Risultati della ricerca per: “Napoli”

  • I pastori di Marco Ferrigno, un modo di osservare Napoli da una prospettiva unica

    I pastori di Marco Ferrigno, un modo di osservare Napoli da una prospettiva unica

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    La storia della famiglia Ferrigno nasce da lontano: sin dal 1836 infatti coincide con la storia dell’arte presepiale. Parola non scelta a caso: entrando nel laboratorio di San Gregorio Armeno – che ho avuto la fortuna di visitare grazie al fatto di avere vinto il contest FBA2016 – si intuisce immediatamente di non trovarsi davanti ad una semplice lavorazione della ceramica ma alla costruzione di piccole opere uniche, in cui nulla è lasciato al caso.

    I personaggi sono realizzati in terracotta, gli occhi sono in cristallo dipinti a mano ed inseriti poi nelle orbite (ecco spiegata la particolare vivacità dello sguardo), gli abiti sono in lino e seta di San Leuco (antico vanto tessile campano).

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    Per non parlare degli oggetti, anche questi curati nei più piccoli dettagli. Un esempio? I doni dei Magi, realizzati persino in argento ed oro.

    Ma più che la ricchezza dei dettagli, la sorpresa nel visitare un laboratorio come questo è nello scoprire come ancora oggi quest’arte sia in grado di raccontare la religiosità tutta particolare che accompagna da sempre il popolo napoletano in cui il santo o la Madonna non sono visti come esseri supremi da implorare ma come personaggi “paritari”, da cui pretendere un aiuto a costo di arrivare persino a parole che assomigliano a minacce.

    Un esempio: Filumena Marturano. Il famoso monologo della Madonna delle Rose, in cui Filumena non implora ma minaccia la madonna che deve aiutarla a capire cosa fare della sua gravidanza inaspettata.

     

    Per combinazione, camminando camminando, mi ritrovai nel mio vicolo, davanti all’altarino della Madonna delle rose. L’affrontai così (Punta i pugni sui fianchi e solleva lo sguardo verso  una immaginaria effige, come per parlare alla Vergine da donna a donna):

    “Cosa devo fare? Tu sai tutto…Sai pure perché ho peccato. Cosa devo fare?”. Ma Lei zitta, non rispondeva.

    (Eccitata) “Tu fai così, è vero? Più non parli e più la gente ti crede?…Sto parlando con te! (Con arroganza vibrante) Rispondi!”.

    Una religiosità tutta particolare, dicevo, che si ritrova perfettamente rappresentata nei presepi. Dove i pastori non sono sempre belli ed eleganti nelle pose ma spesso cafoni e imbruttiti, in una perfetta rappresentazione del popolo napoletano dell’epoca in cui c’è il signore elegante ed ingioiellato, appunto, ma anche la vecchia con il collo reso enorme da un gozzo.

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    E il mangiatore di maccheroni, che continua imperterrito a cibarsi nonostante l’obesità. Così come il venditore di capitone, tanto perfetto da riuscire a fare immaginare persino la puzza di pesce che lo accompagna.

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    Così come c’è anche Totò nelle sue famose vesti di pazziariello, che introduce con la sua presenza il rapporto particolare del napoletano con la morte e che racconta, con la sua presenza, come questa sia esorcizzata più che temuta. 


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    Insomma, una visita ai presepi artistici è anche e soprattutto uno sguardo posato su un pezzo di anima antica della città.
    E se, come me, non avrete la fortuna di visitare il laboratorio Ferrigno non dimenticate che in città è possibile visitare il presepe del Banco di Napoli a Palazzo Reale oppure quello di San Martino o – ancora – quello della Reggia di Caserta.

    Insomma. Cercate un presepe artistico e osservatelo nei dettagli. Sicuramente, capirete un aspetto di questa città impossibile da raccontare in altro modo.

     

    Qui, altre foto. Se volete vederle, passateci sopra con il mouse.

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  • Passeggiando per Napoli, dalla Pignasecca  verso Scaturchio

    Passeggiando per Napoli, dalla Pignasecca verso Scaturchio

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    L’altro giorno, forse vi è capitato di leggerlo e lo ricordate, vi ho raccontato della Pignasecca . Non erano tutte le foto, però: per non appesantire la pagina mi sono limitata a mostrarvene la metà. Oggi, il resto. Seguiranno poi altre puntate (i presepi artistici, l’arte di Lello Esposito) ma preferisco procedere con calma, in diverse puntate. Dovrei altrimenti scartare troppe foto e proprio non mi va di farlo.

    Pignasecca, dicevo.

    Oltre ai banchi di verdura è frutta ci sono bancarelle di street food nel senso più pieno della parola: solo a Napoli e dintorni ho visto infatti arrostire i carciofi in strada (magari, con lo smog dovuto al traffico delle automobili sicuramente non è il massimo ma sicuramente fa folklore). Il profumo è sicuramente irresistibile:  ma non li ho assaggiati, mi sono accontentata di fotografarli, visto che eravamo diretti verso Scaturchio. E avevo voglia di babà.

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    Ci sono anche botteghe  splendide, come questa per esempio che sembra essere rimasta ferma a decenni fa.

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    E le facce delle signore, intente a fare la spesa. Fotografate con discrezione, facendo finta di puntare ad altro e aprendo al massimo il diaframma per sfocarne il viso il più possibile.

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    Per non parlare poi dei furgoni degli ambulanti, pieni di colori e di sapore. E anche, come in questo caso, di una dolcezza particolare nello sguardo al momento di offrirsi allo scatto.

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    E poi la gente, lungo la strada. La vera arte di arrangiarsi, ma vissuta con dignità e allegria tutta partenopea. Come questo bellissimo suonatore di fisarmonica…

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    … dettagli in grado di raccontare particolari della storia di una città. Come questo, una strana scultura che serviva ad appoggiare che illuminavano i rientri notturni in un antico palazzo nobiliare.

    Infine, la merenda: Scaturchio e il suo babà.

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    Peccato solo non avere avuto tempo di entrare in San Domenico Maggiore. O di visitare la Cappella di San Severo: due chiese, che – da sole – valgono una visita a Napoli. Ma avevamo tanto da fare e da vedere. E ve ne racconterò nei prossimi post…

    Questo post è anche su Steller!

  • Alla scoperta di Napoli: il mercato della Pignasecca

    Alla scoperta di Napoli: il mercato della Pignasecca

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    Forse vi è capitato di leggerlo: sono tra i vincitori del Food Blog Awards 2016 e – grazie a questa vittoria – ho avuto modo di passare alcuni giorni indimenticabili alla scoperta della città di Napoli – e della sua cucina – e del Sannio. Per cui, preparatevi: inizio da oggi un racconto fotografico di questa esperienza, che ho deciso di separare in diversi post tematici in modo da poter pubblicare tutte – o quasi – le foto che ho scattato.

    La prima puntata è stato un giro in uno dei mercati storici della città: la Pignasecca. Un mercato antico, di cui parlava già Matilde Serao.

    “Tutto il quartiere della Pigna Secca, dal largo della Carità, sino ai Ventaglieri, passando per Montesanto, é ostruito da un mercato continuo, vi sono botteghe, ma tutto si vende nella via; i marciapiedi sono scomparsi, chi li ha mai visti? I maccheroni, gli erbaggi, i generi coloniali, la frutta, i salami ed i formaggi, tutto, tutto in strada, al sole, alle nuvole, alla pioggia; le casse, il banco, le bilance, le vetrine, tutto nella via.” 

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    Da allora, da queste parole,  per fortuna poco è cambiato. Certo,  ci sono le macchine e gli scooter, ma nel complesso l’atmosfera vivace del mercato è rimasta intatta. E fare un giro nelle sue strade, significa immergersi per un attimo in una atmosfera unica e tipicamente napoletana.

     

    La storia della Pignasecca – del suo nome, almeno – è fatta di un bosco, di gazze ladre e di un arcivescovo iracondo dalla scomunica facile.

    Era il 1500 e nella zona della Pignasecca c’era l’antico bosco di Biancomangiare (ebbene sì,  si chiamava proprio come il dolce che già  all’epoca era molto apprezzato).  Questo bosco fu espropriato e raso al suolo  per procedere all’apertura della strada di Toledo e di tutta la foresta non restò che un pino. Su questo, nidificò una colonia di gazze che, come loro abitudine, si infilavano negli appartamenti per rubare oggetti preziosi e tutto quanto fosse in grado di attirare la loro attenzione.
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    L’arcivescovo, stanco delle proteste dei cittadini continuamente derubati, lanciò una scomunica contro gli ignoti ladri. Un giorno però fu scoperta la verità e  la refurtiva fu rinvenuta dalla forza sul pino: l’arcivescovo quindi   fece appendere questo cartello sul tronco dell’albero.

    “In nome di Dio, per la grave responsabilità che mi fu affidata in terra, nella qualità di vicario di Cristo, io, Vescovo di Napoli e delle sue province, scomunico, d’ora innanzi, tutte le gazze di questo quartiere, anzi… tutte le gazze di questa città”. 

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    Dopo poco, quel pino (pigna) seccò e da quel momento il popolo cominciò a chiamare quella che era stata il Biancomangiare con il nome di Pignasecca, nome rimasto ancora oggi. Come le gazze, i cui fantasmi secondo gli abitanti del quartiere si possono sentire ancora oggi  di primo mattino. 

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    Io non ho avuto la fortuna di sentirle (siamo arrivate lì alle 9.30 del mattino), ma attraverso questa visita ho potuto respirare parte dell’anima di questa città. Viva e generosa di sé, nonostante tutti i problemi che giorno dopo giorno si trova a dover affrontare.  E di cui vi racconterò ancora nei prossimi post.

    E in cui ho voglia di tornare presto: anzi, già che ci siamo, ditemi… cosa non perdere assolutamente a Napoli? Attendo i vostri consigli!

    ps. pubblicata la seconda puntata: dalla Pignasecca a Scaturchio.

     

     

     

  • Il salumificio Spiezia, tradizione e innovazione al servizio della produzione del Salame Napoli (e non solo)

    Il salumificio Spiezia, tradizione e innovazione al servizio della produzione del Salame Napoli (e non solo)

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    Chi ama la cucina napoletana, e di questa conosce bene alcuni delle sue preparazioni più caratteristiche come il Casatiello, il Panino Napoletano o il Gattò di patate, conosce sicuramente il Salame Napoli. E conosce anche Spiezia, un marchio che da oltre un secolo è produce questo tipo di salame. E che rende possibile, grazie alla sua distribuzione sull’intero territorio nazionale, anche ai campani che come me vivono lontani dai luoghi di nascita, di poter continuare a gustare il salame nella sua concia tradizionale. 

    Chi lo conosce infatti sa che questo salame è molto diverso dagli altri – pur buonissimi – prodotti in altre regioni. Sono il suo sapore speziato e l’affumicatura con legno di faggio a renderlo così particolare, un ingrediente irrinunciabile per le ricette della tradizione napoletana. Oltre, ovviamente, al fatto che è composto solo da carni di pancetta, di prosciutto di suino e spalla.

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    Insomma una produzione che mantiene intatta la tradizione ma con lo sguardo teso al futuro.
    Il salumificio Spiezia mantiene infatti  saldi i valori della tradizione e il rispetto assoluto per le ricette artigianali non perdendo però di vista la necessità di una continua innovazione. Sia in termini di prodotti che in termini tecnologici.

    Prova ne è la nuovissima linea di prodotti “Cuorleggero”: Prosciutto cotto, salame, tacchino arrosto e filetto: tutti in versione magra, a bassissimo contenuto di grassi, in più privi di lattosio, glutine, polifosfati e zuccheri aggiunti.

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    Si tratta di quattro specialità caratterizzate dalla pratica confezione monoporzione che permettono di conservare tutto il gusto di una merenda sfiziosa, adatta in qualunque occasione e facile da portarsi ovunque.

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    I nuovi snack Cuorleggero  comprendono:
    tacchino arrosto: senza zuccheri né grassi
    prosciutto cotto: senza zuccheri pochi grassi e grande qualità
    salame magro: light in grassi e senza zuccheri
    filetto stagionato: senza zuccheri e ricco di proteine

    Comodissimi anche per consumare pranzi leggeri e snack lontano da casa,  ma capaci di coniugare il gusto con linea e il benessere, grazie al loro ridotto contenuto di grassi, sodio e colesterolo.

    Comodissimi, oltretutto, per un pranzo fuori casa e – perché no? – per un panino leggero in riva al mare.

     

     




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  • Napoli, New York e la Franciacorta… Ciro Salvo maestro della pizza napoletana

    Napoli, New York e la Franciacorta… Ciro Salvo maestro della pizza napoletana

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    Il New York Times gli ha appena dedicato un ampio servizio monografico elogiando le tecniche di impasto e la scelta rigorosa delle materie prime. Contadi Castaldi, cantina leader del Franciacorta, lo ha voluto per festeggiare in cantina il Festival del Franciacorta che si inaugura sabato 20 settembre; l’Associazione Verace Pizza Napoletana lo ha inserito nei top 100 fotografati da Oliviero Toscani: è Ciro Salvo, pizzaiolo e anima di 50 Kalò la pizzeria inaugurata a febbraio 2014 a Napoli in piazza Sannazaro.

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    Classe 1977, Ciro Salvo è indiscutibilmente nell’olimpo dei maestri della pizza napoletana. Figlio d’arte (tre generazioni di pizzaioli), molti anni di studio e un’attenzione quasi maniacale all’impasto. Il risultato sono pizze soffici, leggere e molto digeribili che hanno conquistato il pubblico e il palato dei più severi critici gourmand. Docente nei master del Gambero Rosso, è considerato uno dei maestri dove poter imparare a fare la pizza: dal Messico e dal Giappone vengono da lui per conoscere i segreti dell’impasto perfetto.

    50 Kalò, nel gergo non scritto usato da secoli dai pizzaioli, vuol dire “impasto buono”. I pizzaioli usano infatti dire kalò per indicare qualcosa di buono e skatà per dire cattivo; parole di origine greca (kalos in greco significa bello, buono) che nel corso dei secoli hanno incontrato le infinite sfumature di suoni e parole del dialetto partenopeo. Il 50 infatti nella cabala e nella smorfia partenopea è il pane e i pizzaioli sono maestri dell’arte bianca, si sa. 50 kalò è dunque l’impasto, il panetto buono, da cui nasce una pizza buona, condita con i migliori ingredienti.

     

    Ciro Salvo a Le Strade della Mozzarella 2014
    Ciro Salvo a Le Strade della Mozzarella 2014

    Le foto sono state scattate alle Strade della Mozzarella 2014

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  • Fior di pizza alla Mozzarella di bufala campana dop, pomodorino Corbarino e Conciato romano

    Fior di pizza alla Mozzarella di bufala campana dop, pomodorino Corbarino e Conciato romano

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    Questa ricetta di Fior di pizza alla Mozzarella di bufala campana dop, pomodorino Corbarino e Conciato romano, nasce grazie ad un nuovo contest firmato Malvarosa e alla mia  voglia irresistibile di parteciparvi.

    Già, perchè nelle due edizioni passate sono risultata tra i vincitori e grazie a questo ho potuto partecipare a due tour che definire entusiasmanti è dire poco. Il primo, ad Ischia. Il secondo invece a Napoli. Per questo, io ci provo ancora. Sperando di non dimostrare sulla mia pelle che non è vero affatto che non ci sia due senza tre.

    Detto questo, la prima ricetta è dedicata alla categoria Fashion che prevede  pizze “dalle forme inedite che accolgono gli abbinamenti più trendy del momento”.

    Io ci ho pensato un po’, onestamente la dicitura *forme inedite” mi metteva in difficoltà. Poi però mi sono tornate in mente alcune pagnotte a forma di girasole che mi è capitato di vedere in rete e ho provato ad applicare lo stesso concetto alla pizza. Le pieghe ottentute attraverso i tagli, ho pensato, sarebbero state un contenitore perfetto per la mozzarella e il pomodoro dando al risultato finale un aspetto – se non fashion – almeno un po’ originale (almeno, in fatto di pizza).

    Per consentire il mantenimento della forma, ho scelto un impasto non troppo idratato – intorno al 65 per cento – seguendo le indicazioni dell’impasto tipiche della pizza napoletana: partendo cioè dai liquidi e aggiungendo a questi la farina, un po’ per volta. Non vi spiego il perché, per non allungare troppo il post: se volete approfondire questo concetto vi consiglio leggere questo post, dove troverete un video con la spiegazione di Franncesco e Salvatore Salvo (che non credo abbiano bisogno di presentazioni).

    Per l’impasto, ho usato il liquido di governo della mozzarella di bufala campana dop, arricchito dal latte che ho ricavato mentre la tagliavo a dadini.  Un’idea, questa, che mi venne anni fa e che mi rende particolarmente orgogliosa non solo perché è un tipo di preparazione apprezzato da molti ma anche perchè grazie ad una chiacchierata con Pietro Parisi diede vita all’idea che lo ha portato a realizzare la sua famosa pizza al lievito fujuto che ho portato a ricevere il riconoscimento dei tre spicchi del gambero rosso.

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    Infine, due parole sugli ingredienti prima di passare alla ricetta.

    Innanzitutto, la farina. Chi mi segue lo sa: di farine ne uso tante e diverse scegliendole sempre con cura a seconda della preparazione che ho in mente. Quando si tratta di pizza, però, non c’è storia: solo Caputo. Per me ha un qualcosa in più, che avverto nel sapore finale e che davvero mi consente di avere un gusto che sa di pizza e non di  *focaccia*. Sembrerò fissata, lo so: però  anche Irene all’assaggio si accorge di quando preparo la pizza con questa farina (purtroppo a Modena non la trovo e quindi non posso usarla sempre). Sente la differenza, dice che sa di pizza napoletana. E questo, qualcosa vorrà pur dire.

    Il pomodoro, poi. Ho usato del corbarino de i Sapori di Corbara: un prodotto che amo, per il suo gusto particolare. Dolcezza associata ad un finale che ha un accenno di sapidità (ne parlavo qui, ricordate?) che ho immaginato perfetto per accompagnare la pizza verso un finale di gusto “potente”, a base di conciato romano. Un formaggio antichissimo,  che amo non solo per il suo sapore – ricorda un po’ il gusto forte del formaggio di fossa – ma perché conosco la storia della famiglia Lombardi di Castel di Sasso  e conosco le mani di Manuel e di  sua madre e il modo in cui queste lohanno lavorato – insieme a quelle di Fabio, che purtroppo manca da anni – per fare in modo che questo antichissimo formaggio fosse conosciuto come meritava.

    Insomma, ho scelto tre sapori tipicamente campani che ho messo insieme per provare a creare, grazie alla loro fusione un gusto unico. All’assaggio, direi che ci sono riuscita: peccato che voi dobbiate fidarvi solo delle foto…

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    Fior di pizza alla Mozzarella di bufala campana dop, pomodorino Corbarino e Conciato romano

    1000 g di farina Caputo blu
    670 g di liquido di governo della mozzarella allungato con acqua (e con il latte ottenuto sgocciolando la mozzarella) fino al raggiungimento del peso
    5-10 g lievito di birra fresco (la quantità varia a seconda della temperatura ambiente)
    35 g sale
    Un vasetto di pomodorino Corbarino i Sapori di Corbara
    500 g di mozzarella di bufala campana dop
    50 g di conciato romano
    Un buon extravergine dal gusto intenso

    La sera prima, tagliare la mozzarella a dadini e metterla a scolare in frigo (per questa preparazione serve piuttosto asciutta, simile cioè ad un fior di latte) in modo da raccogliere il latte che gocciolerà dal taglio.

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    Sciogliere il lievito nell’acqua ed iniziare ad impastare aggiungendo la farina poco per volta, a metà incorporare il sale. Impastare fino ad ottenere un impasto morbido ma non appiccicoso. Sistemare in una ciotola unta di olio e fare lievitare coprendo con un telo umido.

    Ore 15.00
    Senza impastare nuovamente, rovesciare l’impasto e dividerlo in due parti.
    Formare delle palline ben tese e lisce tirando la pasta verso il basso, pizzicando sotto per sigillare.
    Disporle in contenitori ermetici o ben coperte.

    Ore 20.00
    Stendere l’impasto con un mattarello in modo da dare una forma tonda (potete anche usare un cerchio da crostata per coppare l’impasto).

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    Per la formatura disegnate un cerchio al centro (io ho usato una ciotola capovolta con cui ho esercitato una leggera pressione). In questo certo, ritagliate sei spicchi che poi ripiegherete per sigillare gli ingredienti.
    Distribuite sul bordo i pomodori e la mozzarella, date una generosa grattata di conciato romano. A questo punto ripiegata gli spicchi interni verso l’esterno e attaccateli al bordo esterno, come si vede dalle foto (dando cioè una leggera ondulazione).

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    Dare una spennellata all’impasto con succo di corbarino e fare lievitare una mezz’ora.

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    Infornare in forno già caldo, meglio su pietra refrattaria, fino a quando la pizza non è ben cotta.
    Prima di servire aggiungere un BUON extravergine.