Categoria: Primi piatti

  • Come si preparano i ravioli di ricotta

    Come si preparano i ravioli di ricotta

    come si preparano i ravioli di ricotta

     

    Se vi è capitato di assaggiarli almeno una volta, vi sarete sicuramente chiesto come si preparano i ravioli di ricotta e spinaci. Sono talmente buoni, infatti, che è impossibile non provare la voglia di replicarli in casa. E, se avete un po’ di dimestichezza con l’uso del mattarello o della macchina per fare la pasta in casa, non sono poi neanche tanto difficili.
    Unica accortezza, come spiego anche qui, il tempo di riposo della pasta. Se non lo rispettate – e meglio abbondare,  piuttosto che fare di fretta – farete una fatica bestiale a tirarla. Se invece lasciate al glutine il tempo di rilassarsi al meglio, la stenderete senza alcuna difficoltà e farete anche piuttosto in fretta.

    Se volete un impasto tipicamente emiliano, non esagerate con le uova: tendono a rendere l’impasto troppo duro e un po’ coriaceo, mentre la bontà della pasta emiliana – secondo me – è nel suo essere sicuramente corposa e soda, ma senza arrivare a diventare troppo dura. 

    Per cui, innanzitutto, preparate un impasto di pasta all’uovo emiliana con tre uova e 350 g di farina (se la trovate, scegliete quella per cui in etichetta è indicato per pasta fatta in casa: di solito ha una granulometria meno fine, che consente u n risultato migliore di quello ottenuto con la farina per uso “universale”).

    Potete preparare in anticipo anche il ripieno, che metterete a riposare in frigo.  Per questo, le quantità sono approssimative: tutto dipende dal grado di umdità della ricotta: sceglietene di tipo asciutto, oppure fatela colare prima della preparazione.  Fate lo stesso con gli spinaci e – soprattutto – abbondata con il parmigiano: dovete ottenere un impasto bene asciutto, come quello della foto. Per cui, con il formaggio andate pure ad occhio. E, nel dubbio, abbondate.

    Fatte queste premesse, ecco a voi come si preparano i ravioli di ricotta e spinaci.
    (Le dosi sono per una decina di persone, quindi fate voi in proporzione)

    Per il ripieno
    7 etti di ricotta di tipo asciutto
    7 etti di  spinaci
    1 uovo intero
    150 gr. parmigiano stagionato grattugiato (anche di più, se serve)
    abbontante noce moscata e sale (solo se serve)

    Per la pasta
    350 g di  farina 
    3 uova di dimensioni medie

    Per il condimento, burro parmigiano in abbondanza

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    Preparazione
    Innanzitutto, come dicevo su, preparate la pasta seguendo questa ricetta e mettetela a riposare.
    Intanto, preparate il ripieno stufando velocemente in tegame con poca acqua gli spinaci: molti li bollono, ma io preferisco non farlo perché perdono sapore e assorbono troppa acqua. Se preferite bollirli, fate pure: strizzateli però molto bene, in modo che perdano tutta l’acqua in eccesso. Fatele  poi raffreddare  e tritatele fini. Mescolatele quindi con gli altri ingredienti in modo da ottenere una crema ben soda.

    Tirate quindi la pasta con il mattarello oppure con la macchinetta in strisce dello spessore da voi gradito – a me piacciono sottili – e  distribuite con una tasca per dolci senza beccuccio il ripieno  formando dei ripieni a distanza regolare. Attenzione: il ripieno non va messo al centro della striscia ma piuttosto vicino al bordo. Formate quindi i ravioli piegando la striscia sui mucchietti di  pasta ed esercitate una leggera pressione intorno ad ognuno di questi con i palmi delle mani, in modo da fare uscire l’aria in eccesso. 

    Tagliateli con una rotella dentata e metteteli su un vassoio di carta spolverato di semola (in modo che non si attacchino). Ricordate che se volete congelarli, oppure semplicemente conservarli qualche ora prima di cuocerli, vi conviene sbianchirli come vi spiego qui: in questo modo lo strato esterno gelificherà e l’umidità del ripieno non farà danni all’impasto.

    Cuoceteli in abbondante acqua salata per qualche minuto, a bollore non esagerato  e non troppi per volta. Scolateli  benissimo e  in attesa di cuocerli  sistemateli in una terrina condendoli con burro e parmigiano.
    Ovviamente, servite prima possibile: magari spolverando  il fondo del piatto con abbondante parmigiano grattugiato per eliminare ogni traccia di acqua di cottura.

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  • Come si prepara la lasagna emiliana (quella con ragù e besciamella)

    Come si prepara la lasagna emiliana (quella con ragù e besciamella)

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    Ma come, direte voi, sei campana vuoi raccontare a noi come si preparano le lasagne emiliane? Ebbene sì, datosi che vivo a Modena da trenta anni e più credo di averene preparate un numero sufficiente per poter vantare un minimo – ma minimo minimo, eh? – di competenza in questo tipo di preparazione. Per cui, eccovi la ricetta.

    Innanzitutto, una premessa: qui racconto – o almeno ci provocome si preparano le lasagne emiliane nella versione modenese: la pasta, in questo caso, è verde grazie all’aggiunta di spinaci. Ovvio che se voi preferite la versione gialla, potete preparare le lasagne con solo uovo, magari seguendo questa ricetta.

    COME SI PREPARANO LE LASAGNE MODENESI

    Il ragù

    Ancora ragù

    700 g di carne, tra polpa scelta di vitellone e maiale e un paio di salsicciotti freschi di maiale, fatte  macinare dal macellaio insieme al momento dell’acquisto. In questo modo la salsiccia si amalgama alla carne senza fare grumi. 
    un po’ di olio
    100 g di burro circa (si va ad occhio, i pesi non sono ben specificati, mi spiace).
    conserva di pomodoro (o un barattolo di polpa)
    1 carota
    1 sedano
    1 cipolla
    sale e pepe
    pochissimo pepe nero e tanta noce moscata

    Rosolare nell’olio la carota, il sedano e la cipolla tritati, poi aggiungere la carne, il burro, un poco d’acqua se serve, sale e pepe e cuocere a fuoco lento nel tegame coperto da un coperchio per circa 1 ora.

    Ogni tanto mescolare. Poi, aggiungere un poco di concentrato di pomodoro (poca, la carne non deve annegare nel pomodoro) e cuocere ancora per circa 30 minuti a tegame scoperto per evaporare l’acqua in eccesso.

    Preparare poi tanto parmigiano grattugiato (di media stagionatura) e una  besciamella, preparata con un litro di latte seguendo questa ricetta

    besciamella

    Preparare la sfoglia

    3 uova fresche
    1 etto di spinaci
    4 etti circa di farina 00

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    Lessare gli spinaci, scolarli dall’acqua in eccesso, strizzarli e tritarli fini fini.
    Unire all’impasto di uova e farina gli spinaci, impastare a lungo. Lasciare riposare l’impasto un’oretta sotto una ciotola rovesciata a campana e stenderlo con l’Imperia o con il mattarello ricavando dei quadrati di pasta di una decina di cm di lato.  La sfoglia non deve essere troppo sottile, meglio un po’ spessa. Lessare quindi le lasagne in acqua bollente salata nella quale si sono versati uno o due cucchiai di olio (per non far attaccare la sfoglia) ricordando che il tempo di cottura della sfoglia varia col suo spessore.
    Cuocere un quadrato di pasta alla volta, levarlo con una schiumarola, posarlo sul tavolo coperto da un canovaccio da cucina (non trattato con ammorbidenti) e tamponare con un altro canovaccio per asciugare l’acqua.

    Ungere uno stampo o pirofila da forno col burro, foderarla con i quadrati di pasta e fare in modo che sporgano all’esterno del bordo per tre dita. Cominciare con uno strato di besciamella, uno di ragù e uno di generose manciate di parmigiano, poi uno di pasta e di nuovo uno di besciamella, ragù, parmigiano.

    Si termina con parecchia besciamella sull’ultimo strato di pasta, ragù (la parte piùiquida senza carne) qualche ricciolo di burro.

    Ripiegare i bordi sporgenti sulle lasagne (la stessa operazione che si fa con i bordi delle crostate) e infornare in forno caldo a 180 gradi circa per circa 40 minuti.

    Meglio preparare le lasagne il giorno prima e conservarle in frigo. Anche le lasagne fatte e poi messe da parte in frezeer e congelate per essere usate in seguito, mi sembrano molto migliori di quelle infornate appena fatte.
    Una volta pronte, lasciarle riposare un po’ in forno caldo prima di servirle.
    lasagna emiliana

  • Pasta al nero di seppia

    Pasta al nero di seppia

    Pasta al nero di seppia

    La pasta al nero di seppia è un piatto perfetto per gli amanti del pesce. Io li preparo in modo veloce, ma non per fretta: per gusto. Trovo infatti che il nero – ovviamente parlo di nero ricavato da seppie fresche e non certo dei sacchettini in vendita al super – dia il suo meglio se usato praticamente crudo. Non è una abitudine diffusa questa: in Sicilia, per esempio, mi è capitato di assaggiare sughi rossi, a base di estratto di pomodoro e di nero e cotti piuttosto a lungo. Sì, mi sono piaciuti: ma non quanto la versione praticamente cruda. Che mi piace aromatizzare. Già da anni mi piace profumarlo con l’aggiunta di  olio alla vaniglia, ma anche lo zenzero regala secondo me un gusto piacevolissimo.

    L’importante, ripeto, è che la pasta sia preparata con nero di seppia fresco, che va aggiunto a fine cottura della pasta (consiglio spaghetti o linguine). Si amalgama bene ed il piatto è pronto da servire.
    Ovviamente, si può preparare la pasta al nero di seppia usando solo il sacchetto e servendo le seppie come secondo. Io preferisco invece il piatto unico. E faccio così.

    Pasta al nero di seppia

    Ingredienti per quattro persone
    400 g di spaghetti o linguine
    un paio di seppie già pulite (se non siete pratici, chiedete al vostro pescivendolo di fiducia di farlo per voi)
    i relativi sacchettini del nero,
    uno scalogno piccolo,
    4 cucchiai di olio,
    un po’ di peperoncino, preferibilmente fresco (se gradito),
    mezzo bicchiere di vino bianco (per me, amabile)
    sale,

    Procedimento
    Tagliate le seppie a strisce larghe poco meno di un cm e i relativi ciuffi in modo da separarne i tentacoli.

    Mettet e in un tegame basso e largo l’olio e lo scalogno tagliato a fettine sottili: fare soffriggere leggermente, a fuoco bassissimo.
    Prima che lo scalogno inizi a cambiare colore, toglietelo  via e aggiungere le seppie.

    Soffriggete brevemente, aggiungete il vino e lasciate cuocere a fuoco lento per circa una ventina di minuti (le seppie sono cotte quando, infilandole con una forchetta, non offrono alcuna resistenza).

    Aggiungete quindi il nero e lasciare cuocere per uno o due minuti al massimo, in modo da mantenerne il più possibile inalterato il sapore.

    Correggete quindi di sale, se necessario, e aggiungete una spolverata di pepe nero (o altra spezia a vostro gusto).

    Cuocete, intanto, gli spaghetti o le linguine al dente. Al momento di scolarli, tenete da parte un po’ della loro acqua di cottura.

    Rimetteteli quindi nel tegame con le seppie e il nero e ripassateli velocemente a fuoco vivo, aggiungendo l’acqua di cottura necessaria perché il sughino non si asciughi e mantenga una discreta cremosità.

    Servire decorando il piatto con foglioline di prezzemolo e una falda di peperoncino,  o altra erba aromatica di vostro gusto.

    Ps. se invece vi piacciono senza seppie, fate un semplicissimo aglio olio e peperoncino e poi aggiungete il nero. E con le seppie, fateci questi: 

    Ravioli di seppia ai profumi mediterranei
    Ravioli di seppia ai profumi mediterranei

     

  • La carbonara di Pipero al Rex a LSDM Paris

    La carbonara di Pipero al Rex a LSDM Paris

    carbonara di Pipero al Rex

     

     

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    carbonara di Pipero al Rex
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    l quattro dicembre, protagonista indiscussa è stata la carbonara. Non una una qualsiasi, ma la Carbonara di  Pipero al Rex: la più famosa, e più buona, carbonara di Roma. Raccontata dalla viva voce di Luciano Monosilio che ha mostrato i passaggi fondamentali per la riuscita di questo piatto.
    Innanzitutto, la crema di uovo. Preparata a parte, solo tuorli, mescolando insieme formaggio (o formaggi, se si preferisce mescolare pecorino e parmigiano reggiano) e uova. Già in questa fase la diversità con le carbonare *comuni* salta immediatamente all’occhio: il formaggio è tanto, tantissimo, fino a rendere la crema quasi solida. In questo modo, nel piatto non ci saranno tracce di uovo crudo ma solo cremosità.

    Questa crema viene mescolata benissimo – quasi montata – prima nella ciotola e poi appoggiando questa  sulla pentola in ebollizione. In questo modo l’uovo si addenserà ulteriormente, senza cuocere. E regalando ulteriore cremosità al piatto.

    Poi, il guanciale. Attenzione: non pancetta, non bacon ma guanciale. Questo va reso croccante e asciutto: per fare questo lo si fa “sudare” in una padella di ferro (o antiaderente) in modo da far fondere il grasso. Questo lo si raccoglie e lo si aggiunge all’uovo al momento di condire la pasta. Attenzione, deve essere ben caldo: per cui, cercate di sincronizzare i tempi: partite con il buttare la pasta e poi proseguite con la preparazione degli altri ingredienti.

    Fatte queste doverose premesse, che poi racchiudono le fasi davvero cruciali nella preparazione di questo piatto, eccovi la ricetta della Carbonara di Pipero al Rex.

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    Se poi volete vedere la Carbonara di Pipero al Rex prepepata personalmente da  Luciano Monosilio, vi segnalo questo video.

  • Come si conservano i tortellini in modo perfetto

    Come si conservano i tortellini in modo perfetto

    Come si preparano i tortellini
    Come si preparano i tortellini

    Avete deciso di preparare in anticipo i vostri tortellini per il pranzo di Natale ma ora non sapete come conservarli. Niente paura, ora provo a spiegarvi come si conservano i tortellini in modo perfetto, per averli pronti da cuocere al momento del vostro pranzo.

    Innanzitutto, una volta pronti (avete seguito questa ricetta, vero?) metteteli in fila sul vostro tagliere di legno e fateli asciugare bene. La durata di questa operazione non può essere indicata con precisione: dipende dalla temperatura ambiente e, soprattutto, dal grado di umidità. Magari, evitate di farlo mentre lavate i piatti, o fate altre cose che diffondano umidità nell’aria. Diciamo che saranno necessari dai 30 ai 60 minuti. La pasta (a proposito, avete letto la mia  ricetta della pasta fresca emiliana?)dovrà essere leggermente secca, mentre il ripieno no. Nel dubbio, assaggiatene uno: se l’esterno è leggermente croccante mentre il ripieno è ancora cremoso ci siete. Sono pronti.

    Ora prendete un vassoio da pasticceria – ne avete qualcuno in casa, vero? sono comodissimi per questa operazione – e sistemateci sopra i tortellini. Poi passateli in freezer e lasciateli per il tempo necessario per il congelamento. Infine, quando sono ben duri, sistemateli in sacchetti e riponeteli in freezer fino al momento di tuffarli nel brodo bollente.

    Se invece dovete conservare dei tortelloni o dei ravioli, procedete in questo modo.

  • Come si prepara il risotto. Qualche appunto su quello che ho capito io su questa preparazione

    Come si prepara il risotto. Qualche appunto su quello che ho capito io su questa preparazione

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    Ultimamente, amo molto preparare risotti. Per cui ho deciso di fermarmi un attimo per provare a mettere in fila quello che ho capito io su come si prepara il  risotto.
    Consentitemi però di partire dalla critica del luogo comune secondo cui il riso non è cosa per meridionali. A sud si mangia pasta, il riso – almeno  secondo questo teorema – sarebbe roba da  nordici. Se non altro, in virtù del fatto che è a nord che si coltiva. Ecco, questo è falso. Non è vero che i meridionali con il riso non abbiano confidenza: Vi dicono niente, le arancine di riso siciliane, per esempio? Non sono solo un ottimo cibo da strada ma la testimonianza di un passato siciliano fatto di coltivazioni di riso: fin oltre la metà dell’Ottocento il riso era coltivato in quasi tutte le pianure fluviali della Sicilia e preparazioni a base di riso erano presenti anche nella cucina napoletana – il sartù e le palle di riso.
    Detto questo, passiamo al riepilogo di quello che ho capito io su come si prepara il risotto.

    Primo punto, la scelta del riso

    Non è un dettaglio da poco, questo: il riso – meglio se a grana corta – deve essere ad alto contenuto di amido. Questo consentirà la cremosità finale tipica di un risotto perfetto. Deve poi tenere la cottura ma senza diventare colloso: io preferisco il carnaroli ma anche l’arborio e il vialone nano sono  adatti allo scopo. E – quando posso – non mi accontento di riso del supermercato. Per un gran risotto, ci vuole un gran riso: In questo caso, per esempio,  ho usato il Carnaroli di Zaccaria

    Secondo punto, il brodo

    Scrivo brodo per semplificare ma non è detto che il liquido di cottura debba essere necessariamente brodo (inteso nel senso di brodo di carne).  Nel caso di risotti di verdura, per esempio, io preferisco fare un brodo rovesciato veloce con gli scarti di questa: per esempio, per un risotto ai carciofi, utilizzo la parte interna del gambo, dopo averla ripulita dalla parte esterna e fibrosa.  Lo stesso per quasi tutti i risotti – ovviamente, il risotto di pesce rappresenta un modo a parte e il brodo varia a seconda del pesce, o mollusco, utilizzato.

    Terzo, il soffritto

    Io sono della scuola “soffritto a parte” anche per il risotto e non solo per il ragù. Questo perché mi piace soffriggere a lungo le verdure, a fuoco basso: passaggio necessario se si usa il burro a questo scopo. Se non è chiarificato, che sarebbe il massimo, infatti, il burro fatto andare a fuoco vivace  finisce per prendere quel sentore di bruciato non sempre gradevole. Per cui, soffriggo la cipolla (o altro, dipende ovviamente dalla ricetta) e  poi la tiro via, tenendola al caldo. Tosto quindi il riso, a fuoco vivace, e poi  la riaggiungo, prima di aggiungere il vino. Trovo che in questo modo la cipolla acquisti una cremosità particolare, che la fa confondere con la cremosità finale.  Regalando sapore, quindi, ma in modo sempre discreto.

    Quarto, il vino

    Su questo, leggo pareri quasi unanimi: vino secco. Anche qui, non è detto: la risposta giusta alla domanda su quale sia il vino più adatto nella preparazione del risotto è: DIPENDE. Per esempio, un risotto al taleggio o gorgonzola: berreste mai un vino secco mangiando questi formaggi? No, vero? E allora, perché mai dovreste aggiungerlo al vostro risotto? Per quanto mi riguarda, io sfumo il risotto con lo stesso vino che ci berrei sopra. Scegliendo persino a volte di non sfumare affatto e di accompagnarlo ad una riduzione (ma qui, Oldani docet).

    Sesto, mescolare o non mescolare durante la cottura?

    Ecco, la discussione qui spesso si incendia. Io, lapidatemi pure, ma non ho trovato molte differenze tra un riso mescolato durante tutta la cottura ed uno non mescolato. Dal mio punto di vista, è importante la quantità del brodo  e l’intensità del calore proveniente dal fornello. Se il fuoco è giusto, e si ha l’accortezza di aggiungere brodo bollente alla bisogna  (oppure se si è abbastanza bravi da indovinare sin da subito la quantità necessaria), si può fare a meno di mescolare continuamente (cosa che io trovo addirittura dannosa, visto che rischia di trasformare il risotto in un pappone inconsistente). Basterà una mescolatina di controllo ogni tanto, giusto per sorvegliare la quantità di brodo e il grado di cottura.

    E quando è pronto?

    Per quanto mi riguarda, il riso è cotto quando è ben al dente. Questo,  per un motivo semplicissimo: continuerà a cuocere durante la mantecatura, anche se questa avviene a fuoco spento. Una volta messo nel piatto, deve essere fluido e cremoso: se inclinate il piatto, il risotto deve muoversi nel suo insieme scivolando verso il basso. Deve fare l’onda, insomma: e per ottenere questo risultato occorre imparare a dosare il brodo nella fase finale della cottura.

    Il gran finale: la mantecatura

    Ecco, qualunque sia il risotto che state facendo, la mantecatura è il passaggio fondamentale che distingue un risotto vero da un normale piatto di riso. Si aggiunge il burro (e altro, per esempio il formaggio – se previsto dalla ricetta – e si  rimescola freneticamente per ALMENO un minuto: questo  serve a montare il burro e al tempo stesso a rompere la cuticola dei chicchi in modo da creare, grazie alla fuoriuscita dell’amido, quella  consistenza cremosa tipica di un vero risotto.

    E parlando di mantecatura mi viene in mente un dettaglio che avevo trascurato: quale pentola?

    Partendo dal presupposto che  che l’acciaio in cucina non è mai granché, e che il meglio restano rame e alluminio, non è tanto il materiale a fare la differenza, quanto – piuttosto – la forma.  Meglio lasciar perdere padelle o teghami larghi: per una manatecatura efficace, sicuraemnte meglio un tegame dal fondo stretto ma dalle pareti un po’ alte. Giusto per non ritorvarsi a raccogliare in riso sul piano di cottura, insomma. sapori si omogeneizzino.