lo hanno usato la prima volta in cucina? Il tutto, insieme ai tre siti organizzatori (questo blog , www.ditestaedigola.com , http://www.scriveve.it/ ) che terranno il diario quotidiano della manifestazione, e non solo raccoglieranno le ricette e i racconti di blogger e produttori ma cercheranno di aprire discussioni, rispondere a dubbi, creare interesse e tentare, nel nostro piccolo e tutti insieme, di fare buona informazione.

    Al termine di entrambe le fasi  una giuria di persone competenti, divertenti e appassionate giudicherà i piatti e i racconti migliori in una serata evento in una location di eccezione.
    Il regolamento è pronto, i primi produttori “amici” sono già qui per darci una mano: il Pastificio la Tramontina, Casa Barone Agrigenus, Manuel Lombardi e il suo conciato romano. Altri, arriveranno presto, molto presto. Così come presto arriveranno i blogger, le loro ricette e i loro racconti. A tutti gli altri, giornalisti, chef, food strategist e semplici appassionati, non resta che seguirci e partecipare: siamo certi che ognuno di voi potrà contribuire con la propria passione a questa nostra.

    Il regolamento con le date, le regole per partecipare e i premi – che si aggiungeranno nel tempo, grazie ai produttori che accetteranno di percorrere questa strada con noi – nei prossimi giorni su questo, ditestaedigola, e scriveve.it.
    ps. E se non avete un blog e volete partecipare, non preoccupatevi. Potrete inviare le vostre ricette- che verranno poi raccolte in un’apposita sezione del sito –  nel forum di gennarino.org (se avete bisogno di aiuto per l’iscrizione al forum contattatemi pure via mail ( teresademasiATlibero.it).
  • La ricetta della cassata siciliana, il mio modo di sognare a Palermo

    La ricetta della cassata siciliana, il mio modo di sognare a Palermo

     

    ricetta della cassata siciliana

    La ricetta della cassata sicilianaPerché per lei ho un debole, confesso. Anzi più di uno.

    Innanzitutto,   perché mi diverto un sacco nel  prepararla. A cominciare dalla pasta di mandorle, di una malleabilità eccezionale,  simile a quella della plastilina. Io, poi, di quella che faccio in casa ne vado matta: uso una percentuale di mandorle amare, e di queste ne bastano davvero poche per  fare la differenza tra un dolce di gusto pieno e ricco di sfumature ed uno semplicemente  stucchevole.

    Poi perché  è il dolce che,  per me, più di tutti assomiglia alla nostalgia: amo la Sicilia e i suoi colori, quel continuo rincorrersi per poi incontrarsi del giallo secco e vivace delle sterpi e del’azzurro di mare e di cielo. Ne anche amo le città: Palermo, innanzitutto, e i contrasti violenti tra le sue spettacolari grandezze architettoniche e le rovine di cui è disseminata. E poi i mercati, una vera esplosione di colori e voci, potenti al punto di assordarti  eppure tanto capaci di catturarti.
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    Infine, perché realizzare la ricetta della cassata siciliana finisce ogni volta per assomigliare ad un ritorno. Grazie ai gesti necessari  riaffiorano i luoghi, i paesaggi, i profumi ma  anche le  facce di persone cui resto legata nonostante la distanza: i loro sguardi, i loro toni di voce. E soprattutto torna il il mio lento immaginare di quella terra cui ogni volta non riesco a non abbandonarmi.

     palermo-collage-1

    Per tutto questo, e non solo per come la preparo, è uno dei miei dolci preferiti. E vi assicuro, non è difficile come sembra: il segreto  della ricetta della cassata siciliana è solo uno: la distribuzione del lavoro in tre giorni. L’ingrediente più importante per ottenere una buona cassata è infatti il tempo: serve riposo per ottenere la giusta morbidezza della pasta di mandorle e della crema. Così come serve riposo perché il pan di spagna sia abbastanza morbido da tagliarsi senza sbriciolarsi e – soprattutto – perché al momento dell’estrazione dallo stampo la cassata non si trasformi in uno spatascio.

    Detto questo, e premettendo – per sintetizzare – che la preparazione di una cassata consiste nella preparazione di:

    – pasta di mandorle
    – pan di spagna
    – crema di ricotta
    – glassa a freddo
    – taglio di canditi e decorazione

    e che quindi voi potete saltare buona parte di questo scritto ed utilizzare le ricette a cui siete più affezionati, io la preparo  così (dividendo il lavoro in quattro giorni).

    LA MIA RICETTA DELLA CASSATA SICILIANA, SPALMATA SU TRE GIORNI

    Ricetta della cassata siciliana 

    Tre giorni prima:  la pasta di mandorle

    250 g farina di mandorle (di cui 20 g ca. amare) finissima*
    (se non  trovate le mandorle amare o le armelline, usate pure l’essenza. Ma il risultato, purtroppo, sarà diverso)
    250 g di zucchero semolato
    50 g di acqua
    pochissimo colorante verde in gel
    un po’ essenza naturale di fior d’arancio (la quantità dipende dalla concentrazione del prodotto usato)

    *Due parole sulla farina di mandorle. Io non la compro già pronta. Non mi piace, spesso sa di “vecchio”. Le mandorle, una volta macinate fanno in fretta ad irrancidire. Preferisco farla al momento: in questo modo mantiene tutta la dolcezza aromatica della mandorla di Avola, la mia preferita in assoluto. Ma se non la trovate, non preoccupatevi: evitate solo di comprare mandorle in sacchetto. Preferitele sfuse – si trovano al mercato o nei negozi di granaglie – e chiedete di assaggiarne una prima di comprare. Vi renderete  conto immediatamente se sono fresche oppure no, e se sono quindi adatte per questa preparazione.  Poi, una volta che avete le mandorle, procedete così: macinatele in un macina caffè – non in un frullatore – facendo però attenzione perché riscaldandosi le mandorle producono olio e la farina tende ad impastarsi. Perciò durante la lavorazione è bene prevedere numerose pause in modo da non surriscaldare. Per favorire la macinazione è bene aggiungere un po’ di zucchero: La quantità utilizzata andrà sottratta dalla quantità totale prevista dalla ricetta. Una volta ottenuta la farina, infine, un passaggio veloce nel setaccio la rende perfetta per questo uso.
     
    Mettete l’acqua e lo zucchero in un pentolino e portate a ebollizione. Aggiungete un pizzico di colorante alimentare verde in gel. Quando lo zucchero ha iniziato a bollire da poco (raggiunge il cd. stadio della piccola bolla, da 112-116°C se si ha un termometro da pasticceria) e PRIMA che inizi a prendere colore, levate il pentolino dal fuoco, versate la farina di mandorle e lavorate fino ad amalgamare il tutto (non si devono superare le temperature indicate altrimenti lo zucchero cristallizza, la pasta non sarà malleabile e tenderà a rompersi e sbriciolarsi.)
     
    Versate il composto amalgamato su una superficie liscia di lavoro – il marmo, per esempio, è perfetto ma se non lo avete va bene una teglia leggermente unta con olio (meglio se di mandorle per uso alimentare) e fate raffreddare. Aggiungete l’essenza di fior d’arancio e lavorare fino a renderlo morbido e malleabile aiutandovi con zucchero a velo mescolato ad amido, usati a mo’ di farina. Una volta pronto, mettete in un contenitore ermetico, o avvolgete in pellicola per alimenti e conservate a temperatura ambiente.

    Due giorni prima: il pan di spagna,  il riposo della crema di ricotta e lo sciroppo di zucchero

    Farina debole (se avete dubbi sulla forza, tagliatela con il 30 per cento di amido) 150 g
    Zucchero semolato 150 g
    Uova intere 6 (biologiche o, almeno, allevate all’aperto)

     
    Per preparare il pan di spagna, non uso lievito:  non mi piace il leggero retrogusto un po’ *pizzicoso* di bicarbonato che avverto quando mi capita di usarlo. Preferisco quello preparato con uova e zucchero montati insieme e a lungo, finché l’impasto non “scrive”, come si usa dire in pasticceria. Poi aggiungo la farina – ben setacciata – stando attenti a non smontare il tutto, e inforno  a temperatura non altissima (per non rischiare che  una volta cotto sappia di uovo  oppure che crolli trasformandosi in una frittatina, come accade quando la cottura avviene a temperatura troppo alta). Una volta pronto lo faccio raffreddare nello stampo, capovolto su una gratella. In questo modo, grazie all’azione del vapore dovuto al raffreddamento, si staccherà perfettamente e senza fatica e manterrà la perfetta forma dello stampo.
    Qui, le foto passo a passo.
     
    Durante il raffreddamento, preparo la crema di ricotta. Di pecora, su questo non transigo. Solo se uso questa, e tengo bassa la quantità di zucchero, otterrò una crema dolce ma non troppo e soprattutto ritroverò in parte il gusto di latte della ricotta (completamente cancellato dallo zucchero, secondo me,  se si usa ricotta di mucca). E freschissima, assolutamente bandita quella del super. Anche per questa, preferisco i banchi del mercato: dove ne trovo di fresca di giornata proveniente da produttori dell’appennino. E io purtroppo, ho questo debole lo ammetto: quando posso, preferisco il km zero ed il sostegno ai piccoli produttori.
     
    Ricotta di pecora, ben colata: 800 g
    Zucchero a velo: 320 g
    Gocce di cioccolato fondente: a gusto (a me piace non esagerare con la quantità per non coprire il gusto della ricotta)
    Semplicissimo pure questo: aggiungo lo zucchero alla ricotta e amalgamo il composto. Lascio quindi  macerare il composto in frigo per circa 12 ore.
    Per ora, tutto qui.
     
    Contemporaneamente,  preparo uno sciroppo di zucchero mettendo a bollire 200 g di acqua e cento di zucchero. Spengo, quando il liquido ha raggiunto una buona consistenza – leggermente sciropposa, appunto –  e metto a raffreddare. Se è stagione di arancia, aggiungo anche un po’ di buccia (naturalmente biologica) che dà un aroma che, secondo me, ci sta proprio benissimo.
     

    Il giorno prima: il montaggio del dolce

    Passo al setaccio due volte la crema di ricotta, e poi la lavoro un po’ con un cucchiaio di legno, in modo da ottenere una crema vellutata e spumosa; incorporare quindi le gocce di cioccolato.
     
    Stendo la pasta di mandorle ad un altezza di circa ½ cm e ne ricavo a strisce larghe quanto l’altezza dei bordi della teglia (4/5 cm); Suddivido poi queste  in pezzi di forma leggermente trapezioidale  con una base maggiore di circa 4 cm. Non spaventatevi: non occorre essere precisi al millimetro: grazie alla sua malleabilità potrete sempre correggere le dimensioni schiacciando leggermente la pasta nel momento in cui la userete.
     
    Rivesto quindi lo stampo di pellicola trasparente per alimenti e ne ricopro i bordi interni alternando i trapezi di marzapane a trapezi di eguale forma e dimensione ricavati dal disco di Pan di Spagna a superficie liscia, vale a dire quello che è stato a diretto contatto con la teglia di cottura (dettaglio importante dal punto di vista estetico, per il risultato finale). Taglio poi  il pan di Spagna a fette non più alte di 1 cm e rivesto con queste anche il fondo stampo facendo sempre attenzione a esporre alla successiva glassatura la superficie liscia.
     
    Ricetta della cassata siciliana
     
    Inumidisco spennellando con sciroppo di zucchero, il pan di Spagna (bordi e fondo) cercando di premere bene tutti gli elementi contro le pareti dello stampo. Premo bene la pasta di mandorle, schiacciandola  come fosse pongo e cerco di far coincidere bene i lati dei trapezi di pan di Spagna con quelli di pasta di mandorle.
     
     
    Riempo quindi con la crema di ricotta  lo stampo così  rivestito,  sin quasi all’orlo, e ricopro con fette di pan di spagna tagliate sottili e ben accostate. Ricopro quindi la superficie superiore con pellicola e lascio riposare in frigo per circa 12 ore senza rivoltare.
     

    Il quarto e ultimo giorno: la glassa a freddo e la decorazione

    Preparo una glassa a freddo di buona consistenza (mi accerto però versandone un cucchiaio su un piatto che mantenga una buona liquidità) con :
     
    350 gr di zucchero a velo vanigliato naturalmente
    1 albume
    succo di limone q.b.

    Premessa: non usate zucchero a velo autoprodotto: il macinacaffé non riesce a renderlo sufficientemente fine e la glassa creperebbe asciugandosi. Compratelo non vanigliatoquando NON vi serve, versatelo in un barattolo e aggiungete una bacca di vaniglia. Poi dimenticatelo per un po’ di giorni: tutta un’altra storia, tutto un altro aroma.
    Detto questo, anche questa preparazione, di una facilità unica: setaccio lo zucchero a velo in una ciotola. Aggiungo l’albume e il succo di limone filtrato e lavoro il composto  fino ad ottenere una glassa liscia e senza grumi che conservo, in attesa del suo uso, coprendo la ciotola con una pellicola per evitare che si secchi.
     
    Tiro ora  fuori la cassata dal frigo, e la estraggo dallo stampo capovolgendola su un piatto per torte. Rivesto quindi la  la superficie superiore della torta con la glassa, utilizzando una spatola o un coltello bagnato per stenderla. Versare poi la glassa tutt’intorno sulla parte più alta dei bordi e lasciarla colare lungo le superfici laterali. Pulisco immediatamente gli eccessi di glassa e procedo  nella decorazione con i canditi mettendo il mandarino al centro e simulando con nastri di cedro e zuccata i petali di un fiore.
    Per ottenerli è necessario che i canditi siano ricavati da pezzi grossi. Io, anche per questo, ho la fortuna di trovarne in mercato di siciliani: se voi non siete fortunati come me non preoccupatevi. Decorazioni più piccole, non a forma di fiore, andranno benissimo lo stesso.

    Le strisce di canditi vanno sistemante intorno al mandarino in questo modo. Poi, qualche ciliegia aggiungerà un po’ di colore.Aiutandomi con una sacca da pasticceria a beccuccio finissimo o con un cono di carta forno, decoro con riccioli glassa bianca a densità maggiore (ottenuta aggiungendo zucchero a velo alla glassa avanzata) le superfici della cassata e la frutta candita.

    ricetta della cassata siciliana
    Ps. Purtroppo ho perso i raw degli scatti che ho fatto durante la preparazione della cassata. Per questo, in questo post, sono utilizzate foto con watermark Gennarino.org che, come forse sapete, è il mio sito più vecchio.